Maurizio de Giovanni.

Anime di vetro.
Falene per il commissario Ricciardi.

Einaudi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Prologo.
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Il ragazzo stringe gli occhi per abituarli alla penombra della stanza. Il sole fiammeggiante del pomeriggio allunga le dita attraverso le imposte chiuse, e la polvere danza nella luce. La donna di et indefinibile che lo ha fatto entrare si dilegua in silenzio e chiude la porta della stanza con un lieve scatto.
Il ragazzo rimane in piedi. Intravede i contorni dei mobili, cataste di libri e una massa informe, forse una poltrona, dalla quale viene un respiro pesante. Attende. Bilancia il peso del corpo da un piede all'altro. Forse dorme, pensa; la donna non ha detto niente. Chiss chi  : una domestica. La figlia. Una parente.
Decide di azzardare un buongiorno, a mezza voce.
Ben arrivato, dice la poltrona. Apri la finestra, per favore.
La voce  graffiata, impastata. Stava dormendo, pensa il ragazzo, e si sente un maleducato. Scusatemi, mormora, avevate detto alle tre, e io...
Lo so, dice la poltrona, sbrigativa. Apri la finestra, una sola imposta. Per favore.
Facendo attenzione a dove mette i piedi nel timore di far cadere o calpestare qualcosa, il ragazzo raggiunge la finestra e apre un'imposta. Entra prepotente la luce, gli fa sbattere le palpebre. Lancia un'occhiata al meraviglioso panorama, che lo sorprende di meno, avendolo guardato per un'ora mentre, seduto sul muretto, aspettava il momento fissato. Il mare si stende luccicante, e l'isola sembra a portata di mano.

Si volta. La luce avvolge una libreria polverosa e traboccante di volumi, dischi, soprammobili, oggetti di ogni forma. La stanza non  grande, o forse le dimensioni appaiono ridotte dall'immensa quantit di cose. Gli occhi del ragazzo vagano, curiosi. Ora la poltrona, un po' defilata rispetto al chiarore che entra dalla finestra, mostra il suo ospite.
Lo so che cosa stai cercando, dice il vecchio. E' proprio dietro di te.
Il ragazzo si volta e lo vede; o meglio, ne vede la custodia. Fa un passo di lato, allontanandosene come per un moto di rispetto e soggezione. Il vecchio ridacchia.
Portamelo, dice. E siediti qua, vicino a me.
Lo dice sgombrando da un fascio di fogli una specie di sgabello, a mezzo metro dalla poltrona. Ormai si vede bene, e il ragazzo riconosce il pentagramma, le note che corrono sulla carta. Fuori, un colombo tuba insistente per un paio di secondi e vola via.
Tu la suoni bene, la chitarra, dice il vecchio. Sei bravo. Veramente.
Il ragazzo vorrebbe chiedere come lo sa e dove l'ha sentito. Ma non era una domanda, e lui risponde solo se gli chiedono qualcosa.
Il vecchio continua: ti sono venuto a sentire. Mi avevano detto di te, e quando hai chiesto di incontrarmi mi  cresciuta la curiosit. Sei bravo. E tieni pure una bella voce.
Rimane zitto per un po', e il ragazzo non resiste: ma davvero siete venuto a sentirmi? E perch non vi siete fatto riconoscere? Io... sarebbe stato un onore enorme. E' stato, un onore enorme. Vi avrei... insomma, vi avrei accolto come si deve.
Di nuovo, il vecchio ridacchia. Proprio per questo non mi sono fatto riconoscere. Ti volevo sentire come sei. Per quello che sai fare. Dammi qua.
Prende la custodia tra le mani. Non pu suonare, pensa il ragazzo. Ha le  mani deformate dall'artrite, e mi pare pure che gli tremino. E un vecchio. Ho sbagliato a venire, non mi pu dare niente. Un vecchio.
Starai pensando che sono vecchio, dice il vecchio. Un povero vecchio. E mi guardi le mani, tutte storte. Tremano. Starai pensando: ma questo come fa a suonare?
No, no, dice il ragazzo, ma che dite? Voi... Il vostro nome  una leggenda, per tutti quanti noi. Io non mi permetterei mai.
Il vecchio annuisce.
E vero, sono vecchio. E non potrei suonare, se si suonasse solo con le mani. Come fai tu, che suoni solo con le mani.
C' durezza, nella voce del vecchio. Come un'accusa. Eppure il tono non  cambiato, basso e secco. Il ragazzo ha un brivido, poi chiede: perch dite cos? Che significa?
Il vecchio non risponde subito. Guarda la luce che entra dalla finestra, da dov' seduto non riesce a vedere il mare, solo un pezzo di cielo con una nuvola met bianca e met rosa nella luce obliqua del sole calante.
Significa che mica ci sta un solo modo, di suonare. Ce ne stanno tanti. Tu sei bravo con la chitarra e con la voce, non sbagli i toni e tieni pure una bella estensione. E' un buon presupposto.
Presupposto di che?, chiederebbe il ragazzo. Ma si trattiene. C' qualcosa in quel vecchio che gli toglie la parola. Pensa confusamente che dovrebbe domandare, esprimere. Sono io che ho chiesto un appuntamento, no? Penser che sono un fesso, si dice.
Si schiarisce la voce. Io, insomma, io sono venuto per... ecco, la chitarra va bene. Ma io vorrei pure... lo so che sono bravo. Cio, me lo dicono, mi vengono a sentire. Ma io penso, penso che ci vuole qualcosa di pi, no? Ho un maestro, studio ancora, mi sono gi diplomato, ma lo so che devo studiare sempre. Per questo vi ho cercato.

Il vecchio tossisce in un fazzoletto, una tosse catarrosa, grassa. Allunga la mano verso il tavolino, il ragazzo si alza di scatto e gli prende un bicchier d'acqua pieno a met. Il vecchio beve, ringrazia con un cenno del capo e ripone il fazzoletto in una tasca della giacca da camera. Il ragazzo per la prima volta percepisce a livello cosciente l'odore di vecchiaia che c' nella stanza: un retrogusto pungente sotto la carta vecchia, la polvere e il tempo.
Il vecchio fa scattare coi pollici le chiusure della custodia che, da quando se l' fatta dare dal ragazzo, ha tenuto in grembo come fosse un bambino.
Il rumore  perfettamente sincrono, come se le serrature fossero una sola. Uno schiocco secco, uno sparo.
Le mani adunche e deformi tirano fuori il piccolo strumento panciuto. Gli occhi avidi del ragazzo si posano sulla curva dolce della cassa, sul manico intarsiato d'avorio e madreperla, sulle quattro coppie di corde. Si accorge di trattenere il fiato ed espira, un po' rumorosamente. E' davanti a una leggenda.
Il vecchio si sposta in avanti sulla poltrona, piegando appena una gamba e appoggiando con cura la custodia a terra. Le dita tremanti percorrono lo strumento e arrivano alle chiavi. Il ragazzo si accorge, incantato, che il vecchio sta regolando la tensione delle corde a memoria, senza sentirne il suono. Impossibile, pensa. E' impossibile.
Il vecchio alza lo sguardo sul ragazzo. Ora il viso  in perfetta luce e il giovane pu vedere il reticolo di rughe profonde, la carnagione scura come il cuoio, i pochi capelli bianchi troppo lunghi, le labbra sottili. Gli occhi imbiancati dalle cataratte e tuttavia curiosi, intensi.
Nella mano destra gli  comparso un plettro. Il ragazzo si chiede da dove sia venuto fuori, perch non ha visto che lo estraeva dalla custodia n dalle tasche: forse, pensa, era incastrato tra le corde. Il vecchio emette un accordo armonioso, dimostrando di aver incredibilmente accordato lo strumento alla perfezione. Il suono profondo resta a vibrare nell'aria per qualche secondo.
Il ragazzo prova a spezzare la tensione inspiegabile che sente addosso. Dice: Maestro, io volevo chiedervi di farmi qualche lezione. Lo so che non ne date a nessuno, che dite che non ci sono persone degne di... Che nessuno sa pi quello che significa suonare veramente lo strumento. Ma io, io veramente sono innamorato di questa musica, e vorrei... voglio imparare. Non cerco il successo, lo avete visto, ve l'hanno detto che mi vengono gi a sentire in tanti. La gente si accontenta. Sono io che... Io non sono contento, Maestro. Studio, studio, suono, suono ma quello che viene fuori non mi piace mai. Io voglio imparare davvero, Maestro. Vi prego.
Il vecchio ha abbassato gli occhi sul complesso di legno e corde che tiene tra le mani. Accarezza l'oggetto, come se le parole del ragazzo fossero state quelle del vento che entra dalla finestra facendo vibrare i fogli sulla scrivania.
Una storia, dice il vecchio.
Che?, chiede il ragazzo, disorientato.
Una storia. Ogni canzone  una storia.
Il ragazzo pensa che il vecchio non lo abbia minimamente ascoltato e che stia seguendo il corso di qualche suo pensiero. E' un vecchio, dopotutto. Un povero vecchio rimbambito. Non mi pu insegnare niente, sto perdendo tempo. Ha una gran voglia di uscire da quella brutta bottega di antiquariato.
Mentre sta per alzarsi, il vecchio suona.
E l'introduzione di una canzone famosissima, una di quelle che lui, il ragazzo, suona ogni sera e che riscuote gli appassionati applausi della platea; gli stessi accordi, lo stesso tempo. Eppure al ragazzo sembra di ascoltarla per la prima volta. Le mani, quegli artigli malfermi e deformi, sono diventate ali d'uccello che percorrono il breve manico con la leggerezza dell'aria e l'intensit dell'acqua.
Alla fine dell'introduzione il vecchio si ferma, solleva gli occhi sul viso del ragazzo.
Tu suoni bene. Ma non sei soddisfatto e hai ragione a non esserlo, perch sei lontano, lontanissimo dal posto che devi raggiungere. Perch canti, ma non racconti.
Che volete dire, Maestro? Il testo? Devo migliorare l'espressione, devo...
Il vecchio ride,  rumore di carta vetrata su legno.
No, non solo il testo. Lo strumento, lo vedi? Lui racconta, e deve dire quello che dicono le parole della canzone. Non ti deve accompagnare, lo strumento: deve raccontare pure lui.
Ha le sue parole, commenta quello che dici tu, lo sottolinea. E canta per conto suo.
Il ragazzo ha paura anche di respirare, l'espressione uguale a un punto di domanda. Il vecchio ride ancora.
Tu la sai "Palomma 'e notte"? In realt lo sai che dice? La canzone che suona ogni sera, gli applausi, l'insoddisfazione dentro.
Forse no, Maestro. Forse non lo so.
Il vvecchio annuisce. Bravo. Bravo. Cos devi essere: umile. Tu sei un pezzo dello strumento, come le corde, come il legno di abete della cassa. Forse non lo so, ha detto. Hai sentito?
Parla con lo strumento, pensa il ragazzo. Ma che ci faccio, qui? Poi ricorda l'introduzione, e decide di restare fermo sullo sgabello.
Il vecchio parla come se raccontasse una favola a un bambino.
Lui tiene quarantacinque anni, lei ventisei. Gli scrive una lettera, dice che  innamorata di lui, innamorata pazza. Lui non sa che fare:  bella,  alta. Gentile. Gli piace assai. Ma lui, lui pensa di essere un vecchio. Pensa: non  il bene suo, questo amore. "Io" non sono il bene suo.
Glielo dice, ma lei continua: per me, decido io. Se non mi volete, me lo dovete dire: io non ti voglio. Ma lui la vuole, eccome se la vuole; quindi non gliela pu dire quella cosa, in coscienza. Ci pensa: come deve fare? E' sera e alla finestra, mentre entra un'aria calda e dolce come adesso, si avvicina una palummella, una falena, attirata dalla fiamma della sua candela insonne.
A questo serve, una canzone. Una canzone racconta una storia. Una canzone entra in una storia e la cambia. Lui scrive una poesia, va da un amico suo musicista. E glielo dice cos.
Il vecchio abbassa lo sguardo, accarezza lo strumento.
E canta, con una voce da giovane. Il ragazzo, mentre ascolta, pensa: no, non da giovane, da uomo. Un uomo di quarantacinque anni che parla a una ragazza.
Tiene mente 'sta palomma, comme ggira, comm'avota, comme torna n'ata vota 'sta ceroggena a tent!

Palumme', chist' nu lume, nun  rosa o giesummino, e tu a fforza cc vvicino te vuo' mettere a vul!

Vattenn' 'a Iloco!
Vattenne, pazzarella!
Va', palummella, e torna, e torna a 'st'aria accuss fresca e bella! 'O bb ca i' pure mm'abbaglio chianu chiano, e ca mm'abbrucio 'a mano pe' te ne vul cacci?
(Guarda questa falena, come gira, come svolazza,
come torna un'altra volta a tentare questa candela!
Farfallina, questo  un lume, non  rosa o gelsomino, e tu per forza qua vicino ti vuoi mettere a volare!
Vattene da l!
Vattene, pazza!
Va', farfallina, e torna, e torna a quest'aria cos fresca e bella! Lo vedi che anch'io mi abbaglio piano piano e che mi brucio la mano per volerti cacciare via?)

1.

Seduto davanti alla notte di settembre, Ricciardi contemplava la sua nuova solitudine.
Era una compagna diversa da quella che da sempre conosceva. La solitudine precedente era la consapevolezza di abitare una linea di confine; un luogo di follia e disperazione, pieno di grida di morte e di vita che vibravano solo per i suoi sensi disgraziati. La solitudine che aveva conosciuto dall'infanzia era un sottile, perenne malessere, un ricordo di dolore che riaffiorava in continuazione per spezzare la superficie di un'esistenza che non poteva essere normale.
Dalla finestra socchiusa entr un soffio d'aria che fece gonfiare le tende nel buio. Lontana, ma favorita dal silenzio, una voce cantava chiss quale canzone, facendo arrivare fin li incomprensibili suoni che la distanza privava dell'armonia. Settembre. La memoria del caldo, la promessa del fresco. Finestre aperte, finestre chiuse.
Eppure, pens Ricciardi, questa nuova compagna a confronto della precedente  come il mare rispetto a un lago.
Non dormiva pi di qualche ora a notte, ormai. Lui, che aveva sempre trovato in un sonno profondo il conforto e il nascondiglio dalle urla mute che gli risuonavano nella testa quando camminava tra morti e vivi, che molesti e insistenti gli frastornavano i sensi. Lui, che mai aveva tardato pi di qualche minuto ad addormentarsi, spegnendo le percezioni come se avesse girato un interruttore per cercare pace almeno nel tempo della notte.
Con gli occhi spalancati a fissare il soffitto, sperava di essere in un incubo e di potersi risvegliare in quel mondo che, se prima era un inferno, ora, lo capiva, poteva diventare perfino peggiore.
Rosa.
Rosa che gli sorride mentre canta una ninna nanna incomprensibile, in un dialetto cos antico da essere stato dimenticato.
Rosa che gli sente la febbre con le labbra sulla fronte, e corre a preparare un infuso di acetosella, cerfoglio e lattuga che  assai peggio del mal di gola.
Rosa che gira borbottando per la casa che dopo un po' non la senti pi, perch diventa un piacevole rumore di fondo.
Rosa che continua a mettere il sale nell'acqua con cui lava la biancheria perch non geli quando la stende ad asciugare, facendo finta di non sapere che qui in citt la temperatura non scende mai sotto lo zero, nemmeno nel pieno dell'inverno.
Rosa che lo prega, gli ingiunge, lo supplica e lo minaccia perch trovi una donna che pensi a lui quando lei non ci sar pi.
Scopriva adesso, Ricciardi, con immensa amarezza che non ci aveva mai creduto. Non aveva mai immaginato che la sua tata, l'unica vera madre di pelle e carne e coperte e cibo che aveva avuto, se ne sarebbe andata davvero in una notte di luglio, in quella stessa estate che adesso resisteva per non morire come ogni anno a settembre.
Perch non me lo hai detto che te ne saresti andata davvero? Perch non mi hai fatto capire che tutte quelle minacce nascondevano un malessere, qualcosa che andava al di l degli acciacchi piccoli e inutili che lamentavi dalla mattina alla sera per farti dire che no, non eri affatto vecchia?
E nemmeno ti vedo, ora, seduta sul letto vicino a me. Che ripeti ossessiva un messaggio di distacco, come tante anime morte che incontro per strada, nei giardini, nelle stanze e nei vicoli, che urlano e sussurrano il mezzo pensiero che la morte gli ha spezzato, che cantano la loro canzone di dolore. Un coro immenso per uno spettatore solo: la mia follia.
Te ne sei andata e basta.
Lo squarcio aperto dalla morte di Rosa nella sua vita, pens Ricciardi, non si sarebbe rimarginato mai. Avrebbe lasciato una cicatrice slabbrata, pronta a sanguinare ogni volta che una parola, un suono o uno sguardo gli avesse riportato l'infanzia e l'adolescenza agli occhi del ricordo. Un dolore sordo e pulsante, pronto a rinnovarsi ancora e ancora. Capiva adesso, lui che con la sofferenza aveva fatto amicizia fin da bambino, quanto fosse terribile da sopportare una perdita come quella.
Lo aiutava un po' la presenza di Nelide, la nipote di Rosa, cos simile a lei. Rosa aveva fatto appena in tempo a prepararla; un ultimo, straordinario regalo per far sentire di meno la sua assenza. A volte, di sottecchi e quand'era distratto, a Ricciardi pareva di percepire la presenza della stessa tata, per quanto fisicamente e nei comportamenti la ragazza le assomigliava; e tutto in casa era rimasto uguale, come se l'economia domestica fosse uno spartito ben noto da continuare a suonare.
Ma c'era di pi, riflett Ricciardi mentre guardava la notte di settembre scorrere verso l'alba. Ora era solo. Anche nei sogni pi assurdi, quelli che concedeva a s stesso nella stanza pi riposta della sua anima tormentata.
Attraverso il buio e senza vederla, gli occhi andarono a cercare la finestra del palazzo di fronte. Distava pochi metri, mezzo piano pi in basso. Dava su una cucina, per quello che poteva scorgere; una grande cucina dove una famiglia numerosa si riuniva per mangiare e dove, dopo aver rigovernato, una ragazza alta, con gli occhiali e un meraviglioso sorriso che sbocciava inaspettato, si sedeva a ricamare con la mano mancina.
Era rimasto a guardare quei lenti, metodici gesti per mesi e mesi; stagione dopo stagione, attraverso la pioggia che batteva sui vetri e nelle cocenti sere d'estate, il movimento della mano, l'inclinazione del capo, il bagliore della lampada sulle lenti di lei lo avevano ammaliato. Sicuro di non essere visto, al riparo dell'oscurit, si era innamorato della vita che sapeva di non poter avere. Ed era andato identificando con quella ragazza serena e dolcissima la speranza assurda della propria felicit.
Il germe di quel sogno aveva messo lentamente radici.
Chiss, magari un giorno avrebbe trovato la forza di condividere la sua terribile condizione di malato mentale. O forse l'amore, il doversi prendere cura di qualcuno, avrebbe messo la sordina all'urlo dei morti che incontrava a ogni angolo di strada. E il deserto in cui si costringeva a vivere non sarebbe pi stato una condanna definitiva.
La morte imminente di Rosa lo aveva spinto a un gesto disperato. Aveva raggiunto Enrica, che era scappata da lui per trovare un equilibrio fuori da quell'amore impossibile. L'aveva trovata perch il padre, superando per amore della figlia la riservatezza alla quale l'educazione e il carattere lo costringevano, gli aveva detto dov'era e che cosa sentiva nel cuore.
Ora la notte era arrivata a quell'attimo di assoluta sospensione che precede la luce. Era il momento in cui Ricciardi, sveglio e tormentato, sapeva di doversi confrontare senza difese con la propria solitudine. Il momento in cui doveva essere sincero con s stesso. Dalla finestra arriv la canzone lontana, resa pi chiara dal vento che ne trascinava il suono. Distinse qualche parola, era la voce di un uomo: in dialetto, ma comprensibile. Vattene, pazza. Va', farfallina, e torna, e torna a quest'aria cos fresca e bella.
L'aveva trovata, Enrica. L'aveva vista nella luce della luna, sotto le stelle. L'aveva vista vestita di bianco, pi bella e serena di quanto la ricordasse. Le avrebbe detto, se fosse stata sola, che Rosa se ne stava andando. Le avrebbe detto che gli dispiaceva tanto, per tutto. E che avrebbe voluto trovare un comune amico che li presentasse. E scriverle lettere sempre pi appassionate, e chiedere al padre di lei l'onore e il permesso di condurla al cinematografo, o a ballare. Se fosse stata sola, le avrebbe preso la mano e piangendo, forse, sarebbe riuscito a raccontarle il suo perenne dolore.
Ma non era sola.
Attraverso il buio i suoi occhi verdi e famelici avevano visto i capelli biondi di un uomo, le sue spalle larghe, il suo profilo avvicinarsi a quello di lei. Per un bacio.
Lo vedi che anch'io, disse la canzone lontana. Mi abbaglio piano piano. E che mi brucio la mano per volerti cacciare via?
Solo, pens Ricciardi. Solo senza nemmeno un sogno pazzo a farmi compagnia. Ma almeno tu sarai felice, amore mio. Avrai un marito che ti amer in modo completo e alla luce del sole, senza visioni di cadaveri che dicono parole misteriose vomitando sangue dalle bocche contorte. E avrai dei figli limpidi e sereni come non sarebbero stati i miei.
Si rese conto che cominciava a distinguere i contorni delle cose attorno a lui. La notte aveva perso la sua battaglia.
Si alz silenziosamente, per affrontare di nuovo quel terribile nemico che era la vita.

2.


Cantano. Che hanno da cantare, chi lo sa. Forse cantano per non impazzire, e cos fanno impazzire gli altri.
E quest'aria, la stessa aria di fuori. Sembra impossibile. Mi ricordo questo tempo, settembre, che tornavamo dalla villeggiatura e pap mi consolava perch non avrei visto Bianchino, il mio puledro, fino a quando non mi ci avessero ricondotto di nuovo. Maledetto Bianchino. Maledetto, perch  da te che mi  venuta la passione per i cavalli.
Notte, aria dolce e canzoni. Una volta mi bastavano per essere felice. No, non  vero, non mi bastavano: mi serviva quell'ansia allegra, quell'attimo di dolorosa aspettativa. Perch  quello, il gioco: l'attimo dell'attesa. Meglio del vino, meglio dell'oppio, meglio di due puttane insieme. Quando quattro cavalli fanno l'ultima curva e si presentano sul rettilineo, testa contro testa, bava alla bocca, schiuma sul manto. O quando i dadi rotolano irregolari, saltando e inclinandosi: su una faccia la fortuna e sull'altra la disgrazia. Quando la pallina gira cercando il numero giusto, che sfiora e manca per depositarsi sulla casellina sbagliata. Quando ti consegnano una coppia di carte e tu ne sollevi un angolo, il cuore in gola.
Quattro passi per due, e quale sar l'altezza? Tre metri, forse nemmeno. E questa finestra infima, con un muro davanti e un pezzo di cielo senza stelle. Pure le stelle hanno vergogna di affacciarsi. Pure loro hanno paura di impazzire, a guardare qui dentro. E questo canta, canta, e nessuno che urli sta' zitto.
Amore, amore. Mio grande, dolcissimo amore. Chiss se sei sveglia, adesso. Chiss se mi pensi, se capisci quello che ho fatto per te. Chiss se la luna ti accarezza il profilo, se assaggia la tua pelle.
Io ho sbagliato, e pago. Cos , no? Ho pagato tutto quello che dovevo pagare. Ogni volta che ho perso, ho pagato. Con soldi, case, patrimonio. Ho pagato servi, carrozza, automobile. Ho pagato rispetto, onore. Ho pagato il nome, perfino. Ho causato dolore, e ne causo, e altro ne causer. Mia madre  morta di vergogna. Eppure so che, se ne avessi l'occasione, mi fermerei di nuovo a veder rotolare i dadi, e punterei, e vincerei dieci per perdere mille.
Notte, notte di settembre. Quando passi? E quando smette di cantare, questo pover'uomo?
Sbarre. Sbarre alla finestra, sbarre alla porta. Sbarre per lasciar passare aria, ma non persone. Sbarre per tenere lontana la libert.
Dormire, dovrei. Dormire senza sognare. Se ne avessi avuto la forza sarei morto allora, quando ho capito che non c'era ritorno. Invece di causare la morte. Maledetto, io ti odio ancora. E ti vorrei morto ancora, altre cento volte, e altre cento volte lo direi che ti volevo morto, bestia vigliacca, malnato bastardo venuto dalla melma. Ma era meglio che fossi morto io, al tuo posto, e ben prima.
Perch quelli come me, sai, sono inadeguati alla vita. Siamo gente che non  preparata alla rovina. Mentre tu, maledetto, avresti saputo muoverti bene nel fango dal quale eri venuto, tu che sei figlio e nipote di nessuno, mentre io posso risalire a dieci generazioni prima della mia. E stanotte li vedo tutti, i miei antenati, che mi aspettano per dirmi in faccia quello che pensano di me, che ho venduto il loro nome. Stanotte che non ho niente da bere, qui dentro, che non posso ubriacarmi per dormire e non pensare, o anche solo per non ascoltare questa maledetta canzone.
Io, il conte Romualdo Palmieri di Roccaspina. Io, che possedevo le terre di un re. Io, che quando sono nato ho ricevuto tre giorni di visite ininterrotte e pi argento e oro in regalo di un principe, e che tutto mi sono giocato fino all'ultimo grammo, senza piet.
Meglio sarebbe stato se fossi morto in quelle fasce. Prima di te, maledetto usuraio vile e merdoso, che invece non hai mai tentato la sorte perch la costringevi a fare quello che volevi tu. Eppure anche stanotte, mentre questo cielo senza stelle da nero diventa latte, prima che l'alba arrivi di nuovo sulla mia rovina, non riesco ad augurarmi di non averti mai incontrato.
Dio, quando smette questa canzone? Questa canzone d'amore che mi devasta.

L'ultima notte. Ha deciso che  l'ultima notte che trascorre sveglia ad aspettare l'alba. L'ultima notte, senza sapere il perch.
Se lo  chiesta mille volte, forse diecimila in questi tre mesi. Perch l'ha fatto? Per quale motivo?
D'accordo,  malato;  instabile, squilibrato. Decine di notti lei ha passato in giro per sordidi vicoli, cercandolo presso indirizzi scribacchiati sul retro di biglietti del lotto, con l'inchiostro sbavato dalle lacrime e dalla pioggia. Decine di notti in piedi, nell'ombra, nascondendosi alla vista di individui sporchi e bavosi, per assicurarsi che non trovasse la morte con un coltello nella pancia, coinvolto in una lite tra ubriachi. Notti terribili, che ancora adesso le lasciano addosso un tremore di febbre e paura, e che tuttavia erano meno atroci di queste, tormentate dal dubbio.
Perch lei sa che lui  innocente.
Lei sa che lui quella notte dormiva nel suo letto, nell'altra stanza a pochi metri da lei. Il solito, inquieto sonno pieno di fantasmi e vino, a rigirarsi in preda a chiss quali mostri generati dalla coscienza e dalla paura del sole che sarebbe sorto l'indomani.
Lei sa che se il sangue  stato sparso quella notte, non  stata la mano di lui a spargerlo.
Lei sa che un uomo, ancorch folle, ancorch malato, ancorch vile e bugiardo, non  il diavolo in persona e non pu trovarsi contemporaneamente in due luoghi diversi.
E allora ha deciso che questa  l'ultima notte che passa senza fare qualcosa per scoprire la verit. Per sapere perch lui ha detto di averlo fatto.
Si gira di nuovo verso il balcone socchiuso. Le tende hanno un fremito, nell'ultimo colpo di vento della notte. Ormai l'alba sta arrivando.
Sa bene cosa fare. Lo ha deciso da giorni, da settimane. Si trattava solo di trovare un po' di coraggio, e quest'ultima notte insonne glielo ha regalato.
Ricorda bene il nome di quell'uomo. Strano, perch di solito non ha buona memoria per i nomi. Eppure il suo nome se lo ricorda bene, anche se il volto  legato a un altro momento di paura e di furore.
Ma soprattutto, di quell'uomo, ricorda lo sguardo.
E la piet che aveva letto in fondo a quegli incredibili occhi verdi.

3.

Il brigadiere Raffaele Maione era preoccupato.
Quando la sera prima, a letto, lo aveva detto a sua moglie Lucia, lei con un sorriso gli aveva risposto, tu sei sempre preoccupato. Se non lo sei per i soldi a fine mese, lo sei per il lavoro. O per il tale figlio, o per l'altro, o per me. Tu ti preoccupi sempre, e quando non ti preoccupi sei in pensiero per il fatto di non preoccuparti di niente. E la natura tua, sei fatto cos.
In effetti, il brigadiere doveva ammettere di avere un carattere apprensivo; e d'altra parte avrebbe voluto vedere chiunque al suo posto, coi pericoli che il mestiere gli metteva sotto gli occhi e cinque figli di varia et pi Benedetta, che ormai era pi figlia dei figli e viveva con loro da quasi un anno. Il mondo non era un posto sicuro, e tantomeno lo era quella citt.
Certe volte non capiva come facesse, Lucia, a starsene tranquilla coi tempi che correvano, coi fascisti che non perdevano occasione di far vedere che comandavano loro, a colpi di mazza e calci con quegli orribili stivaloni. E s che la perdita terribile che avevano subito con la morte di Luca, il primogenito, avrebbe dovuto aumentare la sua paura. E invece gli diceva, prendendolo in giro, che non si poteva nemmeno carcerarli, i ragazzi, e non fargli avere amici. In fondo, gli ricordava, loro due si erano conosciuti per strada, no?
Maione, per, proprio non ci riusciva a stare tranquillo. Se voleva bene a qualcuno, e immaginava che questo qualcuno stesse male o si trovasse in pericolo, si agitava e faceva di tutto per proteggerlo. Era nella sua natura di uomo e di padre.
E adesso era preoccupato, molto preoccupato.
Era preoccupato per Ricciardi.
In questura nessuno condivideva la sua ansia, lo sapeva. Il commissario non era affatto ben visto dai colleghi, e nemmeno dai superiori e dai sottoposti. Non perch fosse arrogante o prevaricatore, n incline all'insubordinazione o esageratamente reattivo. Non era indisciplinato, ed era tutt'altro che un lavativo; eppure qualcosa nel suo carattere lo rendeva inviso a tutti. Troppo schivo e silenzioso, mai allegro, mai in confidenza piena con qualcuno; in quella citt retrograda e superstiziosa si era fatta strada l'idea che si portasse addosso una specie di malocchio, e la gente lo fuggiva come la peste.
Le sue qualit, come venire a capo dei casi pi intricati, non mancare mai un giorno di lavoro, addossarsi i compiti pi gravosi e non lamentarsi dei turni maggiormente disagiati, invece di attirargli la benevolenza altrui gli conferivano un che di poco umano che accentuava la distanza coi colleghi. Solo Maione gli tributava una devozione assoluta e un imbarazzato, ruvido affetto. Sotto quella scorza e al di l di quei silenzi il brigadiere aveva sempre percepito una profonda sensibilit e il sordo riflesso di un costante, umanissimo dolore. Era stato Ricciardi che, senza risparmiarsi come se si fosse trattato di una perdita propria, aveva condotto le indagini sull'assassinio di suo figlio Luca, e questo il brigadiere non l'avrebbe mai dimenticato; anche se in seguito si era reso conto che ogni singola morte violenta era percepita dal commissario come una ferita personale, incancellabile.

Questo pi di tutto gli piaceva in quell'uomo magro, senza cappello e dagli occhi verdi: un'umanit silenziosa che non necessitava di pianto e urla e manifestazioni esagerate com'era nello spirito e nei comportamenti della citt. Ricciardi sapeva soffrire, e indirizzava la forza della propria sofferenza verso indagini caparbie, profonde e continue che inevitabilmente lo portavano alla soluzione dei delitti; e ci nella consapevolezza, condivisa appieno da Maione, che scoprire un assassino non significava, purtroppo, riportare in vita la vittima.
Ma ora, era evidente, qualcosa dentro di lui si era spezzato. La morte della signora Rosa, la tata che era stata da sempre tutta la sua famiglia, aveva rappresentato una perdita devastante, e questo, pensava il brigadiere, era comprensibile. Nessuno pi di lui sapeva dare il giusto peso alla famiglia nella vita di un uomo, ancorch chiuso e riservato come il commissario.
Era stato al suo fianco quando si era trattato di sbrigare le formalit per il trasferimento della salma a Fortino, il paese del Cilento del quale la donna e lo stesso Ricciardi erano originari, e lo aveva accompagnato al treno in uno strano, minuscolo corteo con la nipote di Rosa, Nelide, tanto simile alla zia, il dottor Modo con l'inseparabile cane senza guinzaglio che lo seguiva come un'ombra e la sagoma scura della macchina della vedova Vezzi. Ricordava quel giorno caldissimo, con un sole infernale che non risparmiava nulla. L'aria rovente sembrava ferma, era difficile pure respirare.
Il dottor Modo gli aveva detto che la povera Rosa non aveva sofferto, passando dal sonno alla morte con serenit, vegliata da Nelide che per tutto il tempo non si era mossa di un centimetro dal capezzale dell'anziana. Il medico era affascinato dalla forza silenziosa di quella ragazza solida e brutta. La fronte in permanenza aggrondata e il grosso naso a sormontare una bruna peluria sul labbro, si esprimeva solo per secchi proverbi, a denti stretti, eppure mostrava una dedizione assoluta che alla morte della zia si era trasferita interamente su Ricciardi.
Anche il commissario era stato vicino alla vecchia tata, salvo una breve assenza la sera della morte, e tuttavia non era mai venuto meno al proprio dovere. Maione lo aveva affiancato nella soluzione del caso del professore precipitato dalla finestra del suo studio al policlinico, e non aveva rilevato cadute della proverbiale attenzione che Ricciardi dedicava sempre alle indagini, sebbene fosse evidente l'immenso peso che gli opprimeva il cuore.
Quando era rientrato dal Cilento insieme a Nelide, di fronte alle educate domande del brigadiere aveva tagliato corto, dicendo che adesso Rosa riposava vicino a sua madre e che tutto era stato sistemato; ma Maione sentiva che qualcosa in lui era cambiato.
Era sempre stato un uomo cupo e di pochissime parole, che si concedeva al massimo qualche tagliente, improvvisa ironia. Ora, per, in quegli occhi fissi nel vuoto e nell'espressione vacua c'era una solitudine nuova; un silenzio senza speranza. Metteva i brividi, Ricciardi, da quando era rientrato in servizio.
N il lavoro era di aiuto. Al di l di qualche furto, di alcune rapine con ferimento e di una rissa al porto con un paio di ricoveri in ospedale, non era infatti successo niente di rilevante, e Maione non aveva potuto contare su un'indagine difficile per distrarre il commissario.
Il brigadiere, un po' confusamente, era in ansia per la salute mentale di Ricciardi, e si chiedeva addirittura se ci fosse da temere un possibile gesto autolesionista del commissario. Cos trovava ogni scusa per entrare nel suo ufficio: una volta gli portava il terribile surrogato di caff che preparavano nello stanzone delle guardie, un'altra andava a riferirgli pettegolezzi che il superiore commentava, al pi, con un distratto mezzo sorriso.
Aveva notato che non andava nemmeno pi a mangiare frettolosamente al Gambrinus nell'intervallo del pranzo, com'era sua abitudine, e che la sera si attardava per non tornare a casa. Brutto segno, aveva detto a Lucia, gran brutto segno. Lei per lo aveva rassicurato. E un momento particolare. Passer. Passa sempre. La moglie non ne aveva parlato, ma il fantasma dei due anni di silenzio che c'erano stati fra loro dopo la morte di Luca le aveva accarezzato il volto con la sua ala fredda.
Proprio per questo appena arrivato in questura Maione si catapult su per le scale: voleva assicurarsi che il commissario fosse alla sua scrivania e che stesse bene.
E fu sorpreso quando si accorse che, nonostante l'ora, sulla panca nel corridoio c'era gi qualcuno che attendeva di entrare.

4.

Ricciardi sent bussare alla porta dell'ufficio. A quell'ora non poteva essere che Maione. Sospir e disse di entrare.
Negli ultimi giorni il brigadiere era diventato un po' fastidioso. Le scuse che inventava per controllare se stesse bene erano decisamente futili, e lui era meno tollerante del solito. Si rendeva conto dell'affetto di Maione e a suo modo lo ricambiava con pienezza, ma aveva bisogno di starsene da solo, a pensare. A ricordare. Il lavoro non lo confortava e la presenza di altre persone, anche quelle poche nei confronti delle quali provava amicizia, gli era solo di disturbo. Non sapeva come far comprendere questo sentimento senza risultare offensivo, ma se il brigadiere continuava cos, avrebbe dovuto essere chiaro al di l di ogni benevolenza.
Maione entr e si chiuse la porta alle spalle.
- Commissa', buongiorno. Come vi sentite, stamattina? Avete mangiato qualcosa, s?
Ricciardi alz lo sguardo dal verbale della rissa al porto.
- S, Maione, stai tranquillo. Nelide pensa a tutto, stamattina alle cinque gi era pronta con la colazione. Magnanno ven'a famme, ha detto. Qualsiasi cosa significhi.
Maione ridacchi, scuotendo il capo.
- Saggezza popolare, commissa'. E fantastica, quella ragazza.
Ricciardi annu.
- Quindi non ti devi preoccupare, il mio stomaco  in buone mani.
- Come dite voi, commissa'. Comunque dovete essere arrivato presto assai, perch qua fuori ci sta una persona che dice che  entrata tre quarti d'ora fa, ma vi sta ancora aspettando. Siccome mo' sono le otto e voi non l'avete incrociata, significa che siete in ufficio dalle sette, almeno.
Ricciardi sbuff:
- Bravo, Raffaele. Sembri un poliziotto, certe volte. E chi  questa persona?
Maione allarg le braccia.
- Una signora, commissa'. Tiene una veletta e non mi ha detto il nome, vuole parlare solo con voi. La faccio entrare?
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- E che vogliamo fare, la teniamo qua al posto dell'usciere? Falla passare, certo.
Maione usc e rientr, precedendo la donna con la veletta. Era alta e sottile e reggeva una borsetta tra le mani guantate. Vestiva di nero con un soprabito leggero di buona fattura ma corto, non coerente con l'abito lungo, un po' fuori moda.
Fece un passo avanti, incerto, e si ferm subito dopo la soglia.
Ricciardi si alz, restando dietro la scrivania. Accenn con la mano alle sedie davanti al tavolo.
- Prego. Accomodatevi. Avete chiesto di me, mi pare.
Il tono era stato un po' brusco: non gli piaceva la gente che nascondeva il volto. La donna raddrizz le spalle e si avvicin, senza per prendere posto. Gir lievemente il capo verso Maione, che era rimasto in disparte in attesa di essere congedato, ma Ricciardi non volle accogliere il discreto invito dell'ospite a rimanere da soli.
- Il brigadiere Maione, che avete gi incontrato, collabora con me nel lavoro d'ufficio. Potete parlare davanti a lui.
Ci fu un attimo di esitazione. La donna riflett se non fosse il caso di andarsene, poi prese una decisione e si sedette. Appoggi la borsa in grembo e sollev la veletta mostrando finalmente il viso.
Ricciardi ebbe l'immediata certezza di averla gi vista. I lineamenti raffinati, con un minuscolo naso all'ins e il labbro superiore lievemente sollevato sui denti bianchissimi. Gli occhi fieri allungati, calmi e decisi, con ciglia folte. Il colore stranissimo e notevole delle iridi, un azzurro carico tendente al viola. Ricciardi valut che potesse essere vicino ai trent'anni, anche se l'espressione tradiva una sofferenza che la faceva sembrare pi vecchia. Pur essendo pallida e senza trucco, era decisamente molto bella.
Poich non pareva che la visitatrice volesse rompere il silenzio, Maione disse:
- Signora, questo  appunto il commissario Ricciardi, di cui avete chiesto. Voi siete?
La donna rispose senza distogliere gli occhi da quelli di Ricciardi, che era rimasto in piedi:
- Io sono Bianca Palmieri di Roccaspina. La contessa di Roccaspina.
Senza volerlo il commissario lanci uno sguardo ai guanti consumati che mostravano la trama e alla borsetta di raso che aveva un rammendo nella parte inferiore. Anche il vestito e le scarpe non erano in migliori condizioni. La contessa se ne accorse e strinse le labbra, ferita suo malgrado. Negli occhi viola della donna pass un lampo di fierezza e malinconia.
Ricciardi si sedette.
- Ditemi pure, contessa. A che debbo la vostra visita?
Bianca sussurr:
- Non ricordate, commissario? Noi ci siamo gi incontrati. E stato due anni fa.
Ricciardi aggrott la fronte nello sforzo di richiamare alla mente le circostanze dell'incontro, ma non gli veniva in mente niente di preciso. All'improvviso un lampo di coscienza gli illumin la mente.
- Ah, certo, adesso ricordo. L'omicidio Rummolo. Il veggente. Sono stato a casa da voi, per vostro marito. E' cos?
- E come no, 'o Cecato, - intervenne Maione. - Ci andaste solo voi a interrogare il conte, commissa'. Era di domenica, vi ricordate? Si rivolt il quartiere.
Era stato ucciso un cieco, un assistito, come venivano chiamati, uno che dava i numeri per il lotto. Il conte di Roccaspina era stato l'ultimo a fare visita alla vittima ed era perci tra i sospettati. Ma non si era rivelata una questione di denaro, quella volta. Si era trattato d'amore. Un caso risolto in fretta, lo stesso giorno e sul posto. Magari succedesse sempre cos, pens Ricciardi, e gli torn alla mente l'immagine del conte, un uomo ancora giovane divorato dalla febbre del gioco, gli occhi arrossati, scarmigliato, un bastone da passeggio al quale si aggrappava come un naufrago a una trave in mare aperto. Una figura lisa e malandata, simile a quella della donna che aveva davanti, ma senza la medesima fierezza, senza lo stesso orgoglio.
La contessa annu, calma.
- S, commissario. Proprio cos. Una delle frequentazioni abituali del mio consorte, direi. Una grave perdita, non credete? Ma  stato prontamente sostituito, sia chiaro: prima c' stato un gobbo, poi una zoppa. Anzi prima ancora, addirittura, una bambina col vaiolo. Che citt assurda.
La voce era ben modulata, senza alcuna inflessione, ma si avvertiva con chiarezza un sottofondo di rabbia, una malevolenza incancrenita. Ricciardi andava man mano ricordando l'incontro: il conte non c'era, era arrivato dopo, e la donna aveva ricevuto il commissario nel salotto spoglio di un palazzo in evidente decadenza.
Il vestito, not con un senso di immotivato disagio, gli sembrava lo stesso.
- Ora che ci siamo riconosciuti, contessa, volete dirmi cosa posso fare per voi?
Bianca tacque, continuando a fissare Ricciardi. Non erano in molti quelli capaci di tenere lo sguardo verde del commissario e di non abbassare gli occhi, ma lei sembrava riuscirci senza difficolt.
Tolse il cappello con un gesto lento di entrambe le mani. I capelli, raccolti in una crocchia, erano di un biondo molto carico, con riflessi di rame. Il collo bianco e lungo aveva l'unico ornamento di un nastro di raso nero chiuso da una spilla che sembrava d'argento. Non portava orecchini.
Maione tossicchi, imbarazzato.
- Commissa', se permettete io vado a vedere l'ordine delle guardie, cos gli faccio cominciare la giornata.
- No, Maione, - rispose lui senza guardarlo. - Ci puoi andare dopo. Adesso sentiamo che ha da dirci la contessa.
Non voleva dare alla donna la soddisfazione di un colloquio riservato. Molti, in quella citt, ritenevano che possedere un titolo nobiliare fosse sufficiente per impartire ordini e per avere la certezza di vederli eseguiti senza discussioni, e proprio questa convinzione per Ricciardi, il barone di Malomonte, era sufficiente per non riconoscere a nessuno un tale diritto.
La contessa di Roccaspina strinse la mascella in un guizzo di contenuto malumore, poi si rassegn.
- Sono qui per mio marito. E stato arrestato.
Ricciardi inarc le sopracciglia.
- Ah, s? E come mai? Qualcosa inerente l'abitudine al gioco, immagino.
Maione si chiese che cosa inducesse Ricciardi a essere cos inutilmente sgarbato. La donna, tuttavia, non diede segno di rilevare l'ironia. Il tono con cui rispose fu, almeno all'apparenza, asettico.
- No. Omicidio.
La parola cadde nella stanza come una pietra in uno stagno. Ci fu un attimo di silenzio, poi il tono di Ricciardi si fece decisamente pi gentile.
- Mi dispiace, contessa. Ma dovete aver sbagliato ufficio, io non mi sto occupando di nessun caso che...
La donna alz la mano guantata, interrompendolo.
- Non  una cosa recente. Mio marito  stato arrestato nei primi giorni dello scorso giugno. Pi di tre mesi fa.
Ricciardi scambi uno sguardo con Maione, che si strinse nelle spalle.
- Contessa, penso che sia una questione di avvocati e non pi di polizia, se  passato tanto tempo. Le indagini...
Bianca fece un malinconico sorriso e scosse il capo.
- Le indagini non ci sono praticamente state, commissario. Mio marito  stato arrestato subito, pur non essendo stato trovato sul luogo del delitto.
- Ma non  possibile, contessa! Le indagini ci sono sempre, sono sicuro che...
- Le indagini non ci sono state, vi dico. E per il semplice motivo che mio marito ha confessato di essere il colpevole.

5.

Livia si sporse in avanti e disse ad Arturo, l'autista, di fermarsi all'angolo per lasciarla scendere. Aveva voglia di fare due passi, la giornata era troppo bella.
L'uomo esit e protest debolmente, il che fece ridere la donna. La divertiva molto che gli abitanti avessero della loro citt una percezione lontana dalla realt. A sentire Arturo e Clara, la domestica, avrebbe dovuto girare sotto scorta per quanti malintenzionati, ladri, borseggiatori e uomini violenti l'avrebbero assalita lungo la via, anche in pieno giorno e in strade frequentatissime come quella.
Di rado invece si era sentita al sicuro come l. Certo, la gente era un po' invadente e non ti lasciava stare per conto tuo, ma era simpatica, affettuosa, ed era impossibile sentirsi soli.
Per lei significava molto, non sentirsi sola. Proprio la solitudine era stata il marchio della sua vita per molti anni, anche quando era ancora vivo il marito. Anzi, soprattutto quando era ancora vivo il marito: il grande Arnaldo Vezzi, il tenore preferito dal duce; il cantante che era stato definito la Voce di Dio da un celebre critico musicale americano, dopo un memorabile concerto a New York; il porco traditore, morto ammazzato in un camerino del San Carlo per mano di una donna sedotta e gettata via.
E sola era stata anche dopo, al centro di una vita romana fatua e vuota, finch non aveva deciso di seguire il cuore trasferendosi in quella strana, canterina citt fatta di luce e di ombre.
Si ferm un momento, inspirando a pieni polmoni l'aria profumata che saliva dal mare. Si era ormai entrati nell'ultima decade di settembre, ma il tempo non accennava a peggiorare. Sua madre, al telefono, le aveva detto che nelle Marche pioveva a dirotto. E la sera prima, in un cinegiornale, aveva visto una recentissima manifestazione fascista nella capitale in cui le signore portavano il soprabito. L, invece, anche nelle prime ore del giorno ci si poteva tranquillamente godere un sole caldo e gentile che accarezzava la pelle.
Al lato della strada, in piedi nei pressi di due sporte piene, c'era un ragazzo che proponeva ai passanti e alle donne che abitavano negli alti palazzi della via la propria merce: grappoli pieni di un'uva dai chicchi giganteschi. E oro e nun  uva, chesta!, gridava a pieni polmoni: Uh, quant' bella,  oro,  oro!
Era un bellissimo giovane, pareva uscito da una gouache di cinquant'anni prima, di quelle che Livia ammirava alle pareti dei salotti che talvolta frequentava. I capelli neri e ricci, il camiciotto aperto su un torace abbronzato e irsuto, i pantaloni a mezza gamba e i piedi scalzi; gli occhi ridenti, la voce piena e stentorea. Da molti balconi si affacciavano le domestiche che, facendo le mosse di piegare biancheria al sole, lo guardavano rapite.
Livia entr nel suo campo visivo mentre alzava un grappolo verso il sole per mostrarne il colore. Il giovane ferm il gesto e l'urlo di proposta a met, poi si port teatralmente una mano al petto fingendosi fulminato dall'apparire di tanta bellezza.
- Uh, madonna santa, signo', ma siete vera o so' io che sto sognando? No, perch se  cos non mi voglio svegliare mai pi!
Suo malgrado Livia sorrise per la spontaneit del complimento. Era abituata ad attirare gli sguardi degli uomini, ma era raro che qualcuno si lasciasse andare a una galanteria cos istintiva.
- Aspettate, signo', fermatevi un attimo. Splendete cos tanto che, con voi qua, l'uva mia sembra veramente d'oro. Se rimanete non mi devo spostare per seguire il sole, stamattina!
Un paio di passanti scoppiarono a ridere, e Livia si un a loro. Prese qualche moneta dalla borsa e fece per allungarla al ragazzo, che di rimando estrasse dalla sporta pi vicina un grappolo d'uva sontuoso.
- Signo', vi prego, assaggiatela: cos la bellezza vostra si mischia a tutto il resto dell'uva, la vendo in dieci minuti e me ne vado da Rosetta mia a fare l'amore per tutta la giornata!
Un uomo anziano, a qualche metro di distanza, inforc un monocolo e lo rimprover.
- U, giuvino', piano con l'impertinenza!" Signo', scusatelo. Voi siete sicuramente forestiera e non siete abituata, qua i ragazzi si fanno un po' prendere la mano.
Lei invece rideva, senza riuscire a trattenersi. Prese un solo chicco dal grappolo che il giovane le porgeva e lo mise in bocca con un po' di civetteria; poi salut con la mano guantata e riprese il cammino, consapevole di avere diverse paia d'occhi attaccate alla schiena. Il venditore finse uno svenimento e si accasci al suolo, attirandosi le risate un po' invidiose del piccolo pubblico di domestiche dalla tribuna dei balconi, mentre l'anziano censore, in memoria della giovent perduta, esal un sospiro rapito indirizzato all'ondeggiante bacino di Livia.
Girato l'angolo, la donna si diresse verso un piccolo caff. Di recente le modalit con le quali incontrava Falco erano cambiate. Fino a tre mesi prima doveva mettere un foglio bianco in una busta e consegnarla a un anonimo indirizzo non lontano da casa, a un portinaio dall'espressione di pietra che non pronunciava neanche una parola; e dopo qualche ora quell'uomo votato a proteggerla si materializzava davanti a lei come se fosse stato in perenne attesa di una sua chiamata. Ora invece Livia lasciava un biglietto da visita alla cassa di quel caff e la mattina successiva andava a sedersi a un tavolino sapendo che dopo pochi istanti lo avrebbe incontrato.
Prese posto all'interno. Il sole ormai alto ben consentiva di rimanere fuori, ma le circostanze consigliavano discrezione. Prima che potesse ordinare e senza aver sentito il minimo rumore, intu la presenza di Falco in piedi alle sue spalle. Sorrise e indic con un cenno del capo la sedia libera.
L'uomo si sedette, al solito silenzioso e anonimo. Livia lo scrut, attenta. Di statura media, i capelli brizzolati e radi pettinati all'indietro, un gessato grigio a doppio petto e un cappello in tinta, il soprabito beige leggero appoggiato sull'avambraccio, le scarpe bicolori e le calze bianche, il sottile bastone da passeggio. Aveva la capacit di essere pressoch invisibile, in tutto e per tutto uguale a decine di finanzieri, professionisti e perdigiorno che si attardavano per le strade sotto il sole, nelle sartorie a scegliere il tessuto per le camicie, davanti ai teatri per qualche matine o nelle anticamere dei bordelli d'alto bordo.
Falco per era altro. Era ben altro.
- Buongiorno, signora. Stamattina siete ancora pi bella del solito, e di solito siete bellissima. A che devo il privilegio di vedervi?
Livia sorrise, senza allegria. Ogni volta la presenza di Falco le comunicava un sottile disagio. Per carit, era sempre sommesso e galante; e aveva scoperto che possedeva una sensibilit artistica e culturale di elevato profilo. Non molto tempo prima, quando aveva deciso di cantare di nuovo in pubblico, lo aveva scorto che l'applaudiva rapito, col viso stravolto dalla commozione: salvo poi scomparire in modo cos veloce da farle dubitare di averlo realmente veduto.
A darle disagio era che Falco (e nemmeno sapeva se quello fosse il nome, il cognome o nessuno dei due) appartenesse a un'organizzazione governativa non nota pubblicamente, anzi molto, molto segreta. Che gli fosse stato affidato il compito di proteggerla e assisterla da qualcuno in alto, ai massimi vertici del partito, in quanto amica personale della figlia del duce. Che l'uomo assolvesse al compito con uno zelo eccessivo, tanto che spesso gli sembrava di distinguerne la sagoma per strada o a teatro o al cinematografo, per non parlare dei saloni dove si svolgevano i ricevimenti pi esclusivi ai quali partecipava.
Tuttavia doveva riconoscergli il dono della discrezione, oltre a quello dell'invisibilit; nessuno si accorgeva mai di lui.
Attese che il cameriere prendesse l'ordinazione, poi disse:
- E un po' che non vi vedo, Falco. O che credo di non vedervi, dovrei dire. Evidentemente ho fatto la brava.
L'uomo le indirizz un fugace sorriso.
- Non abbastanza, signora. D'altronde voi non sareste voi e io non avrei il graditissimo compito di osservarvi, se foste troppo brava. Ma, come sapete, sappiamo tenerci nell'ombra.
Livia strinse le labbra.
- Secondo me millantate un ruolo che non avete. Non capisco da che cosa dovreste proteggermi.
Falco rivolse lo sguardo alla strada; una piccola squadra di scugnizzi scalzi si divertiva a tirare le gonne alle donne che passavano, scansandone poi gli scapaccioni.
- Proteggervi da che, mi chiedete. La domanda avrebbe diritto a una risposta articolata che nemmeno posso darvi con completezza. Da questa citt, anzitutto. Che  un posto abbastanza pericoloso.
La donna sbuff.
- Anche voi con questa storia della citt pericolosa. A volte penso sia una scusa un po' banale per procurarsi il diritto di mettere il naso nella vita altrui. Sono qui ormai da un anno e non credo di aver mai corso un rischio peggiore di un paio di fischi al mio passaggio.
Falco per un poco tacque. Poi, senza distogliere lo sguardo dagli scugnizzi, disse a bassa voce:
- L'altro ieri siete uscita dal teatro alle ventidue e quattordici. La macchina con l'autista vi attendeva, al solito, all'angolo di via Madonna delle Grazie, a pochi metri dall'ingresso, ma voi avete detto ad Arturo che volevate camminare perch la serata era troppo bella.
Livia prov l'abituale stretta alla gola per l'oppressione del controllo.
- Questo sfoggio d'informazioni dice solo che mi seguite in modo maniacale, - sibil. - Ho idea che il maggior pericolo per me venga proprio da voi!
Come se non avesse sentito, Falco continu nello stesso tono:
- Hanno cominciato a seguirvi quando hanno visto che non prendevate la macchina. Erano in due, li conosciamo. Uno si accosta con un coltello, l'altro afferra borsa e gioielli. Sono molto veloci, ma qualche volta si prendono lo sfizio di portarsi le signore in un androne e di approfittarne: uno tiene la mano sulla bocca della vittima e l'altro...
l'altro fa quello che deve fare. Io non ero di turno, se no sarei intervenuto prima. I miei... i miei amici hanno invece aspettato che si muovessero, per avere la certezza delle loro intenzioni. Non siamo giustizieri.
In strada, come uno stormo di passeri, gli scugnizzi si dileguarono di colpo scappando in direzioni diverse. Dopo un attimo comparvero due guardie che passeggiavano con le mani in tasca e le cravatte allentate, chiacchierando.
- Perch dovrei credervi? - mormor Livia. - Io non ho sentito niente, nessuno mi ha avvicinato durante la passeggiata e sono arrivata a casa sana e salva.
Falco fece una smorfia.
- Non mi dovete credere per forza. A me basta sapere che questi due signori non vi daranno mai pi fastidio, e probabilmente quando e se guariranno penseranno a trovarsi un altro modo per guadagnarsi da vivere. Ma non sono i soli, fidatevi di me. Almeno per questo, fidatevi di me.
Livia rabbrivid e addolc il tono.
- So che fate il vostro dovere, non ho dubbi. E vi ringrazio.
Falco riport l'attenzione su di lei e i suoi occhi si illuminarono un istante. Un raggio di sole penetrava dalla porta del caff e colpiva l'abito di Livia, di cui ammir l'estrema eleganza. Un tailleur blu elettrico, stretto intorno alla vita sottile da una cintura in vitello, guanti traforati della medesima tinta, una camicetta color albicocca il cui collo terminava in un'ampia sciarpa che si appoggiava morbida sulla giacca. Il piccolo cappello in raso, dello stesso blu, era guarnito da una grande camelia che richiamava la camicetta.
L'uomo riflett su quanto fosse incantevole e su come fosse difficile mantenere il distacco professionale che la sua funzione richiedeva. Annu, fingendo di aver scordato l'attacco precedente.
- Cosa posso fare per voi, signora? Al solito, la vostra chiamata mi delizia da un lato e mi preoccupa dall'altro. Avete qualcosa in mente?
Livia scoppi a ridere, attirando un paio di sguardi curiosi da parte di alcune signore che prendevano un t a un tavolo poco distante. Si ricompose e disse:
- Immagino la vostra preoccupazione, Falco. Vero, ho qualcosa in mente, e non mi  facile dirvi cosa, si tratta di una richiesta che vi sembrer... bizzarra, forse. Ho a lungo riflettuto se fosse il caso di disturbarvi. Ma voi riuscirete in brevissimo tempo a raccogliere le informazioni che voglio, mentre io, domandando alle persone che ho intorno, domestiche, portinaie e fornitori, non sarei mai sicura del risultato e soprattutto ci impiegherei troppo. E come  noto noi donne non abbiamo molta pazienza.
Falco annu, gravemente.
- Capisco. E mi preoccupo ancora di pi, ora che avete fatto questa premessa. Ma i miei ordini sono di favorirvi, lo sapete. Dite pure.
Livia sorseggi il caff, come cercando le parole giuste. Falco assapor invece il profumo che emanava da lei, un'essenza selvatica e pungente. Aveva indagato e scoperto che se lo faceva preparare presso un laboratorio romano; una cosa esclusiva. Soldi ben spesi, si disse.
Finalmente la donna parl.
- Sapete di lui. Ne abbiamo discusso molte volte, e non avete mai nascosto che non gradite questo mio interesse nei suoi confronti. Per ragioni d'ufficio, immagino. Ma sapete anche che  la ragione per cui mi sono trasferita in citt.
Falco tacque, inespressivo come una sfinge. Livia continu:
- Io so di piacergli. Lo so. Lo sento. E credetemi se vi dico che lo capisco quando piaccio a un uomo. Eppure c' qualcosa che gli impedisce di aprirsi, di venire da me. Qualcosa che lo ferma. Qualcosa. O qualcuno.
Falco fece guizzare un muscolo sulla mascella, ma non trad nessuna consapevolezza. Livia continu.
- Lo scorso autunno, ricorderete, ebbe un incidente. La scamp per miracolo. Io corsi da lui, in ospedale, e mi accertai che stesse bene. Ci tornai ogni giorno, e vicino a lui si alternavano la tata, la signora che  morta da poco, e il brigadiere Maione. Solo loro. Ma la prima volta, proprio quando arrivai, c'era anche un'altra persona che attendeva notizie. La vidi solo allora, poi non comparve pi. Me ne sono ricordata dopo un po'. Stava vicino a Rosa, la tata, e aveva sul viso un'espressione di assoluto terrore. Pregava, credo.
In strada pass un venditore di franfellicchi, i pezzetti di miele cotto colorati e zuccherosi che i bambini adorano. Cominci a urlare all'improvviso, squarciando l'aria: Cinche culure e cinche sapure, cc stanno 'e franfellicche! Le donne al tavolo vicino sobbalzarono per la sorpresa, scoppiando a ridere.
- Ce l'ho ben presente, - riprese Livia. - Una ragazza alta, con gli occhiali. Vestita semplicemente, credo nemmeno truccata, ma con le mani delicate. Non una serva, insomma. Forse una maestrina, un'impiegata. Di certo aveva confidenza con la tata. E di certo aveva paura di perderlo: li per l ho creduto si trattasse di una parente, per poi ci ho ripensato. Non appariscente, non bellissima, forse, ma di quelle che rassicurano. Giovane.
Aveva detto l'ultima parola malvolentieri, quasi fosse stata una dolorosa ammissione.
- Il tipo di cui gli uomini si innamorano, capite. Non di quelle che vogliono per una notte, o per esibirle a teatro o in societ. Di quelle che alla fine sposano.

Falco si chiese se Livia stesse ancora parlando a lui o se stesse pensando ad alta voce. Ma la donna lo fiss negli occhi, sussurrando decisa:
- Io voglio sapere chi  quella donna. Voglio sapere tutto di lei, dove abita, cosa fa. Se lui l'ama e quanto e come. Una volta mi disse che il suo cuore era impegnato. E' lei, quella ragazza, l'impegno?
Falco apr la bocca e la richiuse con uno scatto. Guard altrove, imbarazzato.
- Signora, io non so se... insomma, lo capite bene, questo esula decisamente dalla mia funzione. Raccogliere informazioni su questioni di cuore non rientra fra i miei compiti nei vostri confronti.
Livia rise, beffarda.
- Ne siete sicuro? Falco, tutto quello che riguarda me riguarda questioni di cuore, lo sapete benissimo. La cosa  molto semplice: o vi prendete l'impegno di farmi avere queste informazioni, o non mi rivedrete mai pi se non dall'ombra dove vivete. E anche in quel senso vi render la vita molto, molto difficile. Intesi?
Falco indur lo sguardo.
- Mi state minacciando, signora? Non credo siate nelle condizioni di farlo.
Livia respir a fondo. Forse aveva esagerato, se ne rendeva conto. - Avete ragione. Ma in un modo strano, sento che voi e io stiamo diventando amici. O qualcosa di simile. E se si ha un dolore, o qualche preoccupazione, ci si rivolge agli amici, non credete? Quindi ve lo chiedo da amica: potete aiutarmi? E soprattutto, volete farlo?
Falco la fiss ancora per un po'. Poi, lentamente, annu.
- S, signora. Posso farlo e voglio farlo. Ma dovete tener presente che ci avverr al di fuori del rapporto professionale. Si tratta di una cosa molto personale. Non ne parlerete con nessuno, tantomeno con... con le vostre amicizie romane. Sar qualcosa di solo nostro. Una volta tanto sono io a pregarvi di tenere il segreto.
Livia gli sorrise, e sembrava una gatta dagli occhi neri.
- Ve lo prometto. Sar il nostro segreto.

6.

La frase della donna aveva lasciato Ricciardi e Maione senza parole.
I due si guardarono a bocca aperta, pensando che la contessa di Roccaspina stesse scherzando: un assassino, reo confesso, in galera da quasi quattro mesi; che poteva volere da loro? A Ricciardi, poi, sembrava tutto molto strano. Una nobildonna incontrata un paio d'anni prima nel corso di un'indagine rapida, con cui aveva scambiato in fretta poche parole. Una conoscenza che definire superficiale era eufemistico. D'accordo, era evidentemente in disgrazia e male in arnese, ma possibile che non avesse altri a cui rivolgersi?
Maione interruppe il flusso dei suoi pensieri dandosi una manata sulla fronte.
- Ah, ma certo, mo' ho capito! E l'omicidio di quel tale, quell'avvocato di Santa Lucia,  cos? Mi ricordo, ne hanno parlato i giornali, una specie di scandalo. E una cosa che ha seguito quel fesso di Cozzolino col commissario De Blasio. E come si vantavano che l'avevano chiuso presto presto, il caso! E grazie, se si presenta uno e dice eccomi, sono stato io, sai che bravura che ci vuole...
Accorgendosi all'improvviso della gaffe, il brigadiere si diede un'altra manata, stavolta sulla bocca.
- Uh, madonna! Scusate, conte', io non volevo...
Bianca sorrise stancamente.
- Figuratevi, brigadiere, - disse senza voltarsi verso Maione. - Lo penso anch'io. La rapidit della confessione di mio marito  stata tale da mettere subito fine a ogni tipo di indagine. Si  trovato subito il colpevole, quindi perch continuare a cercare?
Ricciardi non aveva voglia di giochi di parole.
- Signora, mi scuserete, ma noi non abbiamo molto tempo e non  corretto stare qui a denigrare il lavoro dei colleghi. C' stata un'indagine,  stata chiusa e c' un colpevole che peraltro ha confessato. Io proprio non capisco...
Bianca annu tristemente.
- Non capite cosa io ci faccia qui. Avete ragione. Forse non lo capisco nemmeno io.
Si alz e si rimise il cappello. Stringeva le labbra, come per impedirgli di tremare.
- Credetemi, tuttavia, se vi dico che non sono una di quelle donnette da quattro soldi che vanno in giro a negare la realt solo perch  diversa da come gli piacerebbe che fosse.
Si volt e and verso la porta. Quando era gi con la mano sulla maniglia torn a fissare gli occhi alteri in quelli di Ricciardi. Lui non pot fare a meno di notare quanto fosse bella.
- Vedete, commissario, non conta molto, purtroppo. Ma io so per certo che mio marito  innocente. Nessuno mi ascolta, per. Buona giornata.
E usc.
Maione e Ricciardi rimasero a guardarsi, allibiti, per qualche secondo. Poi il commissario fece un cenno con la testa verso la porta e il brigadiere part come un cane da caccia. Meno di un minuto dopo rientr con la contessa.
Ricciardi si alz.
- Signora, avete detto di essere sicura che vostro marito non ha compiuto reati. Volete spiegarci, per cortesia, da dove viene questa certezza?
Bianca alz la veletta e guard calma Ricciardi.
- Non ho detto che mio marito non abbia compiuto reati. Ha giocato d'azzardo, non ha pagato debiti e tasse, di sicuro ha derubato parenti e amici, oltre a me. E' un uomo che ha dei vizi e che non riesce a combatterli. Ma non ha ucciso Ludovico Piro, quella notte.
Ricciardi si sporse in avanti, appoggiando i palmi sul ripiano della scrivania.
- E come fate a saperlo, se  lecito?
- Semplice. Era a casa. Era a casa a dormire, una volta tanto.
Ricciardi scosse il capo.
- Contessa, scusatemi ma continuo a non capire. Perch non l'avete detto?
La conversazione concitata aveva dato un po' di colore alle guance di Bianca, che adesso sembrava molto pi giovane.
- Ma io l'ho detto. Prima con calma, poi piangendo, urlando, con rabbia, ostinazione, fermezza, dolcezza. Non, c' stato verso, nessuno mi ha dato ascolto. E alla fine, eccomi qui.
Maione spost il suo considerevole peso da uno scarpone all'altro.
- Mi pare di ricordare qualcosa del genere, lo scrissero i giornali. Noi, commissa', ci stavamo gi occupando del fatto del professore, al policlinico, e voi quando state nel corso di un'indagine non volete sentire niente, ma ne parlava tutta la citt. Eravate l'unica, conte', a sostenere che non era stato il marito vostro,  vero?
La donna annu. Sembrava stanchissima.
- S. L'unica. E pure l'unica a poterlo fare, giacch solo io sapevo dove fosse mio marito quella notte.
Ricciardi intervenne con tono secco.
- Non l'unica. Secondo quanto dite lo sapeva anche vostro marito. Eppure...
- Eppure ha confessato, - lo anticip Bianca. - Arricchendo la confessione con molti particolari. Ma il medico legale ha detto con chiarezza che Piro  morto durante la notte, e quella notte mio marito era a casa, ubriaco, nel suo letto. Ma s, ha confessato, e ancora non ha ritrattato dopo tre mesi e pi di galera.
- Perch mai lo avrebbe fatto, contessa? Perch un uomo che, a quanto mi dite, vive la vita fino in fondo, cedendo a vizi e piaceri, dovrebbe inventarsi qualcosa che potrebbe condannarlo a trascorrere il resto della sua esistenza in carcere?
Rimasero a fissarsi occhi negli occhi, viola nel verde senza un battito di ciglia, le espressioni fredde e dure, assomigliandosi un po' senza rendersene conto.
- Non lo so, - mormor infine la donna in maniera quasi inintelligibile. - Io non lo so, maledizione. Me lo chiedo ogni ora, ogni minuto, ma non ho una risposta. Mi credono tutti pazza. I miei familiari, gli amici, il suo avvocato mi credono pazza e cercano di convincermi a smetterla di ripetere questa storia, e a chiedere invece clemenza ai giudici del processo che sta per cominciare e che si annuncia rapido e dall'esito scontato.
Ricciardi si pass una mano sulla fronte.
- Vediamo se ho capito: l'indagine  chiusa, c' un uomo che a breve sar processato, in carcere da tempo, che ha confessato e confermato la confessione fornendo particolari e riscontri su com' avvenuto l'omicidio. Tutti sono d'accordo, compreso il suo avvocato, ma voi, da sola, affermate che le cose sono andate diversamente. E in questi mesi avete ripetuto a chiunque la vostra versione ma nessuno vi ha creduto. E cos?
Bianca sollev il volto, fiera.
- S,  cos. E avete dimenticato di dire, commissario, che  la verit. La pura e semplice verit.
- Posso sapere perch vi siete rivolta a me?
- Perch quando ci siamo conosciuti mi siete sembrato uno che non si ferma alle apparenze. Che non ha pregiudizi e che non si affida alle soluzioni pi comode. E anche perch non ho nessun altro da cui andare.
Stettero zitti per un tempo che sembr interminabile. Bianca stringeva forte il manico della sua borsa consunta. Maione si guardava i piedi. Ricciardi ascoltava la voce di Rosa che gli diceva, da bambino, di rispondere sempre a tutte le richieste di aiuto. Almeno rispondere.
Alla fine annu.
- Faccio qualche domanda in giro. Ma non vi prometto niente, sia chiaro. Proprio niente.

7.

Da quando, alla fine di agosto, era tornata dalla colonia estiva a Ischia, Enrica Colombo aveva temuto l'arrivo di un solo momento: la preparazione delle bottiglie di pomodoro.
Perch fino ad allora era abbastanza fiduciosa di riuscire a evitare l'interrogatorio al quale sarebbe stata inevitabilmente sottoposta dalla madre e dalla sorella Susanna, spalleggiate da quelle maledette pettegole delle vicine.
Nel tempo era diventata abilissima a fingersi indaffarata e a svicolare, usando come scuse le innumerevoli, piccole attivit della giornata. Le scuole poi dovevano ancora iniziare e c'erano da terminare i compiti assegnati per l'estate ai fratelli minori: in quanto maestra diplomata quell'incombenza spettava a lei, il che le consentiva di glissare quando il discorso si faceva pericoloso, fingendo di dover proprio abbandonare la conversazione perch Luigino o Francesca dovevano completare il tale componimento o il talaltro problema di geometria. Tutto tornava utile per evitare lo sguardo indagatore delle donne della famiglia, fameliche di notizie in merito al misterioso corteggiatore tedesco di Enrica, figura che cominciava ad assumere contorni assurdamente mitologici.
Sarebbe riuscita forse a tenere nascosta l'esistenza di Manfred a quasi tutti, se non fosse stato per il metodico flusso delle lettere che avevano cominciato ad arrivare fin da tre giorni dopo il suo ritorno per tre volte alla settimana, il luned, il mercoled e il venerd con una cadenza di avvilente precisione. Enrica trovava irritante il perfetto funzionamento del servizio postale e inviava silenziose maledizioni al povero signor Egidio, il postino di mezza et e dai piedi piatti che serviva il quartiere.
Impossibile peraltro evitare che la madre le intercettasse: aveva come un dono, un sesto senso che le consentiva di percepire in anticipo l'arrivo dell'ometto, e di trovarsi magicamente nei pressi delle cassette di legno nell'androne del palazzo per ritirarle di persona. Prego, prego, signor Egidio, non vi disturbate a mettere le lenti da lettura, le cerco io nella vostra borsa.
N se l'era sentita di scrivere a Manfred di indirizzare la corrispondenza altrove, magari presso il negozio del padre. Le sembrava un'eccessiva confidenza, e avrebbe dato di s e della sua famiglia un'idea che non le piaceva. Per ora, inoltre, non era necessario, perch la madre, a fatica, resisteva alla voglia di aprire quelle buste ocra compilate con una strana grafia dalle tendenze gotiche, con l'esotica indicazione del mittente sul retro.
La cerimonia della consegna era fastidiosissima. Maria Colombo attraversava l'intera casa, dalla porta d'ingresso fino alla stanza dove Enrica si trovava, come una nave che per approdare percorre a sirena spiegata l'intero golfo, sventolando la busta come una bandiera. Lungo il tragitto raccoglieva un piccolo pubblico formato dalla domestica, dalla figlia minore col nipotino in braccio e dai maschi, pi piccoli, e infine gliela porgeva come se stesse conferendo un'onorificenza, restando poi l a braccia conserte con un irritante sorrisetto sulla faccia, nella speranza che Enrica aprisse e leggesse, magari ad alta voce, davanti a tutti loro. La ragazza, ovviamente, si guardava bene dal farlo; riponeva la lettera nella tasca della vestaglia e riprendeva con calma a fare quello che stava facendo, canticchiando una canzone e ostentando un'assoluta mancanza di urgenza di apprendere le notizie che arrivavano da Prien, in Baviera, com'era scritto appunto sul retro.
Quando il pubblico finalmente si rassegnava e tornava a interessarsi dei fatti propri, allora si ritirava nella sua stanza e si metteva a leggere. Manfred scriveva in un italiano migliore di quello che parlava, depurato della pronuncia un po' dura e delle consonanti marcate; la lunga frequentazione dell'isola di Ischia e un sincero affetto per una cultura tanto feconda di arte e bellezza lo avevano spinto a leggere e studiare, e sembrava felice di poter corrispondere in quella lingua. Con tono affettuoso, nelle frequenti ma non lunghissime missive raccontava i profondi cambiamenti nella sua vita quotidiana.
Il Partito nazionalsocialista aveva vinto le elezioni federali. Per Manfred, attivista della prima ora, questo risultato aveva aperto spiragli importanti. Aspirava a un ruolo nelle ricostruite Forze armate, il Reichswehr, o nella diplomazia alla quale Hitler avrebbe presto messo mano. Lo attraevano le idee chiare e la voglia di riscatto dell'orgoglio nazionale che traboccavano dagli accorati e frequentissimi discorsi che il capo del partito teneva in pubblico, e ai quali molto spesso lui, che era maggiore dell'esercito, assisteva. Quando non parlava di questo, si soffermava sulla vita nel paese in riva al lago in cui abitava, un luogo pieno di fiori e battuto da improvvisi temporali: gite solitarie in bicicletta, ginnastica, pranzi con gli anziani genitori. E manifestava la voglia di rivederla, naturalmente, di ricostituire la magia del loro incontro.
Enrica, quando quelle righe cos regolari la conducevano al ricordo di certi momenti, avvertiva un contrasto nel cuore che cominciava a diventarle familiare. Un misto di disagio, senso di colpa, emozione, piacere e sottile dolore: come una torta elaborata e complessa di cui si vorrebbero riconoscere i singoli ingredienti, ma che ha un gusto strano e misterioso, molto diverso dalla somma delle parti.
Che cosa voleva, in realt, Enrica? Non poteva mentire a s stessa. Le era piaciuto essere abbracciata da quelle mani forti e solide, sentire il sapore di quelle labbra al chiaro di luna, nel profumo rovente dell'estate piena di mare e di sogni. Ma se pensava alla sua vita, se immaginava di voltarsi verso il suo uomo mentre passeggiava con lui in strada, o di preoccuparsi per qualcuno affacciandosi a una finestra nell'attesa di un ritorno, non era Manfred che le veniva in mente.
Era come trovarsi in lite continua all'interno del proprio stesso corpo. Il cuore le batteva forte ogni volta che usciva di casa, al pensiero di potersi trovare di fronte a quegli occhi verdi. E aveva saputo della morte di Rosa, alla quale era molto affezionata e che era stata l'unico ponte, il tramite per il mondo di un uomo strano e solitario del quale era stata profondamente innamorata. Ma lui, ormai ne era certa, non la voleva; altrimenti l'avrebbe cercata, e lei si sarebbe fatta trovare senza difficolt. Quindi doveva rispondere a s stessa e alla domanda cruciale: che cosa voleva dalla vita?
Una famiglia. Dei figli. Una casa propria. Qualcuno di cui occuparsi e che si prendesse cura di lei. Niente di trascendentale, niente di diverso da quello che, immaginava, fosse il desiderio di ogni giovane donna. Manfred dal sorriso sicuro e dalle mani forti, Manfred pieno di certezze, Manfred che aveva dipinto il suo ritratto mentre accompagnava i bambini in spiaggia, Manfred che era vedovo e aveva trentott'anni e che quindi sapeva che cosa desidera una donna. 
Manfred che l'avrebbe portata lontano.
C'era una sola persona in casa che non indagava su quello che le scriveva "il fidanzato tedesco", come lo chiamavano i fratelli per dileggiarla. Una persona che anzi ostentava indifferenza per l'argomento e che non le rivolgeva domande ingannevoli per spingerla a tradirsi. Eppure quella persona sapeva su di lei pi di tutti gli altri messi insieme.
Giulio Colombo, il padre di Enrica, avrebbe potuto a buon titolo entrare nel merito del travaglio interno della figlia. Sapeva di Ricciardi, e attraverso le lunghe lettere che durante l'estate aveva ricevuto da lei direttamente al negozio di cappelli che gestiva aveva seguito l'evolversi del rapporto con Manfred, e conosceva il posto nel cuore dove la ragazza teneva l'uno e l'altro. Ma proprio perch sapeva Giulio non aveva il coraggio di chiederle cosa avesse intenzione di fare; per il semplice motivo che non aveva idea di cosa fosse meglio per lei.
Ho un'anima di vetro, pensava Enrica. Fragile e trasparente, pronta a riempirsi di qualcosa di bello e colorato, e a infrangersi in mille pezzi. Le sembrava che chiunque riuscisse a vedere quello che le accadeva dentro, e se ne vergognava come fosse piena di colpe. Era questa la vera ragione per la quale non parlava di Manfred alla madre o alla sorella: per il timore che fossero in grado di vedere con chiarezza, attraverso la superficie trasparente dei suoi occhi, che le piaceva, s, e molto, ma non ne era innamorata. E non lo sarebbe stata mai, finch avesse amato un altro che non la voleva.
L'ultima lettera per cambiava tutto. L'ultima lettera portava novit importantissime, tali da metterla di fronte a un bivio.
Con un certo senso del dramma e con fatale tempismo, le era stata consegnata proprio quel fatidico giorno. Il giorno in cui avrebbero iniziato a preparare le bottiglie di pomodoro.
Era un'impresa che coinvolgeva interi nuclei familiari: nel caso dei Colombo anche le signorine Lapenna, due anziane zitelle che abitavano di fianco a loro, i Barbato, una coppia senza figli di origine ebraica, e la famiglia Greco, una giovane madre vedova con tre bambini piccoli alla quale tutti cercavano di dare una mano.
Le bottiglie di birra, vino e gassosa venivano raccolte e conservate per tutto l'anno, poi lavate e asciugate con la massima attenzione, operazione riservata alle ragazze pi giovani e ai bambini. Gli uomini si occupavano della ricerca, della scelta e dell'acquisto dei pomodori presso contadini di fiducia e coltivatori che offrivano piene garanzie. Il trasporto delle casse veniva affidato a garzoni avventizi, il cui arrivo era salutato dall'entusiasmo dei bambini e dall'arcigna attenzione delle domestiche, affinch nel trasferimento non "sparisse" un po' di prodotto. Seguivano il cosiddetto " scarto ", la selezione dei pomodori adatti e l'eliminazione di quelli troppo molli o intaccati, e la messa a bagnomaria dei fortunati frutti prescelti ai quali sarebbero stati poi asportati i peduncoli. Questa parte pi complicata era affare per le mani esperte delle madri e delle figlie maggiori. Solo dopo si sarebbe passati alla bollitura, alla strizzatura e al setaccio a manovella, prima della decisiva fase dell'imbottigliamento.
Durante l'intero arco della preparazione delle bottiglie, che avrebbero assolto al fabbisogno dell'intero pianerottolo per tutto l'anno, contribuendo alla fattura di sopraffini rag e meravigliose parmigiane di melanzane, le donne si ritrovavano sole a chiacchierare per ore, senza vie di fuga se non per momentanei bisogni fisiologici.
Enrica si sentiva come un imputato al processo, per di pi colpevole e con un pesante quadro probatorio a carico. Sapeva che sarebbe stata sottoposta a un incessante fuoco di fila di domande e lei non era mai stata capace di mentire. Stavolta non le sarebbe stato possibile salvarsi come al solito, tacendo e sorridendo per poi fuggire alla prima occasione.
Peraltro, appunto, l'ultima lettera di Manfred aveva un tono ben diverso dalle precedenti. Il racconto degli avvenimenti in Germania era stato sostituito da un vero e proprio entusiasmo che accompagnava quella che per lui era una grande notizia.
Davanti allo specchio della sua camera, mentre la corte armata di stracci bagnati e tappi di sughero si era gi riunita nella vasta cucina dell'appartamento e l'attendeva per la deposizione, si chiese di nuovo che cosa volesse davvero. Si chiese se desiderasse davvero che la finestra rimanesse chiusa, e di non sentire mai pi addosso quegli occhi febbrili e sofferenti che scrutavano dentro la sua anima di vetro.
Strinse le labbra, forte. Non voleva piangere. Manfred stava venendo l in citt, forse per rimanerci per un periodo abbastanza lungo da metterla davanti a un'ipotesi di futuro che lei non era pronta a fronteggiare. Le chiedeva, nella lettera, di essere invitato a cena per poter conoscere i suoi. Le prometteva passeggiate al sole al suo braccio e le assicurava il posto al suo fianco nei ricevimenti ai quali, come rappresentante del corpo diplomatico di una grande nazione amica, adesso ancora pi amica, sarebbe stato certamente invitato.
Dava per scontato il suo gradimento, Manfred. Credeva che quel bacio rubato al chiaro di luna tra il frinire delle cicale significasse che ormai erano pressoch fidanzati.
Chiss se avrebbe avuto la vista cos buona da guardarle nell'anima di vetro, Manfred. E chiss se questo le avrebbe risparmiato di dargli un dolore. Sentiva poi di non avere la forza per opporsi alla volont di sua madre, che certo sarebbe stata ben felice di abbracciare l'agognato futuro marito di una figlia che le dava tanto pensiero. Magari sarebbe stato meglio per tutti.
Ricacciando indietro le lacrime, Enrica and a setacciare pomodori per metterli in bottiglia. Di vetro. Come la sua anima.

8.

Quando Bianca fu uscita, Maione disse:
- Commissa', secondo me vi siete preso un carico bello pesante. Voi non sapete bene il fatto del marito com' andato, perch giustamente vi fate i fatti vostri e non sentite le voci di corridoio.
Ricciardi lo fiss perplesso.
- Che vuoi dire?
Maione si strinse nelle spalle.
- E nemmeno i giornali leggete. Dunque, vi aggiorno io. L'omicidio di questo Piro ha fatto molto rumore, quest'estate. Una cosa nell'alta societ, ricchi e nobili. Lo sapete che ci sta una lotta fra di loro: prima erano la stessa cosa, mo' ci stanno sempre pi nobili che diventano poveri e non nobili che diventano ricchi. Mi spiego?
Ricciardi fece una smorfia.
- Cos cos. Ma vai avanti.
- E insomma, questo Piro Ludovico era un avvocato, ma a quello che mi ricordo prestava i soldi ai nobili. Stava in tutti i salotti, lo conoscevano tutti quanti. Una mattina presto lo trovano morto nello studio, una coltellata alla gola, qualcosa del genere. I nostri arrivano subito, ma manco il tempo di cominciare a fare domande che si presenta il conte di Roccaspina che dice: sono stato io. E finisce l.
- S, questo  quello che ci ha detto la contessa. Che per  pure sicura che il marito non si sia mosso da casa, la notte del delitto.
Maione annu.
- Infatti. Per giorni e giorni se n' continuato* a parlare, la faccenda riguardava personaggi noti e ognuno diceva la sua. I fascisti hanno colto l'occasione per attaccare questi aristocratici debosciati, gli aristocratici hanno risposto: vedete quello che succede a far entrare gli strozzini nei circoli? Il conte era un debitore dell'avvocato, giocava pesante, carte, lotto, cavalli. Lo sapete come funziona, no? Uno pi perde pi si vuole rifare, e perde sempre pi. Eccetera, eccetera. Poi naturalmente si  passati ad altro, come succede sempre.
Ricciardi si alz e passeggi con le mani in tasca fino alla finestra. Fuori la giornata di settembre esplodeva in tutta la sua bellezza.
- Materiale delicato da maneggiare, dici tu. Capisco. La soluzione del conte assassino era comoda. Ognuno nella sua parte: lo strozzino ricattatore, il disperato che si fa prendere dalla frustrazione e dalla rabbia. Ma le soluzioni troppo ovvie spesso nascondono altre cose. La contessa... Una donna strana.
- S, particolare, - riconobbe Maione. - Mi  parsa decisa, convinta. Ma senza dolore.
Ricciardi si volt verso di lui.
- Esatto. Senza dolore. Eppure, da moglie, avrebbe dovuto essere disperata. Doveva piangere, scongiurare. Invece era calma, quasi fredda nei confronti del marito.
- E secondo voi perch allora  venuta qua, commissa'? Che voleva da voi?
Ricciardi torn a guardare fuori.
- E questo che mi ha convinto, sai. Fosse venuta supplicando non avrei avuto motivo di credere al suo racconto. Invece non mi ha chiesto di far liberare il marito, ha detto solo la sua verit. Credo valga la pena di indagare un po', e d'altra parte non abbiamo nulla di urgente, mi pare.
Maione riflett rapidamente. Era proprio quello di cui Ricciardi aveva bisogno. Qualcosa da addentare, una pista da seguire. Per non rimanere prigioniero del suo personale inferno.
- Niente di niente, commissa'. Va a finire che hanno ragione i fascisti, questa  diventata una citt tranquilla.
Ricciardi si gir.
- No, Raffaele. Non lo  mai stata, non lo sar mai. Chi hai detto che  stato a occuparsi del caso?

Il commissario Paolo De Blasio vide Ricciardi comparire sulla soglia del proprio ufficio con imbarazzata sorpresa. Come quasi tutti, in questura, aveva pochi rapporti con quel cilentano taciturno e un po' sinistro, e come quasi tutti riteneva che non ci si potesse fidare di un uomo che non aveva vizi conosciuti. Come quasi tutti pensava anche che con quella faccia e quegli assurdi occhi portasse pure un po' di iella, quindi, come quasi tutti, cercava di stargli alla larga.
Guardandosi attorno come per cercare sostegno in qualcuno, gli disse di accomodarsi. Era grassoccio e anonimo, un cinquantenne abilissimo a barcamenarsi nei meandri della burocrazia e piuttosto noto per un patologico terrore di trovarsi nei guai. Aveva il complesso della bassa statura, unico argomento che riusciva a irritarlo sul serio, perci se ne stava perennemente seduto dietro la scrivania con una pedana di legno sotto i piedi e un paio di cuscini sulla poltrona che lo alzavano a sufficienza da farlo sembrare di altezza normale. Uno dei passatempi preferiti dal personale della questura era costringerlo a scendere dal piedistallo artificiale per godersi sadicamente l'imbarazzo dell'ometto che, nonostante le scarpe col notevole rialzo interno, si ritrovava sempre a fissare la cintola dell'interlocutore.
Ricciardi and diritto al punto.
- De Blasio, ti sei occupato dell'omicidio di un tale Piro nello scorso mese di giugno, vero?
De Blasio corrug lo sguardo, diffidente.
- S, era toccato a me, in effetti. Per non abbiamo in pratica dovuto fare niente, si , presentato subito il colpevole, il conte Romualdo di Roccaspina, avrai letto sui giornali. Ma siediti pure.
Ricciardi rimase in piedi davanti alla scrivania, le mani in tasca, gli occhi fissi sul volto dell'interlocutore, che si agit sul doppio cuscino.
- Io non li leggo, i giornali. Non ho il tempo. Raccontami com' andata, per cortesia.
L'uomo tossicchi, a disagio.
- Senti, che vuoi dire con questa storia dei giornali? Che credi, che mentre tu lavori noi battiamo la fiacca? Informarsi fa parte del nostro lavoro. E poi mi spieghi che significano queste domande?
- Ognuno impiega il tempo come crede meglio, - rispose secco Ricciardi. - Sto seguendo un caso che potrebbe avere dei collegamenti con quella faccenda, tutto qui. Certo, se ci sono dei segreti o delle cose riservate posso procedere per le vie ufficiali. Se preferisci, ti faccio chiedere direttamente da Garzo, o da qualcuno pi in alto ancora.
De Blasio sobbalz. Se c'era una cosa che cercava di evitare con ossessione maniacale era il contatto coi superiori e in modo specifico con Garzo, il vice questore con il compito di sorvegliare l'attivit investigativa, un burocrate privo di qualsiasi fantasia che non mancava di rilevare negligenze in ogni aspetto delle funzioni a lui sottoposte.
Pens rapidamente.
- Ma figurati, piena collaborazione tra colleghi, ci mancherebbe. Il fatto  che davvero non posso dirti molto, siamo andati e...
Ricciardi lo ferm con un cenno della mano.
- Aspetta. Comincia dall'inizio, e non omettere nessun particolare. Quando avete ricevuto la chiamata? E da chi?
De Blasio sospir, sconfitto. Doveva scendere dallo scanno per andare a cercare il verbale.
Con un saltello atterr, sparendo alla vista dietro la scrivania se non per la testa e il collo, e si diresse a uno schedario di metallo vicino alla parete. Sali su una pedana appositamente collocata accanto al mobiletto e apr il primo cassetto borbottando tra s.
- Dunque, vediamo... io tengo tutto in ordine strettamente cronologico... da ultimo non  successo molto, in citt. Ah, ecco qua: lo vedi, una cartellina piccola, in pratica solo il verbale del sopralluogo e la confessione.
Salt gi dalla pedana e in tutta fretta risal sulla poltrona rinforzata, dove subito manifest di sentirsi a proprio agio.
- Dunque: la chiamata arriv di prima mattina, venerd 3 giugno. Una telefonata al centralino. Sono andato io con Cozzolino e due guardie semplici, Rinaldo e Mascarone. E un deficiente quel Mascarone, faceva da autista e non riusciva ad arrivare a Santa Lucia, una volta tanto che ci stava la macchina disponibile ci abbiamo messo pi che a piedi. Comunque qui ci sta tutto: indirizzo, numero del telefono...
Ricciardi lo interruppe.
- Chi ha trovato il cadavere? E chi c'era in casa?
De Blasio scorse il foglio col dito.
- Tutto, c' tutto. Io sono precisissimo, come saprai. Il corpo era nello studio, l'ha trovato la serva che gli portava la colazione. Era terrorizzata, assolutamente terrorizzata, balbettava: per farle dire due parole ci abbiamo messo mezz'ora; una ragazza di vicino Avellino. In casa c'erano la moglie, una megera che a stento parla, fredda come il marmo, e il figlio maschio, un ragazzetto di dodici anni. La figlia, sedici anni, gi era andata a scuola e ha saputo del padre quando la madre l'ha mandata a prendere con l'autista.
- In che posizione era il corpo?
Il collega strinse gli occhi, concentrandosi.
- Aspetta, al di l di quello che c' sul verbale voglio ricordare bene. Era riverso sulla scrivania, la testa girata a sinistra. C'era sangue sul ripiano, ma nemmeno tantissimo. Indossava giacca e cravatta, a letto non ci era proprio andato o si era svegliato prestissimo, l'esame necroscopico disse che la morte era avvenuta tra mezzanotte e le due.
- E la moglie non sapeva dire se c'era andato o no, a dormire?
L'ometto si strinse nelle spalle.
- Boh, disse che lei a dormire c'era andata presto, quando il marito era nel suo studio, e che avendo il sonno pesante non l'aveva sentito. Io, a dirtela chiara, ebbi l'impressione che spesso il tipo non ci andasse, a dormire con la moglie. La casa  bella grande, hanno tantissimi soldi, magari l'avvocato aveva una stanza per i fatti suoi e la signora non voleva dirlo. Comunque il morto era vestito di tutto punto, e sul tavolo c'era un mucchio di cambiali. Stava facendo i conti, immagino.
- La causa della morte?
- Aveva un bel buco nella gola, sul lato destro, quello di solito pi difficile da colpire se non si  mancini. Un coltello lungo, o qualcosa del genere. Morto quasi subito, e siccome il colpo ha preso la laringe, morto in silenzio.
Discorso chiuso.
- Chi l'ha fatta la perizia?
A De Blasio sfugg un sorrisetto.
- Il tuo amico, il dottor Modo. Siete amici, no? Ricciardi non lo degn di una risposta. - Chi avete interrogato?
- I familiari, la cameriera. Mentre eravamo ancora l, nemmeno un paio d'ore,  arrivato l'assassino e ha confessato.
- Cio  venuto l? Il conte di Roccaspina? L'ometto annu.
- Proprio lui. Ha reso una bella dichiarazione spontanea, qui in questura dove l'abbiamo portato subito. Nello studio del morto ha detto solo: sono stato io. Portatemi via. E cos abbiamo fatto.
Ricciardi tacque, pensoso. Poi chiese:
- Ti dispiace se tengo i verbali per un po'? Voglio vedere se ci sono riscontri con quello di cui mi sto occupando. De Blasio assunse un atteggiamento guardingo.
- Ma di che ti stai occupando, tu? Scusa, ma lo sai che Garzo vuole essere informato sulle indagini, e quando un verbale esce da un ufficio per andare in un altro ci deve essere un motivo. Io non voglio trovarmi nei guai. Ricciardi rispose vagamente.
- Riferimenti a date ed eventi, un paio di furti in casa da quelle parti. Forse qualcuno ha visto entrare o uscire delle persone sospette a una certa ora. Chiss, magari salta fuori qualcosa. Non vorrai che un domani si dica che, per mancanza di collaborazione tra i due uffici, le indagini non sono state svolte a dovere. Perch io in quel caso ricorder il tuo rifiuto. Sar costretto a farlo, mio malgrado.
De Blasio consider Ricciardi. Quel bastardo dallo sguardo di rettile lo avrebbe fatto, ne era sicuro.
Soppes la cartella fra le mani, sospir e disse:
- Va bene. Ma sia chiaro: te la lascio solo per oggi pomeriggio. Domattina me la ridai, non mi piace che i miei verbali vadano in giro. D'accordo?
Ricciardi dovette allungarsi sulla scrivania per compensare la scarsa portata delle braccia del collega. Gli indirizz una smorfia che assomigliava lontanamente a un sorriso.
- D'accordo.

9.

Ricciardi e Maione scorrevano i verbali, scritti nel linguaggio della burocrazia poliziesca, cercando tra le righe qualcosa di rilevante.
Il brigadiere, in piedi alle spalle della poltrona del superiore, si diede per vinto.
- A me mi pare che non hanno fatto niente di sbagliato, commissa'. D'accordo, l'hanno chiusa in fretta, l'indagine, ma effettivamente una volta che si presenta uno che ha il movente, l'occasione e l'opportunit e racconta per filo e per segno come  andata, che potevano fare?
Ricciardi picchiett col dito sul foglio dov'erano indicate le motivazioni della chiusura dell'inchiesta.
- Potrei anche darti ragione, per non vedo i riscontri conclusivi. In pratica non c' stato un interrogatorio del presunto reo confesso, e nessun confronto delle sue dichiarazioni con gli elementi oggettivi. Hanno preso il conte di Roccaspina e lo hanno "trasferito immediatamente al carcere giudiziario di Poggioreale, sotto la competenza dell'Autorit di pubblica sicurezza". E cos si sono tolti il pensiero.
Maione scosse la testa.
- E che dovevano fare, commissa', scusate? Leggete qua: il conte ha raccontato tutto, nei minimi particolari. Durante la notte, avendo bevuto parecchio e perso al gioco, gli  venuto in mente di andare da Piro per convincerlo a rimandare la restituzione di un debito che teneva. L'avvocato, che dormiva poco, gli ha aperto personalmente e lo ha ricevuto nel suo studio. Hanno avuto un alterco, il conte ha preso un oggetto dalla scrivania, non si ricorda se una penna o un tagliacarte e gli ha dato un colpo. Poi si  messo paura, se n' uscito e se n' andato a casa. Quando si  svegliato, da sobrio,  andato da Piro a vedere se per caso aveva sognato, e invece si  trovato davanti al cadavere e alla polizia, rappresentata da quei bei mobili di De Blasio e del mio collega Cozzolino. A quel punto ha confessato e la storia si  chiusa. Abbiate pazienza, che ci vedete di strano?
Ricciardi rileggeva di continuo gli stessi fogli.
- Prima di tutto, manca l'arma del delitto. Il conte non ricorda che cosa ha usato,  vero, ma nello studio e nell'ingresso non hanno trovato niente.
Maione allarg le braccia.
- Ma gliel'hanno chiesto, non vedete? E il conte ha risposto che non si ricorda, appunto; che forse se n' liberato lungo la strada per tornare a casa.
- Intanto l'arma non c'. Poi gli orari non sono stati riscontrati. Da dove veniva, il conte? A che ora aveva lasciato la sua compagnia notturna? Ed  mai possibile che nessuno l'abbia sentito bussare a casa Piro?
Il brigadiere pass davanti alla scrivania.
- Commissa', io lo vedo che qualche elemento traballa un po' e voi lo sapete che io li schifo dal profondo del cuore sia De Blasio sia quel gag di Cozzolino. Ma, onestamente, non capisco che dovevano fare in quella circostanza. Hanno avuto la soluzione del caso su un piatto d'argento e l'hanno presa. Tutto qua.
Ricciardi riflett, annuendo. Poi si alz in piedi.
- S, ma alcuni riscontri si possono fare anche a posteriori. E se dobbiamo dare ascolto alla contessa, e mi pare che abbiamo deciso cos, da qualche parte bisogna pur cominciare. Ti chiedo una cortesia, Raffaele. Siccome dobbiamo restituire questi verbali a quell'idiota di De Blasio entro domattina, ricopiameli integralmente. Io nel frattempo mi faccio una passeggiata all'ospedale dei Pellegrini, cos vedo se Bruno Modo si ricorda qualcosa dell'esame necroscopico che ha eseguito su Piro.
Maione guard sconsolato la piccola pila di fogli nella cartella.
- Mamma mia, commissa'. Voi lo sapete che non  cosa mia, scrivere: tengo le dita troppo grosse. Vi dispiace se coinvolgo Antonelli, dell'archivio? A lui ci piace assai, dice che tiene una bellissima calligrafia e che a scuola pigliava sempre i diplomini di merito.
Ricciardi si produsse nella solita smorfia che chiamava sorriso.
- Fai come vuoi. Ma mi raccomando: riservatezza estrema. Non voglio ritrovarmi tra i piedi Garzo che vuole sapere che cosa stiamo facendo. Abbiamo deciso di tornare su un'indagine chiusa, ricordati. Al lavoro, adesso. Ci vediamo pi tardi.

Risalendo via Toledo, mentre il mezzogiorno cedeva al pomeriggio. Risalendo la via principale, proprio quando la gente torna a casa o va al lavoro, o cerca da mangiare, o cerca di arrangiarsi. Quando tutti sono per strada a gustarsi l'aria di mezzo, quella con il sapore del mare e il frizzante del bosco, da aspirare come fosse oppio per sentir cambiare l'umore in meglio senza un perch, e Dio sa se ce n' bisogno.
Ricciardi percorreva il breve tragitto che lo avrebbe portato all'ospedale godendosi la momentanea solitudine che si pu avere solo in mezzo a una folla indaffarata. Cercava di mantenere la mente sul caso che non era un caso, sull'indagine che non poteva essere un'indagine. Si chiedeva come e perch si stesse occupando della questione, lui che interpretava sempre il lavoro come un fattore necessario, come un avere a che fare con le ombre dell'animo umano per obbligo e mai per volont propria.
Non era uno di quei tutori dell'ordine che fanno della ricerca dei criminali una specie di precetto morale. Si rendeva conto che dall'esterno, agli occhi dei colleghi della questura e pure dei magistrati, poteva apparire cos: il suo addentare i casi, il suo dedicarsi alla loro soluzione anima e corpo senza intervalli o pause sembrava appunto una missione, qualcosa che andava al di l di un mero attaccamento professionale. Del resto, anche il fatto di non avere una vita sociale, una donna o molti amici, feste e ricevimenti da frequentare, circoli ai quali appartenere confermava quest'opinione che ci si poteva fare di lui.
Ma non era cos, riflett mentre camminava defilato per evitare la massa di gente che intasava la strada. In realt lui odiava il lato oscuro dell'animo umano ed era terrorizzato da quanto fosse in grado di concepire la fiumana variopinta e puzzolente che ridendo, cantando, urlando e chiacchierando si riversava in vie e vicoli, creando le passioni che l'avrebbero portata alla gioia o, pi spesso, alla rovina. Avrebbe evitato volentieri di averci a che fare, col crimine. Avrebbe dato tutto quello che aveva per essere una persona normale, con l'unico obiettivo di farsi una famiglia e portarla avanti meglio possibile.
All'angolo di strada si present ai suoi occhi una scena grottesca e terribile. Una piccola fioraia se ne stava accovacciata a terra, con davanti un paniere di viole, rose selvatiche e giunchiglie. Sorridendo, cercava di richiamare l'attenzione dei passanti con una cantilena: ciure, ciure delicate, evere addirose, ma vuje vulite bbene a quacchedune? Fiori delicati, tradusse Ricciardi, ed erbe profumate. Da regalare a chi amate.
Di fronte alla bambina, a meno di un metro, il commissario percep il cadavere di un uomo di mezza et. Gli occhi vuoti del morto, con la bocca digrignante di dolore estremo, fissavano alla stessa altezza, senza vederli, quelli della ragazzina: il corpo era stato tranciato di netto a met dal tram sotto il quale si era gettato, e scompariva alla vista di Ricciardi all'altezza del bacino sanguinante, da cui fuoriuscivano bianche le vertebre e rosei gli intestini. La voce del morto, per lui perfettamente udibile, almeno quanto la cantilena della ragazzina, bestemmiava contro la miseria e la disperazione che lo avevano portato a cercare quella fine atroce.
Acceler il passo senza rispondere all'invito della fioraia, estraendo dalla tasca un fazzoletto profumato e premendoselo sulla bocca per arginare la nausea improvvisa.
Ecco il perch, pens. Ecco la spiegazione del mio attaccamento al lavoro, a quello che potrebbe sembrare il patologico piacere a rimestare nel fango che donne e uomini si portano chiuso nelle stanze segrete del cuore. Come faccio, come farei a ignorare tutto questo dolore? Come potrei sfuggirgli, come posso evitarlo, se mi arriva addosso a un angolo di strada in questo meraviglioso pomeriggio di settembre?
Giunse nel fresco dell'ospedale dei Pellegrini e fu investito da un silenzio che gli sembr irreale, dopo il chiasso della piazza antistante dove si svolgeva un perenne mercato.
Conosceva bene il luogo, e si inerpic per la scalinata che portava al reparto del dottor Modo.

10.


Il dottore usc dalla sala settoria strofinandosi le mani sul camice.
- Oh, ma che lieta sorpresa! Il caro Ricciardi, privo del suo compagno di scena di avanspettacolo, il famoso brigadiere Maione. A che devo l'onore? Non mi pare che ospitiamo morti ammazzati, qui in albergo.
Nonostante la solita ostentazione di sarcasmo e ironia, Ricciardi sapeva che se c'era un uomo partecipe senza riserva delle sofferenze alle quali assisteva dalla mattina alla sera, quello era Bruno Modo. Il medico si pass la mano nei folti capelli candidi, scrutando il commissario al di sopra delle lenti cerchiate d'oro.
- Be', fatti un po' vedere. Un po' dimagrito, o sbaglio? Mi sa che la fanciulla a forma di com che ti accudisce ha meno autorit della povera Rosa nel costringerti a nutrirti.
Gli occhi del medico corsero alla fascia nera che Ricciardi portava al braccio, sopra la giacca. In quanto unica persona con la quale il commissario aveva un rapporto di confidenza, era ben consapevole del suo forte legame con la tata. Si era battuto con tutte le armi che la scienza gli metteva a disposizione per salvarla, ma l'emorragia cerebrale aveva vinto.
- Ma figurati, Nelide  peggio di sua zia, - gli rispose Ricciardi. - Si mette in piedi come un gendarme e non sposta i piatti dalla tavola se non ne vede il fondo. E' anche brava, non ho avuto nemmeno l'impressione che fosse cambiato qualcosa. Rosa  stata perfetta pure in questo. Le ha insegnato tutto.
Modo, che la ricordava benissimo, scosse il capo.
- Era straordinaria. Una donna straordinaria. E poi ti sopportava, il che la rendeva un'autentica eroina. Di, accompagnami fuori a fumare e a prendere un po' d'aria. Immagino sia una bella giornata, qui in galera non me la fanno nemmeno annusare.
Uscirono nel cortile retrostante, che aveva un'aiuola fiorita con un paio di panchine attorno a un albero secolare. L'ombra era piacevole. Sembrava impossibile che a pochi metri, dietro il muro di cinta, la citt brulicasse come un formicaio.
Appena si sedettero arriv un cagnolino bianco a macchie marroni, un orecchio basso e uno alto, la coda che sferzava frenetica l'aria. L'animale si avvicin al dottore, che gli gratt ruvidamente la testa, estraendo dal camice un boccone di pane.
- Eccoti, cane. Come va la giornata? Prendi, qualcosa da mangiare per te, cos non rompi le scatole alla cucina. Credi che non sappia che ti piazzi l fuori e che quei disgraziati degli inservienti ti mollano tutti gli avanzi?
Ricciardi sorrise brevemente. Era stato testimone dell'incontro tra il dottore e il cane, un anno prima o gi di l, e gli piaceva notare come fossero ancora inseparabili.
- Ma ancora non glielo hai dato, un nome?
Modo si strinse nelle spalle.
- E perch dovrei? Mica ci sono altri cani che abitano con me. N nomi n guinzagli, amico mio: il segreto delle relazioni  la libert. Dimmi, piuttosto, che cosa ti porta qui? Non credo che tu non abbia saputo resistere al desiderio di assorbire da me un po' di saggezza e di cultura.
Ricciardi allung una distratta carezza all'animale che, avendolo riconosciuto, gli aveva appoggiato una zampa sulla gamba.
- S, in effetti ti devo chiedere qualche informazione. Per dovrai fare uno sforzo di memoria, la faccenda risale a qualche mese fa.
Modo si accese una sigaretta, aspirando con soddisfazione.
- Figurati, io mi ricordo tutto, mica sono vecchio come te. Sar una piacevole variazione rispetto alla routine quotidiana, ultimamente mi arrivano qui solo suicidi, maledizione. Ieri mi hanno portato uno in due pezzi, pensa: si era buttato sotto un tram proprio a cento metri da qua. Che tristezza.
Ricciardi rivide davanti agli occhi il busto tranciato dell'uomo che mormorava imprecazioni alla fioraia inconsapevole.
- Nei primi giorni dello scorso giugno hai fatto un esame necroscopico a un certo Piro Ludovico, un avvocato. Te lo ricordi?
Modo corrug la fronte.
- Certo che mi ricordo, te l'ho detto che fra noi due il rimbambito sei tu. E poi, come potrei dimenticare? Un viavai di carrozze e automobili con l'autista: quell'uomo era in rapporti d'affari con tutti i debosciati e i nullafacenti della anemica aristocrazia di questa citt morente. Dal punto di vista mio, per, niente di particolare. Al di l della ferita mortale, nessun'altra lesione.
Ricciardi annu, riprendendo ad accarezzare la testa del cane.
- S, ho letto il verbale. Ma raccontami qualcosa di pi sul cadavere. Sei sicuro di ricordare bene? Il dottore sbuff il fumo.
- Guarda che sei al cospetto della mente pi limpida della nazione, e infatti sono l'unico a capire verso quale baratro si sta avviando questo Paese ora che pure la Germania ha scelto di farsi governare dai buffoni. Dunque: il morto aveva una cinquantina d'anni, e non era in gran forma fisica. Le arterie, i polmoni, gli organi interni mostravano i soliti segnali d'usura della gente di quel ceto. Per un paio di decine d'anni, salvo complicazioni, poteva campare ancora, se quell'altro tizio non decideva altrimenti.
- E c'erano segni di colluttazione? Che so, pelle sotto le unghie, qualche livido...
Modo scosse il capo.
- No, ti ho detto che non c'erano altre lesioni. Sono andato io stesso a fare il sopralluogo; una bellissima casa a Santa Lucia, una splendida giornata d'estate col mare che pareva entrare dalla finestra. Peccato morire, in un posto cos.
Ricciardi si fece pi attento.
- Davvero sei arrivato quando il morto era ancora l? In che posizione era? Hai visto qualche particolare, qualcosa che ha attirato la tua attenzione?
Modo lo guard curioso.
- Oh, mamma mia, che foga! Ma si pu sapere che succede? Avete riaperto le indagini? Credevo che l'assassino avesse confessato. Almeno cos ho letto sui giornali.
Il commissario fece un vago gesto con la mano.
- No, no. Anzi, questa conversazione deve rimanere riservata. Sto ricostruendo certi aspetti su richiesta di... privatamente, insomma. Allora, mi dici se ti ricordi qualcosa?
Il medico si concentr.
- Dunque, vediamo. Il cadavere era riverso sul ripiano della scrivania. C'erano carte, cambiali, contratti. Non c'era tantissimo sangue, da ci dedussi che il colpo non aveva reciso arterie, come infatti risult dall'esame. - E poi? Nient'altro?
- Nient'altro. Solo quel colpo. Come se l'avesse colto di sorpresa: bum, e faccia sul tavolo. Ricordo una statuetta di bronzo sul tavolo, un ragazzino pescatore, che nemmeno era caduta. Un calamaio pieno d'inchiostro. Un portacarte con dentro lettere e documenti ancora diritto. Lui, come se si fosse addormentato.
Il cane si accucci ai piedi di Ricciardi e cominci a sonnecchiare, ma un orecchio rimase alto, attento a rilevare qualsiasi rumore fuori dall'ordinario.
- E tu non ti sei fatto un'idea di questo tagliacarte o di questa penna con cui sarebbe stato ucciso Piro?
Modo scosse il capo.
- No, niente tagliacarte. La ferita era netta, un foro profondo almeno diciotto centimetri, ma non recava tagli laterali. Non un coltello e nemmeno un tagliacarte. Una penna s, pu essere, anzi magari  probabile. Asciutta, per, perch non c'erano tracce d'inchiostro sulla pelle.
Il commissario sembrava osservare con la massima attenzione il respiro ritmico del cane.
- Ma insomma, com' morto?
Il dottore indic un punto sotto il suo orecchio destro.
- Il colpo  stato inferto subito dietro la mandibola, sul lato destro, medialmente allo sternocleidomastoideo. La punta, la penna o quello che era,  entrata obliqua di circa sessanta gradi e ha attraversato i muscoli del collo fino alla laringe, come ho scritto nel rapporto dell'esame necroscopico. La vittima, in pratica,  rimasta soffocata nel suo sangue in meno di un minuto.
Ricciardi era assorbito completamente dalla descrizione'.
- A destra. Un mancino, quindi?
Modo si strinse nelle spalle.
- Non  detto. Per dare un colpo va bene anche l'altra mano, mica  un lavoro di precisione. Per chi l'ha vibrato era di sicuro pi in alto rispetto alla vittima, l'angolo parla chiaro.
- E lui non ha chiamato aiuto.
- No che non l'ha fatto. Non poteva, con la lacerazione della cartilagine. Se avesse potuto, probabilmente l'avrebbero sentito anche a quell'ora di notte. Faceva caldo, e c'era la finestra aperta.
Il commissario tacque a lungo. Poi disse:
- Moglie e figli che dormivano a pochi metri. La finestra aperta. Uno che in piena notte arriva, discute, probabilmente litiga, perch altrimenti non si capisce perch lo abbia ammazzato, e lo uccide. Poi se ne va tranquillamente, riapre la porta, scende le scale, esce dal palazzo. Nessuno lo vede. Nessuno lo sente.
Modo allarg le braccia.
- O magari qualcuno lo vede e sceglie di farsi i fatti suoi, semplicemente. O magari a quell'ora, in un quartiere nobile, tutti dormono nonostante il caldo. Sta di fatto che il conte Comesichiama ha confessato, no? Perch avrebbe dovuto, se non fosse stato lui?
Di nuovo silenzio. Poi, a mezza voce:
- Gi, perch?
Il dottore si alz.
- Io devo tornare in corsia, ho un vecchio con una brutta polmonite che secondo me non arriva a domani. Senti, Ricciardi, ho preso una decisione importante che ti riguarda: una di queste sere superi la tua proverbiale avarizia e impieghi un po' delle tue considerevoli sostanze per invitarmi a cena. C' una nuova trattoria che mi dicono abbia un vino cos scadente che ti puoi ubriacare bevendone meno di un litro. D'accordo?
Ricciardi protest debolmente.
- Bruno, lo sai, non mi sento di uscire la sera. E un periodo un po'...
Modo alz la mano, brusco.
- Forse non mi sono spiegato:  un ordine del tuo medico. Niente scuse. Vengo a prenderti in questura dopodomani alle otto, ch domani sono di turno.
- Ti hanno mai detto che i tuoi modi ricordano quelli dei fascisti?
Il dottore scoppi a ridere, svegliando il cane che balz in piedi.
- Ah, mi hai scoperto! In realt sono una spia incaricata dal duce in persona di scoprire chi sarebbe disposto a intrattenere rapporti di amicizia con un dissidente, allo scopo di mandarlo al confino. Al mio posto verranno a prelevarti una decina di squadristi che ti faranno un bel mazziatone.
Ricciardi era rassegnato.
- Ci sto, meglio una decina di squadristi che una serata intera a sentire le tue farneticazioni politiche.
Quando usc dal cortile Modo stava ancora ridendo, e il cane scodinzolava felice.

11.

Perch aveva scelto di occuparsi di quell'assurda faccenda? Ricciardi non poteva fare a meno di chiederselo.
Era ormai pomeriggio inoltrato. Dal brontolio sordo dello stomaco si rese conto di aver saltato il pranzo; era successo molte volte in passato, ma mai da quando era rientrato dal Cilento dopo i funerali di Rosa. Si ferm presso un venditore ambulante che stentoreo paragonava le proprie pizze ai pi raffinati dolci delle migliori pasticcerie.
Mentre consumava velocemente il pasto, curvo in avanti per evitare che olio e pomodoro gli colassero sui pantaloni, la domanda continuava a girargli in testa: perch?
Un caso chiuso, un'indagine senza sbocchi; l'impossibilit di osservare coi suoi occhi gli elementi, di rilevare eventuali indizi sfuggiti agli altri e soprattutto di sentire l'ultimo mezzo pensiero del morto, attraverso quella terribile, folle facolt che il Fatto gli regalava.
Era come cercare qualcosa in un cassetto vuoto.
E tuttavia gli pareva di essere tornato vivo, concentrato su qualcos'altro che non fosse la sua angosciosa, nuova solitudine. Gi quello era un grande risultato, dovette ammettere.
Inghiottito l'ultimo boccone e gratificato con una mancia aggiuntiva il venditore che, con malcelato orgoglio professionale, gli chiedeva se la sua non fosse la migliore pizza fritta della citt, decise che avrebbe occupato l'ora rimasta di luce per andare a casa della contessa di Roccaspina. Ricordava il luogo, e aveva letto l'indirizzo sul verbale di De Blasio.
Era plausibile che il conte fosse uscito e rientrato senza che la moglie se ne accorgesse? Voleva controllarlo e voleva anche parlare di nuovo con la donna per concertare con lei la successiva linea d'azione. Sapeva di doversi muovere con cautela, altrimenti i superiori lo avrebbero subito bloccato. Rimettere in discussione un'indagine chiusa era un peccato mortale, in pratica equivaleva a riconoscere di aver messo in galera un innocente, ancorch reo confesso, per errore. Con la conseguenza di scatenare un'immediata reazione da Roma e un terremoto in questura.
Inoltre, sebbene non fosse facile ammetterlo con s stesso, desiderava rivedere Bianca. Capire per quale motivo coltivasse la convinzione dell'innocenza del conte con tanta forza. Sentiva che l'amore, la fedelt coniugale, il legame matrimoniale non erano il vero motore della sua determinazione. Di che si trattava, allora?
Il portone era aperto, ma all'ingresso non c'era nessuno e Ricciardi si inoltr nel cortile. Al centro, una grande aiuola mostrava una vegetazione incolta attorno a una palma altissima. Non c'era traccia di carrozze o automobili: la rimessa era vuota, se non per alcune casse accatastate nell'ombra. L'impressione era di un antico sfarzo ormai svanito, di un deprimente abbandono.
Sali l'ampia scalinata fino al primo piano, dove c'era un'unica, grande porta di legno scuro.
Ad aprirgli fu una donna piuttosto anziana, con un grembiule macchiato, che lo fiss dal basso con aperta diffidenza. Chiese della contessa e la vecchia, senza rispondergli, scomparve all'interno, lasciandolo ad attendere nell'ampia anticamera spoglia.
Bianca arriv quasi subito. Non aveva alcun ornamento, eppure gli comunic un'impressione di estrema eleganza e raffinatezza. Indossava un abito blu a piccoli disegni bianchi, dal taglio semplice, e i capelli ramati erano raccolti in una crocchia e tenuti con un fermaglio.
Fiss gli occhi calmi in quelli di Ricciardi.
- Commissario, che sorpresa. Non aspettavo visite, scusate se mi trovate in disordine. E successo qualcosa?
Lui accenn un inchino col capo.
- Mi perdonerete, signora. Sono stato all'ospedale a trovare il dottore che si  occupato all'epoca dell'esame necroscopico, e ho fatto due chiacchiere col collega che ha aperto e chiuso l'indagine. Volevo parlarne un attimo anche con voi, se avete un minuto.
Bianca annu.
- Ma certo. Anzi, vi ringrazio per la solerzia. Francamente non ci speravo. Accomodatevi, prego, - e lo precedette in un salottino adiacente all'ingresso.
Ricciardi riconobbe lo stesso ambiente in cui era stato ricevuto al tempo dell'indagine sull'omicidio del presunto veggente. Emanava una generale sensazione di decadenza, che aveva gi provato la volta precedente, e gli riport alla memoria un breve alterco tra il conte e la contessa. L'uomo, ricord, aveva lo sguardo febbrile di una bestia ferita e chiusa in un angolo, mentre lei gli aveva trasmesso una specie di inquietudine, la stessa che provava ora davanti a quegli occhi gelidi e calmi e nel contempo sofferenti e appassionati; mostravano un fuoco che ardeva al di l di una spessa lastra di ghiaccio immobile e trasparente.
Bianca gli indic una poltroncina di fronte a un divanetto.
- Posso offrirvi un po' di rosolio? Temo di non avere molto altro. Come forse avrete notato, siamo un po' a corto di servit e di provviste.
Ricciardi finse di non rilevare l'amara ironia.
- Nulla, grazie. Ho appena mangiato.
- Ditemi dunque, commissario. Avete ricavato qualcosa da questi primi contatti?
Ricciardi si aggiust i capelli sulla fronte con un distratto gesto della mano.
- Vi confesso che fatico a farmi un'idea chiara di quello che  successo dopo il delitto per il quale vostro marito  stato arrestato. E in effetti le indagini potrebbero essere state chiuse un po' di fretta: tra le righe dei verbali si legge l'evidente sollievo per la confessione.
Sul bel volto di Bianca guizz rapida un'ombra di sorriso.
- Condivido la vostra idea, commissario. Del resto non mi sento di biasimare i vostri colleghi. Avere uno che ti toglie le castagne dal fuoco, ancor pi quando il delitto fa un certo rumore,  una congiuntura troppo favorevole per rinunciarvi.
Ricciardi assent.
- Dimostrate molto equilibrio, signora. Da parte mia, ammetto che qualche controllo sarebbe stato opportuno. Per fortuna la perizia medica  stata condotta dal miglior professionista che abbiamo in citt, quindi qualche riscontro in pi da quel punto di vista lo abbiamo. Ora dovremmo capire...
L'ultimo raggio di sole entr dalla finestra e gioc tra i capelli della contessa, tirandone fuori un riflesso rosso. Sembr all'improvviso una ragazza felice di aver ricevuto un regalo inatteso, e il commissario sent come una carezza sull'anima.
- Allora avete deciso di occuparvene! - disse la donna. - Io l'ho sentito, sapete, quando a suo tempo ci siamo incontrati, che avevate una sensibilit speciale. Anche allora sarebbe stato facile accusare Romualdo, era la soluzione pi semplice, eppure non lo avete fatto.
Ricciardi si mostr cauto.
- E meglio essere chiari, io posso pure riprendere in mano questa vicenda e cercare qualche indizio che magari  sfuggito per la fretta di cui parlavamo prima. Ma ci non significa che il quadro generale, cos com' configurato oggi, possa essere ribaltato.
- Naturalmente. Ma vedete, commissario, io so per certo che quella notte Romualdo non si mosse da casa. E se Piro  morto quella stessa notte, allora non ho dubbi che non  stato lui.
Ricciardi rimase qualche secondo in silenzio. Poi decise che era il momento di fare la sua domanda.
- Volete dirmi come fate a esserne tanto sicura? Non potrebbe essersi alzato dal letto mentre voi dormivate, per esempio? Ed essere rientrato prima che voi vi svegliaste?
Bianca arross violentemente e strinse le labbra. Ricciardi rilev l'improvviso cambio di espressione e rimase perplesso. La donna si alz in piedi.
- E va bene. Tanto impressione peggiore non potrete farvi. Venite con me, vi prego.
Il commissario la segu per una lunga teoria di stanze immerse nella semioscurit di imposte accostate e tende chiuse. Ambienti spogli, con parati scrostati e affreschi sbiaditi sugli alti soffitti, pochi mobili, un velo di polvere su tutto ad accentuare l'immagine di tristezza e abbandono di una grande casa che aveva conosciuto il lusso ma ne manteneva solo un vago ricordo.
Bianca camminava svelta, non una parola, lo sguardo fisso davanti. Le bruciava dover esibire lo squallore della sua condizione a quell'uomo, e nel contempo sentiva crescere una rabbiosa fierezza. Sensazioni contrastanti di cui si chiedeva la ragione. Mai aveva mostrato tanto di s, e ora lo stava facendo per salvare chi l'aveva ridotta in quello stato. Ironico, a pensarci.
Si ferm davanti a due porte chiuse, adiacenti. Con un profondo respiro, si volt a fissare Ricciardi.
- Ascoltatemi bene, commissario. Romualdo e io siamo sposati da dieci anni. Non abbiamo avuto figli, e il nostro rapporto  andato via via deteriorandosi. Immagino che succeda spesso nei matrimoni, e di solito lo si nasconde dietro una facciata di rispettabilit e di falso affetto. Purtroppo io non riesco a fingere. E questo  un difetto gravissimo per una persona nata nel mio ambiente.
Ricciardi taceva, imbarazzato, chiedendosi il perch di quelle confidenze.
Come se gli avesse letto nel pensiero, Bianca aggiunse:
- Vi starete domandando perch io vi dica queste cose. Non mi fa piacere, ma credo sia necessario che conosciate la situazione per capire da dove mi viene la certezza di quello che affermo.
Ricciardi, senza un motivo al mondo, pens a Enrica e a Livia, ma anche a Rosa e a Nelide. La casa calda, chiassosa e disordinata di una famiglia numerosa, che intuiva da due finestre e un sorriso; quella ricca e alla moda ma un po' solitaria, gestita da due domestiche e una sguattera e profumata di pulito e lavanda; quella comoda e sicura, ovattata e silenziosa che zia prima e nipote poi accudivano per lui come un tempio. Ognuna aveva assunto il carattere delle donne che l'abitavano, ognuna assomigliava a chi si muoveva al suo interno. Quella casa, invece, non aveva nessun marchio. Impossibile, osservandone le stanze, risalire alla personalit di chi ci viveva.
- Signora, io non sono qui per farvi visita o per formarmi un giudizio su di voi o sulla vostra vita. Mi avete cercato per un motivo, e quel motivo  la ragione di questo incontro.
Aveva pronunciato quella frase per tranquillizzare la contessa, ma subito si rese conto di come gli fosse uscita di bocca dura e fredda.
La donna sembr riflettere sulle parole di Ricciardi.
- Mi rendo conto. E infatti quanto vi ho detto serve proprio, ritengo, a comprendere meglio quello che  successo. La mia confidenza sullo stato dei rapporti con mio marito era una premessa necessaria perch vedete, commissario, da alcuni anni lui e io non dormiamo pi nella stessa stanza.
Ricciardi rest sorpreso.
- Ma... allora come fate a sapere che quella notte era a casa? Scusate, non capisco.
- Per questo vi ho portato qui. Vedete? - Bianca accenn con la mano verso una delle porte. - Questa  la mia stanza, e in quest'altra sta mio marito. Hanno una parete in comune. E molto sottile. In origine era una unica grande camera da letto. Molto tempo fa.
Il tono della voce di Bianca non tradiva rimpianti. La sua era una semplice enunciazione di fatti.
- E proprio quella parete sottile che mi consente, anzi, mi consentiva, di sapere con assoluta precisione sia quando tornava a casa sia quando usciva. Ho un sonno molto leggero e prima di addormentarmi leggo a lungo. Quella sera  rientrato alle nove e la mattina dopo  uscito alle sette e mezza.
Ricciardi era adirato con s stesso. Quella donna gli stava facendo perdere tempo.
- Signora, francamente credo sia impossibile per voi essere sicura che vostro marito non si sia mosso stando in un'altra stanza rispetto a lui. Basate la vostra certezza su un'impressione, e temo che questo argomento sia troppo vago per riaprire un'indagine gi chiusa. Ora mi scuserete, ma devo andare.
Bianca, inaspettatamente, gli sorrise.
- Lo immaginavo. E troppo comodo avere uno che confessa un delitto per buttare via la soluzione. Figuriamoci se a mettere in discussione tutto  una donna, che per di pi non divide la camera da letto con il marito.
Continuando a fissare Ricciardi, Bianca allung la mano verso una delle due porte e l'apri. Il pesante battente cigol in maniera penosa, e quando lei lo richiuse rimbomb cupo. Entrambi i rumori, anche di giorno e con i suoni della strada che arrivavano dall'esterno, risultarono perfettamente e fastidiosamente udibili.
- Credetemi, commissario: io posso dirvi con assoluta precisione quando questa porta viene aperta e quando viene richiusa. Vi ho detto che dormo poco e che mi sveglio spesso durante la notte.
Ricciardi rifletteva.
- Ammettiamo pure, per amore di discussione, che voi abbiate sentito bene e che quella notte vostro marito non sia uscito. Ammettiamo che abbia avuto qualche motivo misterioso per confessare un delitto che non aveva commesso. Ammettiamo anche che l'esame necroscopico non sbagli e che Piro sia morto effettivamente tra mezzanotte e le due. Come avrebbe fatto vostro marito a sapere che era avvenuto il delitto? E per quale motivo un uomo tanto dedito alla bella vita sarebbe uscito cos presto di casa?
Bianca non staccava gli occhi da quelli di Ricciardi.
- Mio marito giocava, commissario. Per questo maledetto vizio, per questa malattia, ha rovinato la sua vita e la mia. Ci per non vuol dire che facesse vita mondana o che gli piacesse far tardi per andare a teatro o a divertirsi. Quando finiva quello che aveva, e se nessuno gli faceva credito, tornava a casa e si chiudeva qui dentro. Non era raro che tornasse presto, qualche volta non si muoveva affatto. Per quanto riguarda l'uscire presto la mattina, era un'abitudine che aveva preso da qualche mese. Non ho idea di dove andasse.
- E non gliel'avete mai chiesto?
La contessa sorrise, triste.
- Commissario, io e Romualdo parlavamo poco. Pochissimo. Certe volte mi pare impossibile averlo sposato, e non ricordo nemmeno quand' stata l'ultima volta che abbiamo riso insieme. Lui ha... aveva la sua vita e io cercavo in ogni modo di tenere insieme gli ultimi pezzi della mia. Non avevamo pi alcuna confidenza, da anni.
Ricciardi ricord che quando era venuto al palazzo per interrogare il conte, lei gli aveva subito detto che, se era un creditore, non aveva idea di dove fosse il marito. In un lampo cap a che inferno quella donna era stata condannata dal suo matrimonio.
- Signora, potrei vedere la camera di vostro marito?
Bianca apr di nuovo la porta che produsse lo stesso fastidioso cigolio di prima.
All'interno regnava il disordine. Mucchi ingialliti di giornali e riviste raccoglievano polvere. Un vecchio grande armadio mostrava, da un'anta semiaperta, pochi abiti e un cappotto evidentemente rivoltato. Una toletta malandata il cui specchio era reso opaco dal tempo, con una bacinella e l'occorrente per la barba. Un cassetto semiaperto, con biancheria. Due paia di scarpe un po' scalcagnate, un letto sfatto.
Bianca era rimasta al di l della soglia. I suoi occhi fuggivano la vista di quello spettacolo.
- Non permetteva nemmeno che entrassimo per pulire, io e la cameriera. E tutto come l'ha lasciato lui, quando  andato a... Quella mattina, insomma.
Ricciardi passava in rassegna quegli oggetti di uso quotidiano cercando di formarsi un'idea sulla persona che aveva abitato quel luogo. Un uomo che aveva ceduto interamente, abbandonando ogni dignit: sembrava una stalla o una rimessa abitata da un vagabondo. C'era odore di polvere e di rancido, coperto da un profumo di basso costo. Si avvicin alla toletta sperando di trovare qualche lettera o documenti personali. Non c'era niente.
Si riscosse.
- Signora, devo chiedervi una cortesia, e mi scuso in anticipo per l'invadenza. Vi dispiace se entro nella vostra camera e vi domando di aprire e chiudere la porta di vostro marito?
Gli occhi di Bianca gli scavavano nell'anima, ma Ricciardi resse lo sguardo.
Alla fine lei si mosse, apr la porta accanto e fece cenno al commissario di entrare.
Ricciardi tenne gli occhi bassi, perch fosse chiaro che non aveva la minima intenzione di irrompere nell'intimit della contessa. Non pot tuttavia fare a meno di notare, di sfuggita, una stanza pulita e profumata, con due deliziose tendine e un libro aperto sul comodino.
Dandole spalle al letto, chiuse la porta. Dopo un istante sent Bianca che apriva e chiudeva il battente dell'altra camera. La donna aveva ragione, quel rumore era pi che sufficiente a svegliare chiunque, a meno che non dormisse un sonno molto pesante.
Usc, deciso, e si rivolse alla contessa.
- D'accordo. D'accordo. Andr avanti. Per avr bisogno di incontrare vostro marito, e dunque prima il suo avvocato. Potrete procurarmi un colloquio con lui?
- Ma certo, commissario. E un caro amico della mia famiglia. Spero gi domani, se volete. Vi devo accompagnare?
- No, non ce n' bisogno. Anzi, forse senza di voi parler pi liberamente. Attendo che mi facciate sapere il luogo e l'ora dell'appuntamento.
La donna assent di nuovo.
- Domani in mattinata vi mander la cameriera in questura. E, commissario...
- S?
- Grazie. Siete la prima persona che mi ascolta da quando... da quando  successa questa cosa. E io devo sapere. Devo.
Ricciardi fece un cenno vago con la mano.
- Non mi ringrazi. Le assicuro che, in questo particolare momento, mi  di grande aiuto avere qualcosa su cui concentrarmi. Un'ultima domanda: vostro marito  mancino?
Bianca fece un'espressione stupita.
- No, commissario. Usa la mano destra. Perch?
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Non si sa mai quali sono gli elementi importanti in un'indagine. Meglio assumere tutte le informazioni, intanto.
Quando furono sulla porta la contessa si volt verso di lui.
Scelse le parole e le pronunci a voce bassa.
- Io devo liberarmi, commissario. Non sar libera finch non sapr il perch. Lo capite, vero?
Ricciardi annu e se ne and, in fretta.

12.

Il maggiore Manfred Kaspar von Brauchitsch alz gli occhi verso il cielo e inal una profonda boccata d'aria.
Gli occhi e il naso, coinvolti nell'operazione, gli diedero risposte inattese. Gli uni non videro stelle, nonostante fosse sera, per l'illuminazione ravvicinata dei lampioni ai lati della stretta via; l'altro restitu, invece della dolce aria profumata caratteristica del momento di passaggio tra l'estate e l'autunno, un aroma misto di aglio, cipolla e verdure cotte che proveniva da una piccola trattoria all'angolo della strada. Del resto le orecchie, se fossero state interrogate, gli avrebbero confermato che si trovava vicino a un posto dove si poteva mangiare qualcosa rimandandogli il frastuono di musica e canto stonato degli ubriachi che stazionavano fuori dal localino, fumando e ridendo.
Il maggiore, divertito, scosse il capo, pensando per la centesima volta in due giorni a quanto quella strana, disordinata, allegra citt fosse diversa dalla sua Prien. Eppure si trattava di due sud, riflett. La Baviera e l'Italia meridionale, che per differivano tra loro proprio come la Germania e quella nazione forte e piena di speranza in cui si ritrovava adesso.
Quante cose erano successe da luglio, quando era venuto per le cure termali che faceva ogni estate. E quante ne sarebbero successe ancora, prevedibilmente, di li a poco. La vita pu riservare enormi sorprese, e raggruppare in pochi giorni avvenimenti sufficienti a cambiare un paio di vite.
Manfred si avvi fischiettando per risalire via dei Mille fino alla chiesa dell'Ascensione, verso la pensione dove alloggiava. Se anche solo in primavera qualcuno gli avesse detto che la sua vita sarebbe cambiata cos tanto, lui gli avrebbe risposto con un'amara risata.
Ripens a s stesso, a com'era qualche mese prima. Un soldato ferito e angosciato, senza prospettive, col cuore raffreddato dalla solitudine e dal tempo, alle soglie della mezza et. Per di pi soldato in un Paese praticamente senza esercito, che pagava una sconfitta vecchia ormai tre lustri, ripiegato su s stesso a causa della paura e dell'incertezza. Un trentottenne stanco, che aveva perso la speranza di riempire il vuoto creato dalla morte della moglie, avvenuta da pi di dieci anni; lui che invece avrebbe voluto una famiglia, dei figli ai quali lasciare il futuro che aveva sognato e che, per il momento, non era riuscito a creare.
Poi, all'improvviso, due incontri avevano cambiato tutto.
Uno era stato a prima vista innocuo, il comizio tenuto da un piccolo austriaco al quale si era recato su sollecitazione di un ex commilitone che lo aveva gi ascoltato. Ci era andato perch si fidava dell'amico, un uomo sinceramente innamorato della patria e come lui affranto per lo stato in cui la crisi economica perdurante l'aveva ridotta.
Il piccolo austriaco aveva un modo di parlare che ti svuotava il cuore da ogni insicurezza e te lo riempiva di furiosa speranza. Aveva una voce forte e decisa, ma anche sentimentale e delicata. Dispensava sogni e concrete indicazioni su come uscire da quel momento terribile e riaffermare il ruolo che la Germania aveva sempre avuto di guida del continente, prima tra le nazioni. Era Dio che lo voleva, aveva detto il minuscolo condottiero, e il volere di Dio vince.
Non era stato sorpreso di sapere che anche l'austriaco era un veterano della guerra, come lui. Solo un soldato poteva sapere di quali parole i soldati avessero bisogno. Al termine della riunione si erano conosciuti ed erano andati a bere un paio di birre insieme. Molte volte aveva constatato come chi parlava in pubblico in un certo modo si rivelava ben diverso nel privato, ma non era stato il caso di Adolf. Con pi pacatezza, ma uguale decisione, aveva ripetuto al tavolo della fumosa osteria i concetti che aveva espresso sul palco davanti ai seguaci adoranti. Aveva il dono, Adolf, di entrare in immediata sintonia con chi lo ascoltava, come uno strumento perfettamente accordato che si insinua all'improvviso in una banda di paese e per magia la trasforma in una grande orchestra.
Manfred aveva aderito prima al movimento poi al partito con gioia e convinzione. Non era capace di fare le cose a met, lui. O era un attivista o si limitava a ignorare l'argomento. Il ruolo del simpatizzante non faceva per lui.
Incroci due ragazze che si scambiarono qualche sussurro e gli sorrisero. Rispose con un galante inchino, sollevandosi il cappello in segno di saluto, ma continu per la sua strada senza rallentare, con palese disappunto delle fanciulle. Sapeva di piacere alle donne. Il suo fisico alto e atletico, i folti capelli biondi, gli occhi azzurri e com' ovvio l'uniforme attraevano immancabilmente gli sguardi, e in passato se n'era servito per intrecciare piacevoli e divertenti relazioni limitate nel tempo.
Adesso, per, non poteva pi dare seguito agli sguardi, perch era fidanzato.
Per la verit la cosa non era ufficiale, almeno non lo era ancora.
Ma lo sarebbe stata prestissimo, ne era certo.
Era quella una delle due ragioni per cui si trovava in citt. L'altra era molto pi riservata, e per due giorni lo aveva tenuto impegnato al consolato tedesco senza poter dire a Enrica che era gi arrivato: sarebbe rimasta delusa dal fatto che non fosse corso subito da lei.
Il maggiore von Brauchitsch era stato infatti nominato funzionario culturale presso la struttura diplomatica. Tutto era nato nei primi giorni di agosto, quando era andato a Berlino per congratularsi di persona con Hitler per la bella vittoria alle elezioni federali. Questi lo aveva abbracciato brevemente, poi lo aveva preso sottobraccio allontanandosi dal festante gruppo di veterani che lo circondavano.
La conversazione era stata rapida e intensa. Adolf gli aveva chiesto se era disponibile a rientrare in servizio, e lui, naturalmente, aveva risposto con entusiasmo di s; il dolore alla spalla stava diminuendo, anche grazie alle cure assidue e all'allenamento cui si sottoponeva, e si sentiva pronto. L'altro, per, gli aveva spiegato che non era il servizio sul campo quello che gli stava proponendo, ma un differente tipo di attivit militare, di ben maggiore importanza per lo Stato.
Manfred si era fatto serio, aveva fissato negli occhi il piccolo austriaco e vi aveva riconosciuto una determinazione purissima.
Quell'uomo avrebbe fatto di nuovo grande la Germania. E lui, Manfred, voleva contribuire a quel progetto. Con tutte le forze, lo voleva.
Adolf lo aveva messo in contatto con un comandante della Marina militare che aveva avuto con lui un lungo colloquio. Era stato scelto per il suo perfetto stato di servizio, gli aveva detto, per la sua adesione al movimento fin dalla prima ora e perch parlava perfettamente l'italiano.
Poi gli aveva spiegato che era in corso un programma di acquisizione di informazioni, e che l'Italia era un Paese amico che, nelle intenzioni del partito, avrebbe potuto e dovuto diventare un modello e un alleato. Dai modelli si impara, e a volte certi dati non si possono ottenere in modo facile e rapido per via ufficiale, come serviva invece alla Germania per crescere presto e tornare ad assumere il ruolo di comando che le competeva. Insomma, bisognava andare nei luoghi dove esistevano le installazioni militari a dare un'occhiata competente e discreta. E riferire puntualmente.
Manfred non era uno stupido, cap all'istante: il comandante, un giovane e ambizioso militare che subito aveva compreso da che parte tirava il vento, gli stava chiedendo di fare la spia. Ma non era nemmeno un'avventata, romantica recluta, era un maggiore della cavalleria del Reichswehr, era stato in battaglia e aveva ucciso uomini nel nome del suo Paese. Capiva che la nazione poteva essere servita in tanti modi, e che ognuno doveva dare il proprio contributo secondo quanto gli veniva chiesto. Pens in fretta, e ader senza esitazioni.
Le settimane successive erano state dedicate all'addestramento. Da un lato gli avevano spiegato che cosa avrebbe dovuto vedere e cosa avrebbe dovuto cercare, dall'altro lo avevano istruito ai compiti propri di un funzionario culturale. Manfred aveva constatato con gioia che tra le citt chiave per la raccolta delle informazioni utili al suo Paese c'era quella per cui lui aveva un interesse particolare, perch in quella citt, il porto pi importante d'Italia, in prossimit della sua cara Ischia, abitava Enrica, la sua ancora inconsapevole fidanzata.
Non c'era niente di male se il Reich si serviva di lui e lui si serviva del Reich.
Il caso fortunato era che nelle prossimit della stessa citt si stava svolgendo una campagna di scavi archeologici cui partecipava una spedizione di studiosi tedeschi, ed era quindi plausibile che fosse rinforzata l'assistenza a questi da parte del consolato. Un altro addetto culturale
serviva, e la sua destinazione non avrebbe destato sospetti.
Proprio il mese precedente la Marina del Reich aveva intensificato i contatti con la Regia marina italiana, e due alti ufficiali, Boehm e Ritter, erano stati ospitati sull'incrociatore Giovanni dalle Bande Nere in occasione delle grandi manovre della Flotta. Era stato il primo contatto diretto, e i due militari erano tornati assai colpiti dall'efficienza dell'equipaggio italiano e soprattutto dalla modernit delle strutture portuali. La missione di Manfred era comprendere quale destinazione di risorse era stata necessaria per approntare l'impressionante forza espressa in quell'occasione.
La citt, inoltre, ospitava un'aerostazione: e l'interesse massimo del nuovo governo tedesco era ricostituire un'adeguata forza aerea, ingiustamente proibita dalle altre nazioni europee a seguito della sconfitta. Anche su questo era necessario raccogliere informazioni, perci al seguito di Manfred e sotto il suo comando, nel finto ruolo di assistente logistico culturale, era stato collocato un giovane pilota arrivato al consolato proprio quel pomeriggio. Si andava insomma formando un nucleo informativo, il che testimoniava l'importanza che l'alto comando tedesco conferiva alla missione. Il maggiore ne era lieto e gratificato.
Ora per che il lavoro era stato ben predisposto, poteva finalmente occuparsi della seconda importante ragione per la quale aveva deciso di accettare quella destinazione. La ragione pi personale.
L'indomani, pens mentre attraversava la piazzetta sulla quale dava l'ingresso della pensione, avrebbe mandato un biglietto a Enrica. Le avrebbe scritto che era in citt e che sarebbe stato felice di andare a trovarla. Voleva conoscere quella famiglia di cui la ragazza gli aveva tanto parlato nelle meravigliose giornate sotto il sole ischitano durante le quali Manfred aveva dipinto il ritratto di lei mentre, sulla spiaggia, accudiva una scolaresca chiassosa e colorata. Le avrebbe portato il suo sorriso, e alla mamma un mazzo di fiori, e al pap del tabacco e una pipa bavarese che aveva scelto a Prien.
Si sarebbe fatto conoscere, apprezzare, e col tempo amare. Senza fretta, con pertinacia e perseveranza. Aveva scelto Enrica perch fosse sua moglie e perch gli desse i figli che voleva. La Germania e l'Italia, da unire nella sua vita per lavoro e per amore.
Senza una ragione salut quattro uomini che giocavano a carte su un tavolino malfermo sotto la luce di un lampione; uno di loro rispose con un goffo saluto militare mentre gli altri ridevano. E salut anche la proprietaria della pensione, una grassa signora che si asciugava le mani in uno straccio godendosi l'aria della sera.
Sal le scale fischiettando e pregustando i dolci sogni che la frizzante aria di settembre gli avrebbe portato.
Dall'ombra di un androne, due occhi lo scrutavano freddi.

13.

Quando ormai era pronta per mettersi a dormire, con una tazza di latte caldo e un libro, Livia sent un bussare discreto alla porta della sua stanza.
- Avanti, - disse.
Dallo spiraglio si affacci Clara, la sua cameriera. Aveva gli occhi gonfi di sonno e una vestaglietta; i capelli, che di giorno portava raccolti, erano sciolti sulle spalle. Non si era mai resa conto, Livia, di quanto fossero lunghi.
- Signo', scusatemi tanto. Ci sta... ci sta quel signore che sapete voi, quello che viene ogni tanto. Il signore che dice: "La signora mi sta aspettando, fatele sapere che sto qua". Insomma, me lo sono trovato alla porta, e... Per se volete ci riferisco che state dormendo, e di tornare domani.
Livia aveva gi indossato una veste da camera e si stava spazzolando i capelli.
- Grazie, Clara. Digli che arrivo, e vai pure a letto.
La ragazza era incerta; non le piaceva lasciare la sua signora da sola, a quell'ora, con un uomo.
- Signo', e se magari volete offrire qualcosa? Io vi aspetto in cucina, cos se mi chiamate vi sento. E tardi assai, sono le undici e mezza. Mica si va a casa di una signora, a quest'ora.
Quando Livia entr nel salotto Falco era, come d'abitudine, in piedi col cappello in mano vicino alla finestra, gli occhi rivolti alla strada ormai deserta. Nonostante l'ora fosse cos avanzata sembrava fosse appena uscito dal barbiere: radi capelli ben pettinati e nemmeno un'ombra di peluria sul viso. Emanava il consueto, leggero odore di lavanda.
Senza voltarsi, quando la donna entr nella stanza disse:
- Non tutte le notti sono uguali, signora. D'estate la gente tende a stare in strada, per sfuggire al caldo. Le donne nei vicoli mettono fuori le sedie e chiacchierano, poi vanno a dormire e gli altri, uomini, bambini, si alzano perch nei bassi non si respira. E si parla, si parla. Il vicolo diventa una sola grande famiglia. Tutti sanno i fatti di tutti.
Livia si accese una sigaretta e sbuff il fumo in aria, un po' infastidita ma anche, suo malgrado, preoccupata.
- Falco, come mai a quest'ora? E' successo qualcosa di grave?
L'uomo continu, come se non fosse stato interrotto.
- E d'inverno, sapete, non  molto diverso. Si accendono i fuochi per riscaldarsi, ma negli ambienti piccoli non si pu fare, si morirebbe tutti. Quindi si ricomincia a chiacchierare, come d'estate, le parole che escono dalla bocca come un fumo. Le anime dei vicoli sono di vetro, ci si pu guardare attraverso.
- Falco, non vi capisco. Io...
Lui si volt, dando finalmente le spalle alla finestra.
- A settembre invece no. A settembre le porte possono rimanere chiuse, e si pu dormire senza parlare. Dormire, forse sognare, come dice il poeta. Per nostra fortuna, qualcuno sogna ad alta voce. Voi mi avevate chiesto qualche informazione, signora. E io le informazioni ve le ho portate.
Livia si sent in difficolt senza motivo. Il tono piatto e privo di emozione dell'uomo contrastava con la sensibilit sottile delle sue parole.
- Ma non c'era bisogno di fare cos in fretta. Vi avrei visto anche domani, volentieri, se solo...
- Diciamo che sono abituato a essere puntuale e solerte. Quella ragazza che avete visto in occasione dell'incidente automobilistico occorso a... a chi vi interessa risponde al nome di Colombo Enrica. Abita a via Santa Teresa come lui. Due palazzi uno a fianco all'altro, con le finestre sul vicolo Materdei. Ha studiato da maestra, ma non ha un posto a scuola, insegna in privato a dei bambini che vanno da lei.
L'interesse di Livia era esploso.
- Che... che tipo ? Che fa? Stanno insieme? Sono fidanzati? Sono...
Falco procedette con estrema calma, come stesse leggendo un rapporto.
- Vive con i genitori ed  la prima di cinque figli. Compie venticinque anni fra un mese, i124 ottobre. La sorella minore, Susanna, madre di un bambino,  sposata con Caruso Marco, che  iscritto al partito ed  noto come un buon attivista. Il padre, Giulio Colombo,  titolare di un negozio di cappelli e guanti, un esercizio abbastanza noto, nella parte finale di via Toledo, verso piazza del Plebiscito; ha simpatie liberali, anche se non svolge alcuna attivit politica.
Livia reag nervosamente.
- Falco, voi non mi rispondete! Sono fidanzati?
L'uomo fece uno strano, triste sorriso.
- No, signora. Non lo sono. La ragazza frequent per un breve periodo, pi o meno nel periodo di Pasqua, la defunta governante Vaglio Rosa; e ci risulta che un paio di volte sia andata a trovarla a casa sua, ma sempre in assenza di chi sapete.
La donna tacque, perplessa.
- Ma allora... Io non capisco, perch era in ospedale?
Falco si strinse nelle spalle.
- Non ho detto che tra i due non ci sia una qualche simpatia. Forse si guardano dalle finestre, la stanza da letto di lui d proprio sulla cucina e il salotto della casa di lei. E facile che si conoscano, ma nessuno li ha mai visti insieme. Abbiamo... abbiamo pi di una fonte tra i fornitori e gli abitanti di quella zona, e i miei avevano fatto indagini serie. Possedevamo gi un rapporto piuttosto articolato, ho dovuto solo integrarlo con le informazioni pi recenti.
Livia rimase a bocca aperta.
- Come sarebbe, avevate gi un rapporto? La tenevate sotto sorveglianza? Perch, che ha fatto?
L'uomo assunse un'espressione dura.
- Signora, devo pregarvi di non farmi mai pi domande sulla nostra attivit. Sono cose che non vi riguardano, e vi ricordo che in questo momento io stesso sto contravvenendo a moltissime norme di segretezza soltanto per farvi un favore.
Livia sbatt le palpebre come una bambina che riceve un rimprovero inaspettato.
- Ma... certo, certo. Anzi, vi ringrazio molto per la sollecitudine. E che mi sembra una persona cos... cos ordinaria, normale. Non mi figuravo che avesse destato la vostra attenzione, ecco tutto. Solo questo.
Falco sembr rabbonito.
- Sapete, a volte non  la singola persona che conta, quanto le sue relazioni. E questo mi porta al vero motivo per il quale vi ho disturbata cos tardi. Quest'estate la signorina Colombo, mentre insegnava in una colonia a Ischia, ha stretto amicizia con un uomo. E questo signore da qualche giorno si trova in citt. Si tratta di un militare, un ufficiale per la precisione, tedesco. Il maggiore Manfred von Brauchitsch.
Livia era confusa, ma anche sollevata.
- E allora? Un uomo non pu andare a trovare un'amica, adesso?
- Ma certo, signora. Solo che l'ufficiale in questione ha preso servizio presso il consolato in qualit di funzionario culturale. Ha intenzione di restare da queste parti, insomma. E non  escluso che la sua amicizia con la signorina rientri nei programmi.
La donna non sembrava comprendere.
- Questo dovrebbe dispiacermi? Io ne sono felicissima, e auguro a entrambi tanta felicit.
Falco lasci cadere l'ironia e continu in tono serissimo.
- Signora, quest'uomo riveste per noi il massimo interesse. Il massimo interesse. Sappiamo che domani andr a trovare la signorina Colombo, ha chiesto come raggiungere il suo indirizzo al portiere del consolato, che  un nostro uomo. Alloggia in una pensione dalle parti della chiesa dell'Ascensione. C' in gioco una questione di grande importanza, che potrebbe riguardare molte persone. Devo pregarvi di stare alla larga da chiunque abbia a che fare con lui, almeno nel prossimo periodo.
- Che intendete dire, Falco? Temete che io corra dei rischi? E un malintenzionato, o...
- No, no, tutt'altro. Nessun pericolo, per carit. Ma teniamo d'occhio questa persona, e se in un rapporto dovesse esserci anche il vostro nome, questo comporterebbe un incrocio delle funzioni che sarebbe... scomodo per voi, ecco.
- Non capisco, ma accetto il consiglio. Sento, in qualche strana maniera, che il mio benessere vi sta davvero a cuore. Per la cosa riguarda la ragazza, no? Non Ricciardi, insomma. Avete detto che non si frequentano, forse sono solo semplici conoscenti e nella circostanza dell'incidente 
questa Enrica voleva solo fare compagnia alla tata. E siccome io non conosco questa donna, n mi interessa conoscerla, stiamo tranquilli. Non  cos?
Falco assent.
- Certo. Ma se dovesse esserci un contatto tra la suddetta ragazza e il vostro commissario, e del vostro commissario con voi, allora potreste trovarvi in qualche problema, e io voglio evitarvelo. Tutto qui.
- Perci siete venuto a mettermi in guardia. Non preoccupatevi, Falco, siete stato chiarissimo. Ma se la vostra speranza  che io non veda Ricciardi allora mi dispiace, sappiate fin da adesso che  mia intenzione vederlo, invece. E frequentarlo sempre di pi. Impedendogli altre frequentazioni femminili, peraltro.
Aveva pronunciato le ultime parole ridendo, ma Falco non ne condivise l'allegria.
- Signora, la questione  molto, molto seria. Non sottovalutate le indicazioni che vi ho dato. Vi prego. E il pensiero che la vostra impulsivit vi conducesse a parlare con questa signorina, trovandovi con lei proprio nel momento in cui von Brauchitsch fosse stato l anche lui, che mi ha spinto a fare quello che mai avrei fatto, cio venire qui a quest'ora.
Livia gli sorrise, intenerita.
- State tranquillo, Falco. Non  mia abitudine fermare una rivale in amore per strada, o andare a casa sua. Nella mia vita, piuttosto,  fin troppe volte accaduto il contrario.
Falco fu visibilmente sollevato da queste rassicurazioni. Si avvi verso la porta e Livia ne apprezz l'eleganza e il modo aristocratico di muoversi. D'impulso gli chiese:
- Una cosa, Falco. Come le sapete tutte quelle cose sulla vita dei vicoli?
L'uomo sorrise.
- Semplice, signora. Ci sono nato e cresciuto. E so che se c' una cosa alla quale bisogna fare attenzione, in questa strana citt, sono le notti di settembre. E ai sogni che le notti di settembre portano. Buona notte, e scusatemi ancora per la visita fuori orario. Che peraltro, come al solito e come sapete bene, non  mai avvenuta.

14.

Settembre, settembre. Notte di settembre.
Notte traditrice, che si presenta calda del sole del giorno che ha memoria dell'estate e porta tanti profumi di erba tagliata e di fiori gravidi, che basta lasciare uno spiraglio aperto e lei si introduce con dita lunghe e fredde e leggere ad accarezzarvi contropelo, per un minuscolo brivido di disagio.
Ma ormai gli occhi vi si chiudono per la stanchezza, e non potete alzarvi a chiudere quella finestra dalla quale entra la solita, malinconica canzone. E con le note entra il presagio del freddo, delle notti nelle quali quella brezza leggera diventer adulta e soffier e urler battendo la strada deserta, perlustrando balconi e rovesciando ceste e turbinando foglie, e la paura del fuori diventer il calore del dentro e dar conforto, sotto le coperte e con l'odore della legna bruciata dalle stufe nel naso.
Ma quello  un altro tempo. Quello  il novembre delle piogge o il gennaio delle feste dimenticate, o la coda disperata della belva gelida che non vuole morire a met marzo. Ora no.
Ora  settembre, e il profumo vince sul domani e su ogni terrore. E settembre, e sembra che la tenerezza della citt di mare e cielo e fronde che stormiscono nell'aria fragile non debba finire mai. Sembra che le anime possano restare di vetro, e mostrare quello che hanno dentro senza paura.
Sembra. Perch settembre, di notte, ama mischiare il mazzo e dare una carta da scegliere. Una carta che conosce gi.
Addormentatevi tranquilli, allora. E sognate pure.
Perch non sognerete nulla di quello che vi aspettate, mentre le vostre mani si allungheranno nel sonno a cercare una coperta che vi ripari dal freddo improvviso che entrer, a tradimento, dallo spiraglio che avete lasciato, esponendo cos la vostra anima.
La vostra anima di vetro.

Ricciardi avrebbe voluto sognare Rosa, invece sogn sua madre.
Almeno nel sonno avrebbe voluto sentire ancora la vecchia brontolona lamentarsi della sua solitudine e dei propri acciacchi, ciabattando per casa e preparando i terribili, enormi piatti di pasta e fagioli che gli infliggeva a intervalli regolari.
E invece si ritrov al capezzale di quella donna minuta e fragile, i folti capelli neri striati di bianco, il volto smunto che era stato pieno di delicata bellezza e ora, ora che stava per morire, era pelle tirata su un teschio con due enormi, spiritati occhi verdi che guardavano nel buio.
Gli faceva paura, sua madre. La sognava sempre cos, morente e attonita, quasi stesse per gettarsi in un abisso di cui non conosceva la profondit.
Come ogni volta si avvicin al letto e rimase fermo, in attesa. Lei gir la testa verso di lui, ruotandola senza che il corpo seguisse il movimento.
In molti sogni, che ricordava al mattino e che lo seguivano per ore nella giornata, affliggendolo con un senso di disperata impotenza, la madre cominciava a piangere di un pianto lento, silenzioso, gonfio di ignoti rimpianti. In altri gli elargiva un orribile, sdentato, folle e nero sorriso che gli gettava addosso un'angoscia dalla quale non riusciva a liberarsi neanche da sveglio.
Ora invece la madre parl.
Con voce secca e rasposa, come il crepitio della legna che brucia, gli disse: Solo. Adesso sei solo. Credevi che non sarebbe arrivato, questo momento? Credevi di poter resistere in eterno chiuso in un bozzolo?
Lui rispose, e la voce gli usc in un soffio, controtempo al suo stesso respiro: E che potevo fare? Tu lo sai, mamma. Lo sai il perch. Me lo hai dato tu, il perch.
La madre, gli occhi fermi con le palpebre che non battevano, enormi e verdi e fissi nei suoi, rise. E la risata aveva il suono della porta del conte di Roccaspina che si chiude sull'inferno con un tonfo. S, gli disse, io lo so. E se avessi scelto anch'io di restare sola? E se non ti avessi voluto n pensato n immaginato? Avresti preferito non esserci? Non vedere dalla finestra questa ragazza, non sentire la ruvida mano di Rosa?
Prima che lui potesse rispondere, la madre si trasform in una donna dai capelli ramati e dal collo lungo e sottile. Nel sogno, Bianca gli disse: Aiutami. Aiutami.
Ricciardi rabbrivid nella brezza notturna che forzava le tende, e pietosamente il sogno se ne and.

A pochi metri di distanza e distante un milione di chilometri, Enrica avrebbe voluto sognare Manfred, invece sogn Rosa.
Su una rivista femminile della madre aveva letto che si sognava quello che pi si pensava durante il giorno. Una parte del cervello continuava a rifletterci durante il sonno e trasformava il pensiero in immagini. Semplice.
Allora, si sarebbe chiesta l'indomani all'alba, quando avrebbe cercato di sgombrare l'anima e il cuore, com'era possibile che un pensiero che mai aveva avuto nella coscienza si fosse materializzato tanto bene, a tre dimensioni e a colori, mentre si tirava il lenzuolo fino al mento per sfuggire all'improvviso freddo della notte?
Signori', le aveva detto la tata sfiorandole la spalla; signori', non vi mettete paura. Sono io. Rosa, aveva risposto lei, Rosa, come state? L'anziana le aveva sorriso: e come sto, bene, sto. Le gambe non mi fanno male pi, vedete? E aveva accennato a un goffo passo di danza. Poi l'aveva fissata in volto, un po' severa: e voi, signori'? Come state? Non avete una bella cera. Non sorridete. Vi ricordate quello che vi ho detto su come dovete cucinare? Ve lo ricordate?
Rosa, aveva balbettato Enrica nel sonno, io non posso cucinare come mi avete insegnato. Sapete, sono successe delle cose. C' Manfred, adesso. Lui mi scrive delle lettere, sapete. Delle belle, lunghe lettere. E sogna una famiglia, dei figli. Io, insomma, non posso cucinare come mi avete detto voi.
- La vecchia le aveva accarezzato la faccia: figlia mia, povera figlia mia. Solo col cuore si pu cucinare. Non lo sapete? Solo col cuore. Lo vedete? E si apre il grembiule, e attraverso la camicia, la sottoveste e la pelle Enrica vede il suo cuore rosso e grande che pulsa regolare. Se non tenete questo, non potete mica cucinare. Avete voglia a riempire le bottiglie di salsa di pomodoro, non ci riuscirete mai a preparare i piatti. E lo farete morire di fame, a questo povero... come si chiama? Alfred? No, rise Enrica, Manfred. E io il cuore ce l'ho, vedete? E anche lei mostr il seno, ma sotto non c'era niente. Niente di niente.
Nel sogno Enrica si spavent a morte. Come poteva vivere, senza il cuore? Rosa, Rosa, dov' il mio cuore?, url, e mentre dormiva le usc dalle labbra un flebile lamento. Signori', non vi spaventate, disse la vecchia, voi il cuore ce l'avete. Lo dovete solo trovare. E quando lo trovate, mi raccomando, statelo a sentire. Come ho fatto io, per tutta la vita mia.
Non ne parl nemmeno nel sogno, Rosa, e non lo nomin lei. Ma qualcuno le osservava discutere dall'ombra. Enrica sentiva su di s lo sguardo verde di Luigi Alfredo Ricciardi, l'uomo che amava nei sogni e che di giorno scacciava dalla sua anima.
O provava a farlo.

Livia avrebbe voluto sognare Ricciardi, invece la brezza di settembre estrasse per lei il volto di Falco.
Sogn di seguire per strada un uomo che era uguale al commissario. Era difficile, camminava svelto e lei doveva combattere con i tacchi alti. Sentiva il suo respiro affannoso, faceva caldo e c'era folla. Poi lo raggiungeva, gli metteva una mano sulla spalla, lui si voltava e lei si ritrovava l'espressione indecifrabile, la mascella squadrata e il lieve sorriso di Falco davanti agli occhi.
Nel sogno prov una bruciante delusione, e non la nascose. L'uomo per parve non accorgersene e la prese sottobraccio. Le disse: Livia, devi capire che io faccio quello che  meglio per te. Si sent offesa dal suo atteggiamento confidenziale, e rispose: Decido io quello che  meglio per me.
Allora lui, all'improvviso, la baci. Cos, per strada, davanti a tutti. I passanti per fissavano gli sguardi altrove, mostrandosi impauriti. Livia si divincol, ma la stretta dell'uomo era forte e non riusciva a liberarsene. L'angoscia le premette forte in petto, e si svegli di soprassalto con un grande senso di disagio.
Ma non ricord che cosa aveva sognato.

Romualdo Palmieri di Roccaspina avrebbe voluto sognare il suo amore, invece sogn sua moglie.
Non gli era mai. successo, da quando era in carcere. Il suo sonno era pesante, agitato, oppressivo e angosciato, e raramente assistito da un bel pensiero; ma qualche volta aveva sentito quella pelle sotto le mani, e aveva baciato un sorriso che gli apriva il cuore. Tanto bastava per rafforzarlo nella sua convinzione che aveva fatto bene a fare quello che aveva fatto.
Quella notte, per, c'era l'aria di settembre che aveva voglia di rimischiare il mazzo, e si ritrov di fronte l'espressione severa di Bianca.
Se ne stava seduta rigida, gli occhi di quell'assurdo color pervinca fissi davanti a s, le mani intrecciate in grembo. Era sulla sua poltrona preferita, tra i pochi mobili che il suo demone non aveva perduto al gioco, vestigia di un tempo passato e dell'uomo che avrebbe dovuto essere e che non era.
Bianca, perdonami, avrebbe voluto dirle. Ma come al solito non riusciva a parlarle, n a guardarla in faccia. Non riusciva mai a dirle quello che aveva nel cuore. Troppo male le aveva fatto, e la ragione e il torto erano troppo ben definiti per aprire una qualsiasi discussione.
Stavolta per il conte trov nel sogno la forza di esplodere. Il perdono che non aveva la forza di chiedere divent vomito, una serie di rabbiose parole di astio infinito. Disse a quella faccia pallida e impassibile tutto quello che da sveglio non avrebbe avuto il coraggio nemmeno di pensare. Espresse la solitudine di un uomo con dei difetti, ma che non aveva mai nascosto la sua vera natura; che non poteva e non voleva sentirsi in colpa per i figli che non avevano avuto; che era lei che non lo aveva mai capito, con quell'aria da madonnina infilzata che lo aveva fatto sentire sempre inadeguato.
Che con la sua sola presenza, quella muta, infastidita presenza gli aveva reso irrespirabile l'aria e impossibile vivere in quella casa. Che anche coi suoi difetti, le sue zoppie morali, poteva ancora provocare un sentimento dolce e un'attrazione in qualcuno di meraviglioso, dolcissimo e splendido. Un essere superiore, incantevole e affascinante.
Che se una colpa aveva, era quella di non aver compreso subito che non poteva stare vicino a lei, la moglie, un attimo in pi. E che mille volte meglio era trovarsi l, in una lercia galera, con la prospettiva di non muoversi mai pi da quel luogo, che nella prigione delle convenzioni e delle consuetudini nella quale era stato rinchiuso alla nascita e della quale lei, Bianca, custodiva la chiave che mai avrebbe usato per liberarlo.
Nel sonno godette dello sfogo maligno, di quelle parole sputate in faccia alla moglie, senza pi il paravento ipocrita del silenzioso accusarlo di lei e del senso di colpa di lui.
Ma quando si svegli, in una livida alba, aveva la faccia inondata di lacrime.

Bianca non avrebbe voluto sognare niente, invece l'aria perfida della notte di settembre le diede in sogno Ricciardi.
Se lo trov seduto proprio l, nella sua stanza da letto; la stessa in cui era entrato per ascoltare il rumore della porta di Romualdo che si chiudeva. Per gran parte della serata che era seguita, tenendo in mano un libro senza leggerlo, aveva cercato di capire qualcosa dell'effetto che le aveva fatto vedere quell'uomo tra le sue cose, cos dentro la sua vita.
Avrebbe dovuto sentirsi violata, aveva pensato. Come si permetteva quell'estraneo, quello sconosciuto? Che ci faceva l? Come osava mancarle cos tanto di rispetto? Era forse la sua miseria, la povert delle sue cose a consentire quell'abuso di confidenza?
Poi aveva dovuto ammettere che Ricciardi si trovava l su sua richiesta. Lo aveva chiamato lei, chiedendogli e addirittura supplicandolo di occuparsi del caso di Romualdo. Quella che poteva sembrare un'irruzione era funzionale solo a capire se lei, Bianca, era una testimone attendibile o una donnetta che viveva di illusioni.
Era questo, aveva capito, a offenderla realmente. Il pensiero che Ricciardi potesse ritenerla una visionaria, cos invasa dal desiderio che il marito fosse innocente da essere indotta a inventarsi una bugia.
Gli occhi del commissario non erano per niente curiosi della sua intimit, questo le era stato subito chiaro. Voleva solo capire se quel rumore fosse distintamente percepibile dalla sua camera. Eppure non era quello che le dava agitazione. Non era per questo pensiero che adesso, mentre inquieta si rigirava nella notte di settembre, sognava di vedere quello stesso uomo seduto sulla sedia di fronte alla toletta, le gambe accavallate, le mani giunte davanti alla faccia e gli occhi scintillanti nel buio puntati su di lei.
Il sogno, si sarebbe detta se avesse avuto la forza di essere sincera con s stessa,  sfrontato, cara Bianca. Il sogno non ha decoro, non ha necessit di mantenersi all'interno delle consuetudini. Il sogno  vivo e vero e affonda le radici nel buio dei desideri.
Si sarebbe chiesta, Bianca, se avesse avuto il coraggio di guardarsi in faccia da sveglia, da quanto tempo non faceva l'amore. E da quanto non sentiva addosso la mano di un uomo. E quanto ne sentisse l'urgente bisogno.
Si sarebbe chiesta quanto fosse vera quell'immagine di algida sicurezza, di buona educazione e di riservatezza che dava di s. E se ricordasse ancora quanto fosse bello ridere e respirare profondamente il profumo dei fiori, e baciare.
Perch significava proprio questo il suo sogno, che l'indomani non avrebbe ricordato se non per una vaga, inspiegabile inquietudine che le sarebbe rimasta addosso per ore. Il sogno di due occhi verdi che la scrutavano dentro, portato dall'aria profumata di settembre che entrava dallo spiraglio della finestra.
Nulla di meglio dell'aria di settembre, per spettinare i sogni e scompigliare i sentimenti. Nulla di meglio dell'aria di settembre, per mettere in discussione ogni sicurezza.
Nulla di meglio.
E nulla di peggio.

15.

Quando Maione si affacci alla porta dell'ufficio di Ricciardi col solito vassoio di surrogato il commissario stava gi leggendo le copie dei verbali redatte con la grafia grande e ordinata del brigadiere.
- Commissa', avete visto che lavoro ho fatto? Poi non me la sono sentita di coinvolgere Antonelli, dopo la raccomandazione vostra, ci ho pensato io. Ci trovate parola per parola tutto quello che c'era scritto nella cartella. Quel De Blasio  un cretino, per  uno preciso, per fortuna nostra.
Ricciardi annu.
- S, tutto  stato fatto in maniera ineccepibile. Ma  evidente che la confessione di Roccaspina ha interrotto ogni attivit investigativa. Adesso il punto  come riuscire, dopo quattro mesi, a ricostruire con esattezza quello che  successo in realt.
Maione depose il vassoio e vers dalla napoletana il succo nero bollente.
- E quindi fatemi capire, commissa'. Ce ne occupiamo lo stesso, di questa cosa? Le crediamo alla contessa? Io vi avevo visto un poco diffidente, in verit.
Ricciardi sollev lo sguardo su di lui.
- Sono stato a casa sua. Ho verificato la plausibilit delle sue affermazioni e ho dato un'occhiata. E possibile, anzi probabile che quello che dice la contessa sia vero: se il marito fosse uscito, lo avrebbe sentito. In pi la situazione economica dei Roccaspina  disperata, hanno dovuto vendere perfino il mobilio. Quindi non capisco per quale motivo il conte avrebbe dovuto ammazzare chi poteva aiutarlo prestandogli altri soldi.
Maione vers il surrogato anche per s dentro un bicchierino di vetro. La tazzina col piattino spaiato e un po' sbeccata era per il commissario.
- Nella confessione il conte Romualdo spiega che aveva chiesto certe dilazioni di pagamento e Piro gliele aveva rifiutate. De Blasio ha pure annotato che la moglie di Piro riferisce di un altro litigio avvenuto il giorno prima, con le urla che si sentivano da fuori lo studio.
Ricciardi bevve un sorso e fece una smorfia di disgusto.
- Dio, che schifo questo surrogato. Sempre peggio, ma com' possibile?
Maione sogghign.
- No, commissa', non  che  peggio,  che uno si scorda. La memoria cerca di aiutare lo stomaco e cancella subito il sapore. E sperimentato. E pensate che Mistrangelo, alle denunce, ne va orgoglioso del surrogato che fa. Dice: Brigadie', stamattina  un nettare! Vedrete che il commissario si leccher i baffi!
Ricciardi scosse il capo, sconsolato.
- E io per questo i baffi non li porto. Insomma, tornando a noi: dovremo lavorare in modo diverso dal solito, non potendo sfruttare gli elementi freschi. E con discrezione, perch se qualcuno si va a lamentare coi superiori, Garzo ci blocca.
Maione si alz il berretto per grattarsi la testa, come faceva ogni volta che era dubbioso.
- E s, quello si fa afferrare per pazzo se scopre che stiamo rimestando in un'indagine gi chiusa. E bisogna stare attenti assai, perch l'ambiente  quello dell'alta societ e Garzo, come sappiamo bene, aspira senza successo a fare amicizia con i potenti. D'altra parte, non si potr evitare di interrogare qualcuno, no?
Ricciardi si alz, riponendo con sollievo la tazzina sul vassoio.
- Infatti,  una cosa pericolosa. Perci mi farai il piacere di dimenticarti di questa faccenda, di cui mi occuper da solo. Inutile correre rischi in due, e poi lo sai che con me Garzo ci va coi piedi di piombo, mentre con te pu permettersi di fare il duro.
Maione fece una risata.
- Commissa', voi lo sapete, io prendo ordini da voi solo se quello che mi chiedete riguarda il lavoro. Del tempo libero mio, per, posso fare quello che voglio. Quindi scordatevi di tenermi fuori da questa cosa, per cortesia. Intendo indagare pure io, e siccome se lo faccio di testa mia magari combino qualche guaio, allora tanto vale che me le date voi, le indicazioni necessarie.
Ricciardi riflett, poi scosse il capo sconsolato.
- Tu, Maione, sei proprio come questo surrogato: pessimo, ma necessario. E va bene, il tuo aiuto mi servir moltissimo. Ma facciamo un patto. Dei contatti con l'aristocrazia mi occuper da solo, cos nessuno potr contestarti niente. Tu mi darai una mano con le altre informazioni. D'accordo?
Maione allarg le braccia.
- Commissa', non vi posso promettere niente. Diciamo che accetter le vostre indicazioni, ma vi devo pur controllare, se no nei guai vi ci mettete voi. Allora, che devo fare? Come ci muoviamo?
Ricciardi picchiett sulle copie dei verbali.
- Dunque: da Modo ci sono gi andato, e conferma quello che c' scritto qui. La cosa interessante  che l'arma del delitto non pu essere un coltello, ma un oggetto senza lama, come un punteruolo.
Maione, come ogni volta che era concentrato, sembrava che si stesse per addormentare.
- Ma il conte nella sua confessione ha detto che non si ricordava quello che aveva usato per fare fuori l'avvocato, quindi ci pu pure stare che ha preso, che so, una penna col pennino d'oro di quelle che usa quella gente l, o un soprammobile a punta. Me lo ricordo, ha detto cos, no? L'ho copiato ieri sera.
- S, l'ha detto. Ma qua, nella lista degli oggetti rinvenuti sulla scrivania, il tagliacarte non c', invece ci sono ben due penne. Io un tagliacarte senza lama non l'ho mai visto.
Maione si strinse nelle spalle.
- E va bene, commissa'. L'arma del delitto non si trova. Ma questo non basta a risolvere il problema della confessione.
Ricciardi continu, passeggiando avanti e indietro.
- E poi c' un'altra cosa che mi lascia perplesso. La ferita. Il colpo  stato inferto sul lato destro del collo della vittima, e il conte, come mi ha confermato la moglie,  di mano destra.
Maione se ne stava seduto come un Budda, le mani intrecciate sul ventre e gli occhi socchiusi. Si sarebbe detto che da un momento all'altro avrebbe cominciato a russare.
- Quindi, stando di fronte, l'assassino avrebbe dovuto usare la mano sinistra per colpire l'avvocato a destra. E allora? Nella rabbia mica si controlla la mano che si usa. E per sferrare un colpo non ci vuole chiss quale precisione, commissa'. Forse la mano destra era occupata a mantenere qualcosa.
Il ruolo dell'avvocato del diavolo spettava da sempre a Maione; quando si trattava di ricostruire l'accaduto era bravissimo a smontare le teorie, Ricciardi gliene dava atto volentieri. Ed era molto utile.
- S, ma con l'ora e le modalit dell'accaduto come la mettiamo? Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Faceva caldo, le finestre erano aperte e, dato il posto,  possibile che ci fosse ancora gente in giro. E mai possibile che non ci sia uno straccio di testimone?
- Commissa', magari i testimoni c'erano, ma non c' stato bisogno di cercarli, perch il colpevole si  presentato spontaneamente. E poi, scusate, che differenza fa?
- Che vuoi dire?
Maione spieg.
- L'avvocato qualcuno lo ha ammazzato, no? Mettiamo che, come dice la signora contessa, il marito non c'entra e per qualche motivo suo, che poi io vorrei sapere qual  il motivo per cui uno sceglie di passare in galera il resto dei giorni suoi, ha deciso di accusarsi del delitto. Comunque sia, chiunque l'abbia ammazzato si presenterebbero gli stessi problemi che ci stiamo ponendo per il conte, no?
- Capisco quello che vuoi dire. Ma noi non siamo gli avvocati del conte, non  che dobbiamo trovare un capro espiatorio per proclamare la sua innocenza. Noi dobbiamo capire cosa  successo, e basta. Se poi emerge che  stato proprio il conte e che la signora non l'ha sentito uscire di casa, avremo in ogni caso fatto quello che dobbiamo fare.
Maione non aveva mosso un muscolo.
- Io piuttosto un'altra cosa mi domando, - mormor.
- Cio?
Il brigadiere emise un lieve sospiro.
- Uno viene da me per chiedermi un rinvio di qualche pagamento. Discutiamo, alzo la voce, ci sentono. Io rifiuto il rinvio. Quello torna di notte, mezzo ubriaco e probabilmente pi disperato del giorno prima. Che novit ci possono essere? Perch lo faccio entrare? E non ci sta nessun litigio, perch nessuno ha sentito niente. Perch lui abbia uno scoppio di rabbia e mi ammazzi, io lo devo pure aver fatto arrabbiare, no? Invece no, silenzio assoluto. E a quanto pare, tutto nella stanza era a posto. E questo che  un po' strano.
Ricciardi annu, convinto.
- Esatto! E ti dir che a me sembra addirittura assurdo, dato anche il carattere del conte che, cos me lo ricordo quando l'ho conosciuto,  una persona molto facile alle emozioni. Insomma, qualcosa non quadra.
Maione scosse il capo.
- No. Qualcosa non quadra. Allora, commissa', come procediamo?
- Sto aspettando che venga la cameriera della contessa per dirmi a che ora e dove posso incontrare l'avvocato del marito. Pu darsi che abbia qualche elemento in pi, che possa riferirci qualche particolare di quello che sostiene il suo cliente. Tu, nel frattempo, cerca di recuperare delle informazioni sulla vita del conte: se aveva relazioni, quale fosse il suo rapporto con la vittima... Insomma, dovresti...
Maione sospir ancora, stavolta pi a lungo.
- S, lo so che devo fare. Una lunga passeggiata sopra San Nicola da Tolentino, sperando che nessuno mi incontri.

16.

Per la decima volta da quando aveva aperto il negozio, spalancando le pesanti ante di legno, il cavalier Giulio Colombo sbirci verso l'entrata. Aspettava Enrica.
Il lavoro non gli era mai pesato. Commerciante, figlio di commercianti e nipote di commercianti, sapeva bene che doveva rispettare un'etica di pochi ma saldi princip, e il primo di essi era l'assoluta affidabilit. I clienti e soprattutto le clienti dovevano sapere che a partire da una certa ora potevano contare sulla sua presenza dietro il banco in legno di noce, al centro dell'ampio spazio circondato dalle alte scaffalature dove era esposta la merce migliore. Tutto doveva essere pulito e profumato, l'ambiente doveva suggerire freschezza, onest e attenzione. Pretendeva da s stesso, quindi a buon diritto da chi lavorava con lui, una cortesia venata di buonumore che non doveva mai mostrare crepe, anche quando si trattava di servire la baronessa Raspigliosi, la vecchia megera che faceva tirar gi decine di cappelli e paia di guanti per poi mormorare, con la sua voce aspra di fumo e col suo alito pestilenziale: si, grazie, ci penser.
Questo della deferenza e cortesia in negozio era un aspetto al quale prestava la massima attenzione, e diventava spesso materia di discussione col genero, Marco, il marito della sua secondogenita Susanna. Un bravo ragazzo che lavorava con lui da anni, aperto, sorridente e infaticabile, ma portato alla polemica. Pi volte era dovuto intervenire per evitare che Marco assumesse nei riguardi dei clienti pi incerti un atteggiamento che sarebbe stato interpretabile come impaziente. Glielo aveva fatto notare e in un paio di circostanze era stato costretto a rimproverarlo, beninteso in separata sede per non privarlo dell'autorit che, in quanto parente, aveva nei confronti delle altre due commesse. Se voleva un giorno ereditare il suo posto, l'aveva ammonito, doveva imparare a comportarsi da perfetto gentiluomo. Altrimenti le scelte di Giulio sarebbero state diverse.
Enrica non si vedeva. Nel frattempo, puntuale come una cambiale e ugualmente bene accetta, entr appunto la Raspigliosi, accompagnata dalla cameriera che l'assisteva. Stavolta era una robusta ragazza dalle guance rosse, strizzata in un camice nero e bianco acquistato con ogni evidenza per una persona di taglia ben diversa. Era comprensibile. Le serve della baronessa avevano un'inconsapevole data di scadenza dettata dalla capacit di sopportarne le angherie in rapporto allo stato di bisogno.
Nascondendo un sospiro, il cavaliere sorrise alla vecchia strega.
- Cara baronessa, che magnifico aspetto che avete stamattina. Come vi possiamo servire?
Il magnifico aspetto consisteva in una leggera ma evidente peluria nera su un viso rugoso, un naso adunco su cui troneggiava un porro peloso, un mento che gareggiava col suddetto naso nel tentativo di allontanarsi dalla faccia e un corpo sensibilmente pi ampio in larghezza che in altezza.
La donna grugn.
- Guanti. Oggi voglio vedere un paio di guanti. Che colore mi serve?
Era una delle belle caratteristiche della baronessa. Non diceva mai cosa volesse, lasciava che si tentasse di indovinarlo. Giulio prese gli occhiali e se li pul col fazzoletto, ostentando di considerare con calma la risposta.
- Dunque: andiamo incontro all'inverno, quindi non prenderei niente di troppo leggero, per non voglio farvi spendere soldi per qualcosa che non userete a lungo, poi magari l'anno prossimo vi ritrovate con dei guanti fuori moda. Che ne pensate di questi? Sono di vero camoscio, morbidi e caldi ma non pesanti.
La Raspigliosi emise un rumore che poteva essere tanto un cenno di assenso quanto un sommesso rutto.
- Mh. Questa deficiente di serva non  capace di lavare niente senza rovinarlo, dovrei cacciarla a calci nel sedere, solo che mi fa pena perch al suo paese muoiono tutti di fame. Quindi niente di troppo caro, cavalie'.
La ragazza accentu il rossore delle guance. Giulio le invi un rapido sguardo di comprensione al quale lei non rispose continuando a fissare vacua davanti a s. Forse, riflett Colombo, era fortunata e non capiva.
Mentre si apprestava a rispondere riportando l'attenzione sulla merce, si stagli nel riquadro della porta l'alta figura di Enrica.
Giulio Colombo aveva preso la decisione la sera prima. Ci aveva pensato a lungo, non era mai stato uno che agiva d'impulso. Da quando la figlia era rientrata dalla famosa colonia estiva non aveva mai accennato alle lettere che si erano scambiati, alle confidenze che solo da lontano lei era riuscita a fargli aprendogli il cuore. Si assomigliavano tanto, Enrica e lui.
Al di l dell'aspetto fisico, alti, con gli occhiali da miope, la carnagione scura e il sorriso aperto e luminoso, erano entrambi schivi e riservati, poco inclini alle manifestazioni estreme. Di rado aveva visto piangere la figlia, anche da bambina era pi matura e sensibile delle altre ragazzine, assennata e riflessiva. Si capivano profondamente, senza bisogno di parlare. Si intuivano, anzi. Bastava un gesto, un sospiro e lo stato d'animo era condiviso.
Gli altri figli assomigliavano a Maria, entusiasti e volitivi, sempre pronti alle lacrime e al riso, sempre impegnati in perenni, fragorose discussioni che approdavano di rado a un accordo. Enrica no. Enrica sorrideva, taceva e faceva quello che riteneva giusto fare. Non opportuno: giusto. Anche a proprio danno. Anche a prezzo della propria infelicit.
Conoscendo l'animo della figlia perch speculare al proprio, non aveva mai condiviso le preoccupazioni della moglie. Enrica a quasi venticinque anni era ancora sola, n sposata n tantomeno fidanzata, ma Giulio era certo che quando sarebbe stato il momento, quando avrebbe incontrato la persona giusta, l'avrebbe riconosciuta. E nel frattempo c'era lui a proteggerla e amarla, a sorriderle in silenzio come un pap deve fare.
Poi c'erano state le lettere, con la rivelazione che la persona giusta la figlia l'aveva incontrata. Solo che questa non aveva compiuto con lei nessuno di quei passi canonici che sarebbe stato normale aspettarsi: un invito a uscire in compagnia, la presentazione in casa, il fidanzamento. Si limitava a guardarla da lontano attraverso il buio, gli occhi da gatto che scintillavano in silenzio. Enrica, secondo la sua natura, aveva aspettato. Fino a quando si era convinta che in realt quell'uomo non la voleva, e aveva deciso di partire.
Nelle lettere Enrica, la sua piccola fragile e decisa Enrica, gli aveva confessato quanto sanguinasse il suo cuore.
E di fronte a quel dolore Giulio aveva preso una decisione di cui non si sarebbe mai creduto capace. Aveva avvicinato l'uomo. Doveva capire. Doveva rendersi conto di persona.
Non si erano parlati molto. Il cavaliere era un vecchio liberale,, ed era consapevole che i tempi cambiavano pi velocemente di quanto lui riuscisse ad adeguarvisi. Non apparteneva alla generazione che poteva facilmente avvicinare un giovane e chiedergli se voleva la figlia che si era innamorata di lui. Ma era un padre, e non poteva pensare di vedere Enrica macerarsi nel dolore senza fare niente per aiutarla.
In uno strano modo, l'uomo gli piacque. Era silenzioso, privo di inutili smancerie, ma si vedeva che non mentiva.
Per il cavalier Colombo doveva aver sbagliato la valutazione sullo stato d'animo della figlia, perch di colpo Enrica aveva limitato le proprie lettere a quelle che inviava a casa, in cui informava brevemente sul suo stato di salute e su quello che faceva. Poi, aveva cominciato a parlare del tedesco.
Era guardinga, breve e poco partecipativa, nulla nei suoi racconti tradiva un coinvolgimento affettivo particolare. Ma, aveva decretato Maria, se una ragazza di quell'et parla di un uomo con quella frequenza, allora qualcosa c'. Di sicuro.
Lui non aveva replicato.. Conoscendola, non credeva Enrica in grado di cambiare tanto velocemente l'oggetto della propria attenzione. Ma se lei non gli parlava, voleva dire che non ne aveva bisogno. E tanto gli bastava. Peraltro, pensava, non era affatto detto che Maria non avesse ragione, forse per sua figlia era necessario uscire da un'infatuazione che solo lui conosceva e aprirsi a un rapporto concreto che le desse la felicit. La felicit: Giulio non desiderava altro per lei.
Eppure c'era qualcosa. Qualcosa che aveva percepito in un mezzo sospiro, in uno sguardo perduto nel vuoto per una frazione di secondo, nel modo in cui teneva le spalle quando credeva che nessuno la vedesse.
C'era qualcosa. E Giulio, la sera prima, aveva preso il coraggio a due mani.
Era rimasto sorpreso che parlare con Enrica gli riuscisse pi difficile di quanto fosse stato avvicinare quell'uomo a luglio. Allora combatteva contro s stesso per la serenit della sua bambina, e aveva vinto facilmente contro la naturale ritrosia che lo caratterizzava. Adesso invece gli pareva quasi di intromettersi con la forza nel suo intimo, di costringerla a parlare di qualcosa che poteva recarle dolore. Il pensiero di essere proprio lui, che l'amava teneramente, a causarle sofferenza gli era insopportabile.
Eppure gli era sembrato necessario. Anche una sola possibilit che stesse per compiere una scelta di cui si sarebbe pentita per tutta la vita giustificava la sua intromissione. Si era deciso e le aveva chiesto di raggiungerlo l'indomani al negozio. Parlarle a casa, con tutte quelle fameliche orecchie pronte a carpire ogni variazione della temperatura domestica era pressoch impossibile.
Ma ora che se la trovava davanti, con quel suo sguardo tranquillo e dolcissimo, si sentiva un gendarme prevaricatore e violento che sta per interrogare un'innocente. Fece cenno a una commessa perch seguisse lei le elucubrazioni della baronessa Raspigliosi, alla quale mormor delle scuse, e si allontan seguito dalla malevola curiosit della vecchia. Se ne sarebbe andata di malagrazia, non celando il proprio disappunto per essere stata mollata quando era appena all'inizio delle due ore di ricerca nelle quali avrebbe passato in rivista tutta la merce del negozio senza, al solito, acquistare nulla; ma la serenit della figlia contava ben pi di un paio di guanti.
Prese Enrica sottobraccio e si avvi verso il Gambrinus.

17.

Il caff era stipato di gente ma il cameriere pi anziano, che conosceva il cavalier Colombo da anni, gli trov subito un tavolino.
L'aria dolce di settembre stimolava a rimanere all'aperto, per cui i posti all'esterno erano esauriti e c'era chi attendeva all'impiedi, appoggiato alla bassa ringhiera fumando e chiacchierando o leggendo il giornale del mattino. La sala del pianoforte, invece, era un po' meno affollata, e Giulio preferiva trovarsi lontano da occhi e orecchie indiscreti per parlare con Enrica.
La giovane pareva non chiedersi per quale motivo il padre l'avesse chiamata. In realt aveva il cuore in tumulto, perch non sapeva cosa avrebbe risposto alle inevitabili domande. Agli interrogatori della madre era preparata fin da quando era una bambina: sapeva come deviare il discorso verso territori meno insidiosi, e l'impetuosit di Maria si scontrava ogni volta impotente contro il muro che Enrica sapeva alzare. Il padre, invece, bastava che la guardasse occhi negli occhi, cos simili ai suoi che sembravano riflettere i suoi stessi pensieri. A Giulio non era mai riuscita a mentire. Ma del resto non le aveva mai chiesto nulla che lei non volesse dirgli.
Questa era la prima volta.
Il cavaliere ordin un caff e del rosolio per la figlia. Poi cominci a scrutarla, senza parlare.
Enrica si agit sulla sedia.
- Pap, io vi devo chiedere perdono per le lettere che vi ho inviato quest'estate.
Colombo fu sorpreso.
- Perdono? E per quale motivo? Non erano sincere, forse?
- No, no, lo erano eccome. Solo che... Io non avevo il diritto di gettarvi addosso le mie pene, ecco. Non potevate fare niente, e sono stata cos egoista da confessarvi tutto da lontano, senza guardarvi negli occhi.
Giulio protest.
- Non devi dirlo nemmeno per scherzo. Io sono tuo padre. I padri questo devono fare, portare i pesi che possono togliendoli dalle spalle dei figli. Ma non  per questo che ti ho voluta vedere.
Fu il turno di Enrica di essere sorpresa. - No? Ma allora...
- Ascoltami, tesoro. Tu non devi... Tua madre, vedi, parla per il tuo bene. E una donna che a volte... non vede molto in profondit, ecco, ma vi adora, e si getterebbe nel fuoco per voi figli.
Enrica si illumin.
- Certo, pap, certo. E solo che ogni tanto  un po'... frettolosa. Sembra che voglia manovrare le vite degli altri, e questo io...
- ... Non lo accetti, ti capisco. Ma quanto alle tue lettere, tu hai scritto quello che avevi nel cuore. E quando si ha qualcosa nel cuore, bisogna dargli ascolto. Tu lo sai che io non ho finito il liceo.
Enrica distolse per un momento lo sguardo.
- S, pap. Dovevate lavorare, perch era morto il nonno. - Gi, tuo nonno era morto. Ma avrei potuto insistere, magari continuando a lavorare mentre studiavo. La fatica non mi ha mai spaventato. Ed ero anche bravo. Avrei studiato Filosofia, sai che mi interessano gli argomenti della politica. Magari avrei trovato un posto da professore. Mi sarebbe piaciuto.
La ragazza era attonita. Non pensava che il padre avesse mai avuto aspirazioni diverse dalla conduzione dell'azienda di famiglia.
- Ma... e il negozio? Credevo vi piacesse molto il vostro lavoro. Cos ci avete sempre detto.
Giulio scuoteva il capo, con un po' di malinconia.
- No. Non molto, per la verit. Nemmeno rendeva tanto, sai? Tuo nonno non aveva saputo rinnovarsi, adeguarsi ai tempi. Eravamo quasi in bancarotta. Avrei potuto lasciar perdere, mia madre e mia sorella avrebbero tirato avanti coi soldi della vendita che gli avrei lasciato, avevano la casa. E io avrei seguito la mia strada.
Enrica non sapeva cosa pensare.
- Allora perch non l'avete fatto? Perch non avete continuato con gli studi?
Il padre guardava assorto due bambini che giocavano con il cerchio in strada, al di l della vetrata. Seguiva i suoi ricordi.
- Perch avevo conosciuto tua madre e me n'ero innamorato. E lei non avrebbe aspettato che io completassi gli studi e trovassi un posto di lavoro. Voleva sposarsi e voleva dei figli. Lo sai com' fatta.
La giovane sent il cuore stringersi in petto.
- Che peccato, pap. Che tristezza, dover rinunciare ai sogni per...
Colombo si volt all'improvviso e la fiss.
- No. No. L'errore, il peccato come dici tu, sarebbe stato rinunciare a quello che avevo nel cuore, in nome di una convenienza. Ho portato dentro a lungo il dubbio di aver sbagliato; un dubbio opprimente, pesante come una montagna. Tutto in me, i sentimenti, la natura, l'orgoglio mi facevano odiare questo lavoro, il dover fingere cortesia e riverenza a gente ignorante solo perch porta dei soldi. Sai quando  svanito questo dubbio? Lo sai quando ho saputo di aver avuto ragione?
Enrica sent gli occhi farsi umidi sotto le lenti.
- No, pap, - mormor; - quando?
La voce di Colombo s'incrin in modo impercettibile. Fuori uno dei bambini cercava di convincere l'altro a dargli il cerchio.
- Quando sei nata tu. Quando ti hanno portata da me e ti hanno messa tra le mie braccia. E ogni volta che ti guardo, come adesso, ogni singola volta che guardo te o i tuoi fratelli, ringrazio Dio di aver fatto la scelta giusta. Nessuna filosofia, nessuna classe di studenti, niente avrebbe potuto darmi pi gioia di quella che provo in questo istante.
Mai Enrica aveva immaginato quanto amore ci fosse nel cuore di quell'uomo schivo e silenzioso, che non sapeva andare al di l di una fugace carezza. Trattenne a stento le lacrime, in silenzio.
Quando sent allentarsi la morsa di commozione che le stringeva la gola, sussurr:
- Perch mi dite queste cose, pap? Perch?
Giulio diede un piccolo colpo di tosse per scacciare a sua volta l'emozione.
- Te le dico, tesoro mio, perch voglio che tu non zittisca il tuo cuore. Questo tedesco... quest'uomo di cui ci hai scritto. Tua madre mi dice che potrebbe venire a casa per chiedermi di frequentarti. Io voglio, devo sapere qual  la tua volont. Quella vera, intendo. Se hai bisogno di aiuto da parte mia, non aver timore. Non lo saprebbe nessuno. Io non vedo di buon occhio la politica della Germania, come quella dell'Italia del resto. Potrei giustificare un diniego con tua madre usando questo argomento, e poi non mi rende certo felice l'idea che un giorno qualcuno porti lontano la mia bambina. Se tu vuoi, io...
Enrica, d'impeto, allung la mano sul braccio di Giulio.
- Pap, vi prego. Non dite pi niente. Io lo so che posso contare su di voi, ci assomigliamo tanto che certe volte sento nelle vostre parole l'eco stessa dei miei pensieri. Ma lui, quell'uomo di cui vi ho scritto, non mi vuole. Sono stata perfino sfacciata, e sapete quanto sia lontano dalla mia natura. Gli ho fatto capire chiaramente cosa sento, cosa sentivo per lui. Non mi vuole, altrimenti si sarebbe avvicinato. Non c' timidezza, non c' ritrosia che possa giustificare il suo silenzio. E Manfred... lui  un uomo dolce e buono, che ha vissuto e sa riconoscere l'importanza di un sentimento. Sento che con lui potrei trovare un equilibrio, una serenit. E far contenta la mamma.
Giulio protest.
- Ecco, vedi? A questo proprio non dovresti pensare. Non conta il volere di nessuno di noi, conta solo il tuo. E la tua vita che stai mettendo in gioco, non lo capisci? Se tu ami un altro, non puoi nemmeno immaginare...
Enrica lo interruppe, la voce di colpo dura.
- Allora non lo amo abbastanza, pap. Io non permetter mai a nessuno di giocare coi miei sentimenti. Lui sa, ne sono certa. Sa quello che provo per lui. Se non mi ha cercata, vuol dire che non gli interesso. Tutto qui.
Di una cosa sono certa. Nella mia vita voglio un marito, una casa e dei figli. Sono nata per essere madre, lo sento ogni volta che faccio lezione ai bambini, ogni volta che prendo il mio nipotino in braccio. E se l'uomo che avrei scelto, che avevo scelto, non mi vuole, vivr la mia vita ugualmente.

Aveva cominciato a piangere. Le lacrime scendevano senza pi freni sulle guance e sulla bocca serrata. Giulio senti il cuore sciogliersi.
Si sporse sul tavolino per asciugarle il viso col fazzoletto.
- Va bene, tesoro di pap. Non piangere. Va bene. Ma ricorda: finch io sono qui, non dovrai mai fare quello che non vuoi. Se fosse cos, io avrei fallito il mio compito di padre. Tu dovrai fare sempre e solo quello che vuoi. Me lo prometti?
Enrica esit, poi accenn di s con la testa senza riuscire a parlare. Rimasero a guardarsi negli occhi, tenerezza nella tenerezza, amore nell'amore.
Fuori, uno dei bambini scapp col cerchio. E l'altro lo insegui nel sole.

18.

I due bambini annegati se ne stavano abbracciati e lividi nella luce, a pochi metri dall'ingresso del circolo nautico. Ricciardi, fermo a breve distanza, li osservava con le mani in tasca. Sembrava guardare il mare che luccicava placido verso l'orizzonte.
Gli faceva sempre uno strano effetto, andare vicino al mare. Lui che era un cilentano di montagna, cresciuto in mezzo a gente pragmatica abituata a lottare con la natura per procacciarsi da vivere, rimaneva stordito di fronte a quella distesa sempre uguale e sempre diversa, in movimento perenne ma apparentemente ferma, un ponte inquieto verso il resto del mondo ignoto, e ignoto anch'esso nelle profondit e nelle superfici. Il suo animo introspettivo ne vedeva la bellezza terribile, e ne rimaneva ammaliato. Ma non riusciva a prendere confidenza sufficiente a volergli bene, anche dopo tanti anni.
Poi, naturalmente, c'erano i morti, pens continuando a fissare i due cadaveri tremanti e stretti nell'abbraccio che li aveva uccisi. I morti, che punteggiavano la costiera. I morti, i pescatori d'inverno e i bagnanti d'estate, le cui emozioni malefiche venivano portate a riva dalla risacca, come se invece che a decine o centinaia di metri fossero spirati proprio li, sulle pietre della scogliera. I morti, traslucidi e sbiaditi nella pioggia o nel sole, che sussurravano la propria terribile canzone per un pubblico di un solo spettatore.
Uno era un po' pi grande, l'altro non doveva avere pi di sette o otto anni. Il piccolo era bluastro, la bocca semiaperta dalla quale usciva una bolla di bava bianca che sembrava un orribile fungo, gli occhi semichiusi; mormorava: vieni, vieneme a piglia', nun c'a faccio. L'altro, i peli ritti e la pelle d'oca, gli occhi rivoltati nelle orbite e le labbra e la lingua nere, ripeteva: nun me tira', nun me tira'.
Una giornata al mare, pens con dolore Ricciardi. Si assomigliano, saranno stati fratelli.
Pens al padre di quei bambini, dovunque si trovasse in quel momento, ammesso e non concesso che fosse ancora vivo, che non fosse morto di dolore. Se non l'aspettasse da qualche parte appeso a una corda, o con la schiena spezzata per un salto da un ponte. Si domand se il suo cuore non fosse stato schiacciato dal rimpianto di non essere stato l, in riva al mare, per salvare i propri figli.
Si riscosse ed entr passando dal civettuolo arco che costituiva l'ingresso del circolo. Sembrava un altro mondo. Attorno alle aiuole fiorite perfettamente disegnate e curate passeggiavano coppie eleganti, in abito da mattina; sulle panchine sedevano gentiluomini col giornale aperto e il cappello bianco, che ogni tanto si detergevano annoiati il sudore dalla fronte con candidi fazzoletti; camerieri in livrea volteggiavano discreti, distribuendo cocktail e caff.
Ricciardi si senti fuori luogo, e ben lieto di esserlo.
Meno di un'ora prima una guardia aveva introdotto nel suo ufficio la donna anziana che lo aveva fatto entrare in casa Roccaspina. Senza una parola, continuando a guardarlo diffidente come la prima volta che l'aveva incontrato, gli aveva consegnato un biglietto ripiegato e se n'era andata senza salutare. Il biglietto diceva, in una bella grafia in corsivo: "Circolo del Remo d'Oro. Avvocato Attilio Moscato. Ore undici". Non un saluto, non una parola di accompagnamento. Ricciardi espresse un sorriso. La contessa sapeva andare subito al dunque, in qualsiasi circostanza.
Si guard attorno e prima di chiedersi come avrebbe potuto riconoscere l'uomo che stava cercando fu tolto dall'imbarazzo da un signore con panama e giacca bianca che sventolava un fazzoletto verso di lui da un tavolino sulla terrazza rivolta al mare. Quando lo raggiunse, l'uomo si alz tendendo la mano.
- Voi dovete essere il commissario Ricciardi. Avvocato Moscato, per servirvi. Attilio Moscato.
Ricciardi ricambi la stretta.
L'avvocato era un uomo di circa quarant'anni, dai lineamenti sottili, con denti bianchi e regolari sotto un paio di baffetti curatissimi. Un fiore rosso all'occhiello e la catena d'oro di un orologio da tasca che spuntava dal panciotto completavano l'eleganza degli abiti. Indic al commissario una sedia del tavolino, piazzato strategicamente all'ombra di una tettoia. A pochi metri alcune barche da diporto ondeggiavano pigre all'ormeggio, qualche marinaio ne lustrava i ponti con cura.
- Accomodatevi, prego. Qua la mattina si fa a gara per accaparrarsi i tavolini all'ombra, che vi credete;  una giungla. Cosa vi offro? Un caff, qualcosa da mangiare? E troppo presto per un liquorino, che dite?
Ricciardi scosse il capo.
- Un caff andr benissimo, grazie. E grazie per il tempo che mi dedicherete.
L'avvocato lo scrut per un momento come a valutare se per caso lo stesse prendendo in giro, poi decise di no e sorrise facendo cenno a un cameriere, al quale ordin, oltre al caff per l'ospite, una sfogliatella per s.
- Che vi devo dire, a me quest'aria di mare mette sempre appetito. Allora, avete conosciuto Bianca. Una donna notevole, non vi pare? Bellissima, tra le pi belle del giro. Ma pure un poco triste, sempre seria. Non una persona facile, insomma.
Il commissario non era l per spettegolare, e volle chiarirlo.
- Avvocato, ho chiesto io alla contessa di incontrarvi. Come forse saprete,  convinta che il marito si sia accusato del delitto di Ludovico Piro senza averlo compiuto. Asserisce, la contessa, che il conte quella notte era in casa e non si  mosso. Voi cosa ne pensate?
Moscato fece scorrere gli occhi sulle barche, continuando a sorseggiare il t che stava bevendo quando Ricciardi era arrivato.
- Bah, commissa', che vi devo dire: Bianca ha sostenuto questa tesi fin dal primo momento, ma di fronte a una confessione molto circostanziata e mai ritrattata, senza contraddizioni ed espressa in piena lucidit non c' stato niente da fare. E molto poco si pu fare adesso. Secondo me state perdendo tempo.
Ricciardi non era disponibile a farsi dare lezioni su come impiegare il proprio tempo.
- Io comunque vorrei capire qualcosa di pi di questa faccenda, anche se le indagini, come saprete, sono state chiuse. Voi conoscete da molto il conte?
- Ma certo, dai tempi del liceo. Chi, se non un amico intimo e affezionato, si sarebbe preso l'onere della difesa con la prospettiva certa di doverci rimettere anche le spese? Gli voglio bene, a quel disgraziato. E voglio bene pure a Bianca, che conosco da quando era una ragazzina, perch mia madre e sua madre giocavano a canasta insieme. Ma questo non vuol dire che creda anch'io all'innocenza di Romualdo.
- Che tipo ?
- Eh, Romualdo... Vi dovrei dire com'era, e com' diventato. Era un ragazzo allegro, di cuore, spassosissimo: rideva sempre, faceva scherzi. Una famiglia importante, importantissima. Molto antica. Il padre era una delle figure pi in vista della generazione sua. Aveva un futuro davanti, Romualdo. Si  laureato in Giurisprudenza pure lui, ma non ha mai esercitato: troppo occupato a mangiarsi tutte le sostanze.
- Aveva dei vizi?
- Non "dei vizi". Un unico vizio. Romualdo gioca. Ha sempre giocato, ma alla fine  diventata un'ossessione. Prima i cavalli, poi il lotto, poi le carte. Poi tutte e tre le cose insieme. Ha buttato un patrimonio immenso, credetemi: e ha ridotto in rovina pure Bianca, che aveva le sue sostanze. Una tragedia.
Ricciardi insistette.
- E nient'altro? Che so: lusso, donne...
Moscato ebbe un'espressione di meraviglia.
- Donne? Ma no. Si era fidanzato con Bianca da ragazzino, quelle cose non dico combinate dalle famiglie, ma favorite s, del resto erano due bei nomi. Romualdo  un ragazzo colto ed elegante, e lei l'avete vista, quando aveva un poco d'allegria era una specie di sole. No, donne niente. Solo quel demone l. Ma bastava e avanzava, credetemi. Lo divorava, quel demone. Una malattia inestinguibile.
- E i suoi rapporti con Piro? Come si erano conosciuti, e da quando?
L'avvocato tir un lungo sospiro. Un enorme gabbiano, fermo su una bitta, stridette brevemente.
- Vedete, commissario, questo  un piccolo mondo. Poche decine di persone, forse un centinaio. Andiamo nelle stesse scuole, frequentiamo alle stesse ore gli stessi salotti, gli stessi teatri. E come se la citt fosse un treno, e noi popolassimo un solo vagone senza uscirne mai. Ogni tanto succede che viene un momento, magari alcuni anni, che per diverse ragioni la porta dello scompartimento si apre, qualcuno scende e qualcun altro sale.
Si ferm come se avesse detto, con finta noncuranza, qualcosa di molto importante. Diede un morso al dolce, mastic, ingoi e si pul i baffetti con un tovagliolo. Ricciardi aspett con pazienza che riprendesse.
- Ludovico Piro era un arrivista. Un poco di buono che ha approfittato di chi qua dentro, per un motivo o per l'altro,  andato in rovina, e credetemi se vi dico che sono in tanti. Li vedete? Guardateli bene. Sorridono, passeggiano, si vestono con cura, vanno in vacanza al mare in inverno e in montagna d'estate, ma molti non hanno un centesimo, e semplicemente non riescono a fare a meno della vita che hanno condotto da quando sono nati. Piro prestava i soldi. Li prendeva da qualche ente di cui era l'amministratore e con gli interessi guadagnavano tutti, lui in primis. Romualdo, poveretto,  caduto nella sua rete e non sapeva come uscirne. Per questo l'ha ammazzato.
- Quindi voi siete convinto che sia stato lui? Che Roccaspina abbia ucciso Piro?
Moscato lo fiss perplesso.
- Commissario... perch avrebbe confessato, altrimenti? Ricciardi tacque a lungo, riflettendo. A quanto pareva lui era l'unico che Bianca fosse riuscita a convincere. Poi disse:
- Avvocato, io vorrei incontrare il vostro cliente. Avrei bisogno di parlare un po' con lui, e soprattutto di guardarlo negli occhi. Pensate che si possa fare?
Moscato parve sorpreso dalla richiesta.
- Ma... immagino di s. Verreste con me, magari potremmo dire che siete un mio assistente. Il fatto che l'indagine sia chiusa credo non vi consenta di ottenere un permesso dalla questura.
Ricciardi acconsent.
- Certo. A me baster ritrovarmi con lui, anche in vostra presenza. Voglio solo fargli qualche domanda, cos ci togliamo il pensiero.
- Va bene. Del resto ero intenzionato ad andarci, anche per fargli sentire un poco di conforto, pover'uomo. Purtroppo dal punto di vista della' linea di difesa non c' molto da fare. Se il cliente confessa, al povero avvocato rimane ben poco a cui appigliarsi, non vi sembra?
Ricciardi si alz.
- Vi ringrazio, avvocato. Se vi venisse in mente qualcosa, vi prego, mandatemi a chiamare. Altrettanto, se mi consentite, far io. Credo che la contessa abbia il diritto di liberarsi da questo dubbio che la tormenta.
Moscato sorrise, triste.
- Certe volte avere un dubbio aiuta, commissario. Uno pu tenere lontane le ipotesi pi difficili da accettare. Chiss, forse non l'aiutate alla povera Bianca, se le togliete il dubbio. Buona giornata.
E riport l'attenzione sul gabbiano immobile sulla bitta.
All'esterno, sotto il sole, erano rimasti solo i due fratellini annegati abbracciandosi.
Ricciardi li sent mormorare, ma non si volt a guardarli.

19.

Come ogni santa volta, Maione cominci a maledire Bambinella all'altezza della penultima curva della scalinata che portava alla palazzina di via San Nicola da Tolentino.
Era certo che quello sgorbio della natura avesse scelto di abitare in cima a una salita cos ripida al puro scopo di ammazzare lui, senz'armi ma con la causa in apparenza normale di un semplice infarto; anche perch quando era necessario andare l, per un complesso di assurde circostanze climatiche, si sviluppava un caldo infernale che si combinava sadicamente con la pesante divisa fino a infradiciarlo tutto.
Non mancava un'ulteriore componente di disagio, puramente psicologica. Il fiatone, il copioso sudore, le gambe che gli tremavano, la crescente lentezza dolorosa della salita gli richiamavano alla mente l'et, la pinguedine e lo scarso movimento che faceva. Tre cose che mettevano al tappeto ogni barlume di eventuale buonumore.
Per questo il Maione che si accingeva ad attaccare la definitiva rampa di scale, quella che portava all'abbaino terrazzato di Bambinella, era al solito imbufalito e molto poco incline alla conversazione. E certo non contribu a migliorare il suo stato d'animo il fatto di incrociare un giovane che scendeva le stesse scale senza guardare avanti, ma inveendo ad alta voce verso i piani superiori. Il ragazzo, che dicendo male parole attraversava lo stretto pianerottolo, diede una testata violenta proprio nel plesso solare del brigadiere, togliendogli la residua, e gi di per s scarsa, quantit di aria rimasta nei polmoni.
Massaggiandosi la testa e chinandosi per raccogliere il berretto caduto, il ragazzo si rivolse alla massa indistinta con la quale si era scontrato.
- Mannaggia a voi, mannaggia! Ma che diamine, non guardate avanti quando fate le scale? Mo' prendo il coltello e...
Recuperato un minimo di battito cardiaco, Maione allung stancamente una mano nella penombra e prese per il collo il giovane alzandolo da terra di una decina di centimetri. Quello, sorpreso, strabuzz gli occhi e si rese conto di trovarsi al cospetto di un gigantesco poliziotto che aveva tutta l'aria di essere sul punto di staccargli la testa con un morso, e cominci a mugolare.
Quando Maione lo ripose al suolo, valutando, per il momento, di soprassedere dal farsi giustizia sommaria, il ragazzo toss terrorizzato e si mise a balbettare.
- Uh, brigadie', per-perdonatemi, io... E come potevo sapere di trovarmi davanti proprio a voi che...  che quel fetente ricchione mo' non riceve pi, e io avevo fatto tanto per trovare i soldi... ma quello non mi ha fatto nemmeno entrare, e cos... per state tranquillo, a voi vi porter rispetto, prego, accomodatevi pure! Conoscete la strada, no?
Maione, di fronte all'allusione del giovane, fu tentato di cancellare in appello l'assoluzione per la testata e convertirla in una rapida sentenza di morte mediante schiaffoni.
- Oh! - ansim. - Ma come ti permetti? Io non sto qua per... io non le faccio queste schifezze, hai capito?
Sul viso del ragazzo comparve un'espressione di sconcertata meraviglia.
- Ah, no? E allora come mai state qua, scusate?
Per un attimo la domanda colse il brigadiere di sorpresa. - Chi, io? Io... Ma che te ne fotte a te, si pu sapere?
Sto qua per ragioni di servizio! Lo sai che ti posso sbattere in galera immediatamente?
Il giovanotto ridacchi, complice.
- Seh, seh, ragioni di servizio... lo so io quale servizio! E tenete ragione, brigadie', quel Bambinella  unico al mondo, per certe cose. Io perci ci sono rimasto cos male che non mi ha fatto entrare! Dite la verit, quando comincia a...
Purtroppo per lui non pot mai completare l'immaginifica descrizione della specialit preferita, perch Maione aveva recuperato la forza necessaria per sollevarlo di nuovo e mollargli un calcio nel fondoschiena che lo sped due metri pi in l.
Quello non era ancora atterrato che, mulinando le gambe, si diede alla fuga. Ma non prima di urlare:
- Buon divertimento, brigadie'!
Quando arriv all'uscio di Bambinella, Maione emetteva ormai un sordo rumore, come un motore accelerato. Diede un paio di zampate all'ingresso, insolitamente sbarrato. Dall'altra parte giunse la voce profonda e modulata che conosceva bene.
- Francu', ti devi rassegnare: ti ho detto che non ricevo pi, e basta. Meglio che te ne vai, se no te ne penti. Maione rugg.
- Bambine', apri immediatamente ch se no sfondo la porta e ti trascino in questura per i capelli, quant' vero Iddio!
L'eco ancora si doveva spegnere che il battente si spalanc, mostrando Bambinella che pareva il ritratto della meraviglia.
- Uh, brigadie', siete voi! Ma che sorpresa! Scusatemi, il ragazzino che sta alla punta del vicolo e mi avverte sta malato, e quello che lo deve sostituire fa sempre tardi. Abbiate pazienza, accomodatevi! Ma che , state arrabbiato? Mo' vi faccio un surrogato che vi tira su, come tira su quello che faccio io non tira su niente.
Maione entr, asciugandosi la fronte.
- Bambine', non cominciare coi doppi sensi che oggi  il giorno che ti butto dalla finestra, cos una volta per tutte capisci quanto  lunga la salita per arrivare qua sopra. Ma si pu sapere che significa questo fatto della porta chiusa?
Lo strano individuo avanz nel cono di luce proveniente dalla finestra. L'impressione di una donna alta e un po' angolosa venne cancellata da particolari che nella penombra erano rimasti nascosti. Caratteri decisamente femminili, come gli occhi grandi e liquidi, le lunghe ciglia, le unghie dipinte con cura e i capelli neri legati in una coda fluente si mescolavano in modo inquietante con quelli maschili, come l'alone di peluria sulle braccia e sul torace nascosto dalla vestaglia fiorata, l'ombra di barba sulla faccia e le spalle larghe e forti. Il trucco pesante disorientava ulteriormente, come la voce, di tono basso ma dolce e affettata. I piedi, lunghi e nodosi, erano infilati in un paio di babbucce di foggia orientale.
Maione squadr il femminiello da capo a piedi e allarg le braccia.
- Madonna, Bambine', quanto fai schifo. E pensare che quel fesso di guaglione che ho preso a calci di sotto era pure dispiaciuto di non essere riuscito a entrare.
Bambinella ridacchi.
- Eh, brigadie', dite sempre queste cose. Come se non si sapesse in tutte le parti del mondo che chi disprezza vuol comprare:  una legge del mercato. Ah, avete incontrato a Francuccio? Mamma mia, quant' asfissiante! Ha perso proprio la testa, quello. Avete fatto bene a dargli un calcio, quasi quasi vi assumo come buttafuori da casa mia.
Maione afferr una poltroncina cinese e la brand come un martello.
- Mo' te la scasso in testa, non ti permettere, sai! Io non sono un buttafuori, sono un buttadentro la galera! E se insisti te la faccio provare, hai capito?
Bambinella finse preoccupazione per la poltroncina.
- Mamma mia, state attento, brigadie', quelle le cose cinesi mica si trovano facilmente a buon prezzo. Ma che volete, a me mi piacciono proprio assai! Invece di darmela in testa sedetevi proprio l sopra e datemi un minuto per il surrogato.
Maione riflett se dare corso comunque alla minaccia di fracassare la poltroncina, bilanciandola nella mano. Poi decise per la soluzione pacifica e la ripose accomodandosi. Il gemito che mand il bamb lasci credere che la sedia, forse, avrebbe preferito altrimenti.
- Dunque, Bambine', mi spieghi che  'sta storia? Perch hai cacciato via il ragazzo? Ci sta qualche problema?
Il femminiello, continuando ad armeggiare sulla cucina economica, rispose con una risata che pareva il verso di un asino.
- No, nessun problema, brigadie'. Anzi, una cosa bella, una volta tanto. Ve lo metto, lo zucchero?
- Bambine', ti ho fatto una domanda. Che succede? Bambinella consegn la tazzina a Maione e si sedette vezzoso di fronte a lui, con un largo sorriso.
- Brigadie', mi sono innamorata.
Maione sospir, passandosi una mano sulla faccia.
- Mamma mia, il solo pensiero mi fa dare di stomaco.
Comunque, che c'entra con la porta chiusa? E soprattutto, chi sarebbe la... il fortunato?
Bambinella arross e rivolse uno sguardo pudico a terra. Sembrava la parodia di un'educanda. di fronte a una barzelletta spinta.
Mormor:
- No, sapete com', brigadie',  che una certe cose non si sente pi di farle cos, per lavoro, diciamo. Scusatemi, ma il nome non ve lo posso dire, una volta tanto quest'informazione non ve la do. E' venuto qua per scherzo, certi amici suoi gli avevano detto che io sono famosa perch so fare...
Maione alz una mano, imperioso.
- Per carit, Bambine': niente dettagli tecnici. Vai avanti.
-... E insomma,  venuto qua. Io in un primo momento mi pensavo che era uno qualsiasi, qua sopra viene gente di tutti i tipi, mi capite. E poi invece, lui tiene un...
Maione gemette, e fece per estrarre la rivoltella dalla fondina. Bambinella ritenne di sorvolare sulle ragioni del colpo di fulmine.
-... E com' e come non ,  scattato questo amore. Che vi devo dire, da quel momento non ho lavorato pi. Io negli anni sono riuscita a mettermi qualcosa da parte, niente di che, ma insomma  sempre qualcosa, poi a me non serve molto, una volta che mi sono procurata quel poco di rossetto, di cipria... Solo che ci stanno certi che non si rassegnano, e vengono lo stesso fino a qua per vedere se mi va di lavorare ancora.
Il brigadiere scosse il capo, meravigliato.
- Be', che vuoi che ti dica. Contento tu, contenti tutti. Almeno non avr ogni volta lo scrupolo di coscienza a non arrestarti. Questo significa che non potrai pi reperire informazioni?
Bambinella rise col solito nitrito, mettendosi vezzosamente la mano davanti alla bocca.
- Ma no, brigadie', che dite? Io le notizie per voi le raccolgo dagli amici e dalle amiche, mica dai clienti. State tranquillo. A proposito, qual buon vento vi porta da queste parti? Non mi pare che  morto ammazzato nessuno, ultimamente. O mi sbaglio?
Maione scosse il capo.
- No, infatti non si tratta di un morto recente. Mi interessa un morto vecchio. Risale a giugno, per la precisione: un avvocato di Santa Lucia che...
Il femminiello salt su felice, battendo le mani come se conoscesse la risposta di un gioco di societ.
- Ah, la so, la so! Piro, si chiamava,  vero? Come, ne parlavano tutti quest'estate! Ma l'assassino non si trov subito? Tanto che io pensai, questi sono poliziotti bravi, nemmeno cominciano l'indagine che gi capiscono chi  sta... Uh, madonna santa, brigadie', scusatemi...
Maione era scattato in piedi e fissava truce Bambinella.
- Guarda, io non ti ammazzo per questa fesseria che hai detto solo perch ti voglio spiegare quanto sei fesso. E sei fesso per due motivi. Primo. Quel deficiente di De Blasio, il commissario che si  occupato di questa cosa, non ha trovato proprio nessuno perch il sedicente criminale, il conte Romualdo Palmieri di Roccaspina, si  presentato di sua spontanea volont. Secondo. Magari nemmeno  stato lui. Quindi prima di dare aria a quella fogna che ci hai al posto della bocca pensaci bene, hai capito?
Bambinella giunse le mani con ammirazione.
- Ges Ges, quindi non  stato lui? Mamma mia, che notizia!
Maione fece immediata marcia indietro.
- Non ho detto questo. Ho detto che potrebbe non essere stato lui. Dobbiamo indagare, e stiamo vedendo che  successo in segreto, quindi non ti far scappare niente con nessuno. E' per questo che sono qua. Mi servono informazioni sulla vittima e sul presunto assassino. Tutto quello che riesci a trovare: vizi, relazioni, debiti nascosti, tutto. E pure di corsa.
Bambinella sorrise.
- E come no, brigadie', siccome non sto lavorando per i motivi che vi ho spiegato prima, tengo pi tempo. Mi faccio una camminata a Santa Lucia, ci ho un'amica che sta a servizio proprio nello stesso palazzo del morto,  stata lei a raccontarmi del fatto. E poi voglio chiedere a uno che conosco che ha il fratello che tiene una bisca clandestina, per carit,  un bravo ragazzo, ma le cattive amicizie avevano bisogno di uno che teneva un posto dove poter giocare e lui, che  proprietario di uno scantinato che...
Maione emise un ringhio e Bambinella ritorn alla retta via del discorso.
- Insomma, ho qualche contatto da recuperare. Domani stesso spero di farvi sapere qualcosa, brigadie'. Magari, se non vi disturba, vi mando a chiamare.
Maione annu minaccioso.
- Sar meglio per te. Ricorda che qualche motivo per arrestarti lo trovo sempre, pure se non lavori pi.
Fece per andarsene, ma il femminiello lo ferm.
- Brigadie', scusatemi, caso mai qualcuno vi chiedesse come mai vi ho fatto entrare, giacch sto cacciando via tutti i clienti, potete dire che siete venuto per un accertamento? Sapete, l'innamorato mio  gelosissimo e non vorrei che...
Maione si volt lentamente, la mascella serrata e gli occhi fiammeggianti.
- Stai tranquillo. Dir che sono venuto per un accertamento, e infatti ho accertato che sei un deficiente imbecille cretino; ma che questi purtroppo non sono reati, quindi ti ho lasciato in provvisoria libert. Fammi avere
le informazioni che ti ho chiesto entro domani, se no torno. E non ti conviene, credimi.
E se ne and, impettito ma rasserenato. Almeno il ritorno sarebbe stato in discesa.

20.

Arrivati in ufficio pressoch nello stesso momento, Ricciardi e Maione si raccontarono i loro incontri e cercarono di stabilire una linea d'azione.
Il commissario aveva ben chiaro come procedere.
- Bisogna vedere il luogo dov' successo. Altrimenti non possiamo farci un'idea precisa.
Maione fu d'accordo.
- S, commissa',  vero. Ma  pericoloso, e pure difficile. Come ci presentiamo a casa della vittima dopo che l'indagine  stata chiusa e si aspetta solo il processo? E se la famiglia chiama qua in questura, o si rivolge a qualcuno d'importante e chiede come mai la polizia ancora indaga?
- E vero. Ma  anche vero che se non capiamo come l'assassino sia riuscito a entrare e a uscire indisturbato in piena notte, com' la disposizione delle stanze in quella casa, come hanno fatto i familiari a non sentire niente, se non vediamo le facce e non sentiamo quello che ricordano al di l di quello che c' scritto nei verbali, non possiamo andare avanti.
Il brigadiere era molto contento di ritrovare in Ricciardi le motivazioni di un tempo. Era la prima volta, dalla morte di Rosa, che gli sentiva pronunciare pi di qualche monosillabo di cortesia.
- Potremmo fare come abbiamo fatto con De Blasio, inventarci che stiamo indagando su qualcosa successo nei dintorni, che forse ha attinenza con l'omicidio.
- No. Non ci consentirebbe di fare domande specifiche sul fatto e sui giorni precedenti. Non dimenticare che la famiglia ritiene che l'assassino sia in carcere, e che da questo punto di vista la faccenda sia chiusa.
Ricciardi rifletteva, camminando avanti e indietro per la stanza.
- A volte il magistrato dispone un supplemento d'indagini se qualche particolare nell'impianto accusatorio non  ben chiaro. Potremmo fingere una cosa del genere. Vado da solo, cos nessuno ti pu mettere nei guai.
- Commissa', - rispose Maione, - se vi vedono arrivare da solo, non vi fanno nemmeno entrare. Serve uno in divisa, lo sapete. Quindi, o travestite un figurante, o vi portate un assistente fidato, preciso e intuitivo che, come al solito, vi risolve il caso dando a voi il merito. Che ne dite?

Il palazzo dove abitava la famiglia Piro era tra i pi prestigiosi di una delle strade pi belle della citt. Faceva angolo col lungomare, prendeva il sole da tre lati e affacciava col portone d'ingresso su una tranquilla piazzetta dotata di aiuole e panchine.
Tutto trasudava ricchezza e benessere.
Nel sereno pomeriggio di settembre il chiasso della citt pareva un lontano ricordo. Il mare si preparava per la sera indossando un abito pi scuro, di un azzurro carico che ricordava la carta nella quale si raccoglieva lo zucchero, e il cielo ospitava un paio di nubi innocenti che servivano a distinguerlo dalla massa d'acqua sottostante. Nei giardinetti passeggiavano bambinaie in divisa con alte carrozzine e qualche anziano signore in monocolo che si aiutava con il bastone, ostentando zoppie di guerra o semplici infiammazioni del nervo sciatico.
Quanto assomiglia a giugno, settembre, pens Ricciardi, la differenza  solo nelle prospettive future. Probabile che anche il giorno del delitto il quartiere si presentasse cos. Magari un po' pi caldo, magari con qualche finestra aperta in pi.
Un'automobile transit sferragliando, con l'autista in livrea impettito al volante e una signora con un elegante cappello seduta all'interno. Il rumore fece l'effetto di un'esplosione nella tranquillit della strada, tanto che una coppia di donne che conversava su una panchina lanci alla vettura uno sguardo malevolo. Impossibile, pens Ricciardi. Impossibile che nessuno abbia sentito niente.
Il portiere non fece molte domande. Quello che era accaduto era grave e ancora recente, perci, vedendo la divisa di Maione, non si stup. Li accompagn al secondo piano, dove furono accolti da una graziosa cameriera in grembiule e crestina che li precedette in un'anticamera elegantemente arredata. Ricciardi non consegn il biglietto da visita, consapevole di dover lasciare meno tracce possibili.
Si guardarono attorno. La casa era elegante, con una costosa carta da parati ai muri e molto argento sui mobili in radica. L'anticamera aveva due porte: una era chiusa, l'altra dava su una stanza dalla cui finestra si intravedeva il mare.
Dopo qualche minuto entr una donna di mezza et, vestita di nero e senza trucco. Sul volto portava i segni di una sofferenza che a Ricciardi parve risalire a pi di qualche mese.
- Buonasera, - disse con voce bassa e ferma. - Sono Costanza Piro. Con chi ho il piacere di parlare?
Ricciardi le rivolse un breve inchino col capo.
- Commissario Ricciardi della questura, signora. Mi scuso per non avervi avvisato della nostra visita, si tratta solo di una piccola formalit per la quale speriamo di farvi perdere poco tempo.
Volutamente non aveva presentato Maione affinch la donna non potesse ricordarne il nome caso mai, insospettita, avesse chiesto chiarimenti. Il brigadiere, un po' a disagio, si tolse il berretto e mormor un saluto.
La donna li squadr entrambi, diffidente.
- Mi pareva che la... questione si fosse chiusa, con l'arresto. Che altro c'?
Ricciardi era preparato.
- Purtroppo la verbalizzazione presenta alcune carenze di particolari, e in fase processuale questo potrebbe comportare un rischio. Nessuno vuole che ci accada, soprattutto quando tutto quello che  successo  molto chiaro. Non credete?
L'espressione della donna cambi, assumendo una nuova durezza.
- Questo  certo. Quel maledetto assassino deve pagare e rimanere in galera per tutta la vita. La stessa galera alla quale, ammazzando mio marito, ha condannato noi che lo amavamo. Allora?	'
Maione tir fuori con ostentazione un taccuino e una matita, a cui inumid la punta con la lingua, disponendosi alla scrittura. Ricciardi approv tra s la pantomima.
- Potete accompagnarci sul luogo dov' accaduta la disgrazia?
- Non  stata una disgrazia, commissario, - rispose secca la donna. - E stato un omicidio. Prego, seguitemi.
Passando per la stanza da cui si intravedeva il mare entrarono in un vezzoso salottino con un divano e due poltrone, da l procedettero attraverso una sala da pranzo e approdarono infine a una porta chiusa.
Costanza Piro l'apr e si ritrovarono in uno studio immerso nell'ombra, con una grande scrivania in mogano istoriato che aveva alle spalle un balcone chiuso da una pesante tenda. Quando la donna la scost e apr la finestra, apparve un meraviglioso panorama del golfo.
Ricciardi fece scorrere lo sguardo sulla grande libreria, sui massicci tomi giuridici, sulle due poltrone in pelle verde e sul tavolino davanti al divano addossato alla parete opposta rispetto al balcone. Aspett, ma l'immagine del morto non gli apparve. Troppo tempo, pens. Nell'aria fresca che arrivava dal mare gli sembr di avvertire il solito senso di sorpresa e nostalgia, quella mescolanza di distacco e sereno, doloroso ricordo che accompagnava la morte violenta come un tanfo che solo lui poteva percepire. Ma forse era solo la sua immaginazione.
Si concentr sulla scrivania e sull'alta poltrona che le stava dietro, quella su cui doveva essere seduto Piro. Prov a immaginarlo riverso sul piano di mogano, il capo appoggiato sulla guancia destra, un braccio accanto e uno allungato verso il pavimento.
La donna interruppe il silenzio.
- Come mai non  venuto il vostro collega, quello che si  occupato del caso? De Blasio, mi pare si chiamasse.
Ricciardi rispose con aria distratta.
- Era impegnato. Ditemi, signora, quella che abbiamo fatto  l'unica strada per arrivare allo studio?
- Certo. Dall'ingresso a qui, una via dritta. Poi da l, - e indic una porta chiusa, - si accede all'altra ala della casa, quella con le camere da letto.
Il commissario riport l'attenzione sulla scrivania. Un portadocumenti, un sottomano, un elaborato calamaio a due vaschette in argento. Una statuetta in bronzo raffigurante un giovane pescatore, una cartella di pelle chiusa con un nastro. Tutto immacolato, pulitissimo. Nemmeno un sottile velo di polvere.
Troppo pulito, pens Ricciardi.
- Era normale che lavorasse fino a cos tardi? Costanza annu. Era inquietante come la donna non cambiasse mai espressione, le rughe attorno alla bocca stretta, gli occhi fermi e vuoti.
- Mio marito, commissario, amministrava i beni di alcuni enti religiosi molto importanti. Ne curava gli investimenti, i movimenti finanziari. Godeva della fiducia del vescovo e di alcuni alti funzionari dello Stato. Era iscritto al partito, e avrebbe potuto accedere a importanti incarichi, se avesse voluto. Lavorava molto, moltissimo, spesso anche la notte. Diceva che anzi la preferiva, per il silenzio e la quiete che lo aiutavano a concentrarsi.
Prima che Ricciardi potesse replicare qualcosa, la porta si apr ed entr una ragazza. Assomigliava a Costanza nella figura e negli occhi, ma aveva la carnagione pi chiara e l'ovale del viso molto pi delicato.
La donna la present.
- Commissario, ecco mia figlia, Carlotta. I signori sono qui per una... ricognizione in attesa del processo.
La ragazza fece un lieve, educato inchino. Indossava un semplice abito a righine bianche e rosse, a pieghe, chiuso in vita da una cintura e con un collettino tondo che ricordava un grembiule scolastico. I capelli erano raccolti in due grosse trecce chiuse a chignon dietro la testa. Poteva avere sedici, diciassette anni.
Sarebbe stata molto bella, pens Maione, se non fosse stato per l'espressione di profondo dolore che aveva negli occhi. Povera creatura. Davanti agli occhi del brigadiere passarono i volti delle figlie e quello della piccola Benedetta, che sentiva sua come le altre. Gli corse un lungo brivido dietro la schiena: quante volte un morto diventava un semplice enigma, per chi faceva il suo mestiere; della famiglia e del dolore che lasciava dietro di s ci si scordava troppo spesso.
La ragazza parl con voce aspra.
- Allora bisogna aiutarli, mamma. Perch chi ci ha rovinato la vita deve pagare.
Ricciardi si schiar la voce e si rivolse a Costanza.
- Avete un altro figlio, vero, signora?
- S, Antonio. Ha dodici anni, adesso si trova in collegio. Abbiamo... ho preferito mandarcelo prima dell'inizio della scuola, in modo da tenerlo lontano da... da questa cosa.
- Quella notte, in casa, c'eravate tutti, immagino. A che ora avete visto vostro marito per l'ultima volta? E venuto a salutarvi, a darvi la buonanotte, o...
- Io gli ho portato una tazza di latte e gli ho detto che stavo andando a dormire. Erano le dieci e mezza, forse le undici meno un quarto, non ho guardato l'ora. Avevo letto un libro nel salotto, poi mi sono assopita. Quando mi sono svegliata ho pensato che stesse ancora lavorando, e cos era.
Ricciardi si rivolse alla ragazza.
- E voi, signorina? L'avete visto dopo, o prima?
Carlotta si strinse nelle spalle.
- Io dormivo da almeno un'ora quando mia madre si  ritirata. Sono passata a dare un bacio a pap dopo cena, come ogni sera, e sono andata in camera. Dormo con mio fratello, che ci mette un po' a prendere sonno, anche se poi non lo sveglia pi nessuno. Vuole sempre che gli legga qualcosa. Mi ricordo che in quei giorni gli stavo leggendo L'isola del tesoro. Dopo che si  addormentato, mi sono addormentata pure io.
Maione, con l'aria di chi sta compilando un questionario, chiese, consultando il taccuino:
- Scusate, signora, ha detto che da quella parte ci sono le stanze da letto. Sono lontane?
Costanza indic la porta chiusa.
- L dietro c' un disimpegno, un salotto e poi la camera dei ragazzi e la nostra... la mia. Scusate, non mi sono ancora abituata.
Ricciardi vide incrinarsi la corazza che la donna si era costruita, e prov pena per lei.
- Signora, - chiese, - abbiamo letto sui verbali che il giorno precedente l'omicidio il conte di Roccaspina ha avuto una discussione con vostro marito, qui in casa. Pu raccontarci com' andata?
La donna fissava il vuoto davanti a s.
- E' stato di pomeriggio. Non era la prima volta che... che veniva qui. Si erano conosciuti al circolo. Ludovico, per pura umanit, gli aveva prestato dei soldi, ma lui alle scadenze non poteva mai regolare i debiti, e mio marito gli aveva pi volte concesso delle dilazioni. Lo so perch davo una mano a tenere i registri e vedevo le trascrizioni e i rinvii.
- Chi c'era in casa? - chiese Ricciardi.
- Io, la cameriera e l'autista. I ragazzi erano a scuola. Non aveva appuntamento; Ludovico era solito avvisarmi se aspettava qualcuno.
- E com' andata?
- Io non l'ho visto arrivare, lo ha fatto entrare la cameriera. Dopo qualche minuto l'ho sentito che urlava, poi la voce di mio marito. Mi sono avvicinata allo studio, preoccupata, ma prima che mi decidessi a entrare per capire che cosa stava succedendo la porta si  spalancata e lui  uscito. Era molto alterato. Non mi ha nemmeno salutata:  andato via.
- Miserabile vigliacco, - mormor la ragazza a labbra strette.
- E non avete sentito che si dicevano, signo'? - chiese Maione.
- No,  durata poco. Un paio di frasi, non di pi. Sono entrata da Ludovico per vedere se stava bene, e lui scriveva tranquillo. Gli ho chiesto cosa fosse accaduto, ma lui ha scrollato le spalle e mi ha detto: No, niente, cose assurde.
Ricciardi ripet:
- Cose assurde? Solo questo?
- Solo questo. Mio marito non parlava volentieri dei suoi incontri di lavoro.
Il commissario chiese:
- Aveva molti debitori, vostro marito? Erano frequenti discussioni come questa?
Prima che la donna potesse rispondere, la figlia sibil:
- Qui pare che il processo lo debba subire mio padre. Che c'entrano, queste domande? Quel bastardo ha ammazzato il mio pap, e lo ha pure confessato. Ci ha rovinato la vita, ci ha messo in condizione di non sapere se e come mio fratello e io potremo andare avanti, e voi arrivate qui a chiederci, quattro mesi dopo, se altri erano venuti a...
- Signorina, - disse serio Ricciardi, - sappiamo bene che Roccaspina ha confessato il delitto. Ma nel corso di un processo l'avvocato difensore ha facolt di proporre ipotesi alternative, e quella di un possibile altro colpevole  forse la principale.
La giovane sostenne lo sguardo del commissario con fierezza. Solo il labbro tremante tradiva la sua giovanissima et.
- Ma la confessione  una prova definitiva, non credete? Quel maledetto assassino ha detto per filo e per segno ci che ha fatto proprio qui, in questa stanza.
- Una confessione pu essere ritrattata fino all'ultimo momento. Forse il magistrato ci ha mandato qui proprio per prevenire un'eventualit del genere.
La madre intervenne con decisione.
- Comunque noi vi abbiamo detto tutto quello che sappiamo, cio molto poco. Di certo, commissario, c' che mio marito  morto. E che un uomo ha ammesso di averlo ucciso spiegando il come e il perch. Per il mondo la cosa  chiusa.
La figlia, guardando con gli occhi pieni di lacrime il piano della scrivania, soggiunse a bassa voce:
- Per il mondo, forse. Per me non si chiuder mai. Mai. Tir fuori dalla tasca dell'abito un fazzoletto e se lo premette sulla bocca, poi scapp via di corsa.
Maione bilanci il peso da un piede all'altro, come sempre quando si sentiva a disagio.
Costanza disse all'improvviso, forse soprattutto a s stessa:
- Non ringrazier mai abbastanza Dio che i miei figli non abbiano dovuto vederlo steso nel suo sangue. Forse loro potranno trovare pace.
Io certamente no.

21.

Muoviamoci, pens Nelide. Muoviamoci. L'acqua ca nu' camina, feti, l'acqua ferma, puzza.
Per la verit tutto si sarebbe potuto dire di Nelide, tranne che se ne stesse in ozio. Trovava sempre qualcosa da fare, e se non lo trovava se lo inventava o riprendeva il giro delle faccende domestiche, rilavando il gi lavato, strofinando il gi strofinato, stirando il gi stirato. L'animava un'energia naturale spaventosa, incrementata dalla paura di fallire e dalla giovane et.
Che poi, a guardarla, non  che fosse facile indovinarla, la sua et. Tozza, solida e massiccia, di bassa statura ma di spalle larghe e di braccia fortissime, appena pi lunghe del normale; collo corto e ampio, viso irregolare con due occhi vivissimi e neri, le labbra strette sotto una peluria evidente; capelli ispidi e castani raccolti in una crocchia strettissima e chiusi in una cuffia candida. Chi aveva conosciuto e apprezzato la franca saggezza di Rosa ne riconosceva i tratti: Nelide le assomigliava moltissimo. Lei per sapeva di avere solo diciassette anni, e sapeva di essere inadeguata al compito che le era stato assegnato.
Disponendo con attenzione gli ingredienti della cena sul tavolo della cucina, la ragazza fece un sospiro. 'A merola cecata, quann' notte face 'u niro, pens, la merla cieca fa il nido di notte.

Quando la povera zia aveva cominciato a sentirsi male e aveva capito che le mancava poco aveva accelerato i tempi e chiamato a s la nipote per completare un'istruzione che avrebbe avuto bisogno di tanti mesi ancora.
Rosa era stata un punto di riferimento per i numerosissimi membri della famiglia Vaglio. Questi lavoravano tutti nei possedimenti della famiglia Ricciardi di Malomonte, portandoli avanti con competenza e rigore assoluti. Erano loro a farsi carico della gestione dei contadini, dei mezzadri, dei pastori che utilizzavano i campi, le colline e i fruttetiche prosperavano attorno al castello, gi a Fortino, nel basso Cilento. E tutti erano facilmente sostituibili, purch fossero onesti. Tutti, tranne chi governava lo stesso barone di Malomonte. La persona che teneva in piedi l'esile, tenue rapporto con colui che era il proprietario di ogni cosa, ma si disinteressava completamente del fatto di esserlo.
'U Pateterno manna 'a frisa a chi nun tene 'i rienti, qualcuno avrebbe potuto dire, Dio regala il pane a chi non ha denti. E qualcuno tra i contadini, scherzando davanti al fuoco, ogni tanto lo diceva, riferendosi a Ricciardi. Ma a bassa voce, per non farsi sentire da uno degli innumerevoli fratelli o sorelle di Rosa, o da uno dei tanti nipoti. Perch la venerazione, la devozione dei Vaglio per i baroni di Malomonte era canina a tal punto da non ammettere alcuna allusione negativa.
I padroni non si erano mai occupati delle proprie ricchezze, era un dato acquisito ormai da generazioni. Avevano un'inclinazione per le cose immateriali; amavano i libri, i sentimenti, le passioni. Il lavoro concreto, maneggiare i loro beni e accudirli, spettava ai Vaglio. Cos era sempre stato e cos doveva essere. Ma era complicato.
Il problema non era cucinare, lavare, stirare, in questi mestieri Nelide era perfino pi brava di Rosa, perch aveva una forza e un'attitudine alla fatica senza uguali. Si 'a fatica fusse 'na cosa bbona, la facissiro li prieviti, si diceva dalle sue parti, se la fatica fosse bella, la farebbero i preti. Ma per lei la fatica non era niente. La cosa difficile, per lei, era interpretare, tradurre, riferire. Leggere le espressioni di quell'uomo magro, sottile, dagli occhi febbrili di un colore assurdo che ricordava il fianco della montagna in primavera, quando all'alba il sole comincia a illuminare le foglie nuove, o le profondit dei piccoli laghi che si formano dopo le piogge forti. Un uomo che da un lato le faceva paura e dall'altro le ispirava la stessa voglia di proteggerlo che aveva animato sua zia. Il suo compito, lo sentiva, era fare in modo che fosse sereno, per quanto possibile.
Ma aveva diciassette anni, era solo una ragazza. Come sarebbe riuscita nel compito senza nessuno a istruirla?
Per cena avrebbe preparato la ciauledda. Era il periodo ottimale, le verdure necessarie arrivavano alla piena maturazione proprio all'inizio di quel mese. Naturalmente gli ingredienti conservabili se li faceva portare dal paese, sia perch era certa che fossero genuini sia per il risparmio. Era il primo precetto di Rosa, fare s che l'ampia dispensa fosse sempre stracolma e che non si usassero, se non quando assolutamente necessario, prodotti della cui provenienza non si era certi. Per questo una volta ogni tre mesi da Fortino partiva un carro pieno di tutto quello che poteva essere mantenuto senza deperire.
Per la ciauledda, per, serviva la verdura fresca e Nelide si era avventurata a comprarla presso i venditori dei dintorni. Chi face ra s fa pe' tre,  vero. Ma a volte non si pu.
Si era messa in fila presso uno che urlava pi degli altri, circondato di donne che ridevano e cianciavano. Aveva immaginato che fosse per la bont della merce, poi si era resa conto che invece quelle galline volevano solo farsi notare dal venditore, un ragazzo bruno, dai capelli ricci e gli occhi grandi che parlava, parlava e rideva forte. Si era voltata per andarsene altrove, e quello l'aveva chiamata.
- U, signorina bella, e dove ve ne andate? Non la trovate da nessuna parte, la verdura di Tanino!
Le galline attorno a lui si erano voltate sorprese, non credendo alle proprie orecchie: il bel Tanino detto 'o Sarracino, sogno proibito di tutte le ragazze nubili di Santa Teresa e di molte signore sposate, che si rivolgeva a quello sgorbio di natura?
Nelide si era fermata, poi si era voltata, lenta. Aveva fissato gli occhi in quelli del Sarracino e aveva detto:
- Io non perdo tempo. Io lavoro. Buona giornata.
Tanino era rimasto con il sorriso gelato in faccia, e nel silenzio improvviso che era seguito aveva mormorato, offeso:
- E perch, io non sto lavorando? Guardate qua,  la migliore verdura del quartiere, e si vende come il pane! Non mi credete?
Nelide aveva stretto le palpebre e incassato percettibilmente la testa nel grosso collo. Era il ritratto della diffidenza.
- Terra comme lassi, usu comme truovi, - mormor tra s, paese che lasci, usanza che trovi. - Dalle parti mie, i verdurai vendono la verdura e i saltimbanchi fanno i saltimbanchi. Buona giornata.
E se n'era andata, mentre una bella serva rideva sguaiata, dicendo al povero Tanino rimasto a bocca aperta:
- Sarraci', hai trovato chi ti mette a posto!
Ora per Nelide fissava perplessa cipolle, peperoni, melanzane, zucchini e patate disposte davanti a s come un esercito in attesa di ordini. Non le piacevano, quelle verdure. Erano senza personalit. E la ciauledda imponeva il mantenimento della singola identit di ogni ingrediente, per non diventare una massa informe e senza sapore. Forse avrebbe dovuto dare una possibilit a quel saltimbanco che si fingeva verduraio.
Zi' Ro', pens, e voi che avreste fatto?
Aveva preso l'abitudine di parlare con Rosa. Un po' per chiedere aiuto, un po' per non sentirsi sola in quella casa che, per i suoi criteri, era enorme e deserta.
Nu' mangi cucozza ca ti cachi, nu' pass lu mari ca t'annichi, non mangiare zucche che ti viene la diarrea e non attraversare il mare che anneghi. La risposta della zia le giunse chiara e forte, come se fosse seduta sulla solita sedia, le mani grassocce e forti intrecciate in grembo a osservarla lavorare.
Nelide era pragmatica e solida. Per lei esisteva quello che sentiva e vedeva, e lo accettava senza discutere e senza farsi inutili domande. Rosa era morta, lo sapeva, ne aveva accompagnato il corpo al paese insieme al signor barone, in un lungo viaggio doloroso. Aveva partecipato alla sua sepoltura senza piangere inutili lacrime per un evento che faceva parte del ciclo della vita. Sapeva, con assoluta certezza, che mai lo spirito di quella zia che sentiva vicina pi di una madre l'avrebbe abbandonata. Ma credeva che non ne avrebbe mai pi sentito la voce e la presenza.
Invece, qualche giorno dopo il suo ritorno a casa, eccola l. Come se fosse tornata da un breve, necessario viaggetto. Se l'era ritrovata vicino mentre faceva scorrere il dito su una fessura che aveva scoperto in una pentola di terracotta, chiedendosi se ci fosse un modo per ripararla evitando di sostituirla. Con la coda dell'occhio aveva percepito un movimento, come se qualcuno avesse attraversato la stanza; ma non c'era nessuno. Poi aveva sentito un sussurro dietro la spalla sinistra.

Metti la pentola sul fuoco forte, con poca acqua e lo zucchero. Poi passa il miscuglio sulla parte rotta: quello si carbonizza e chiude la fessura.
Grazie, zi' Ro', aveva detto, e lo aveva fatto. Da quel momento, ogni tanto, se l'era sentita accanto; e forse chiacchierava pi adesso che era morta di quando era viva.
Cominci a tagliare i pomodori pensando a quale formaggio avrebbe servito al barone per accompagnare la ciauledda; il formaggio era fondamentale.
Il pecorino stagionato, quello che sta nella dispensa sullo scaffale di mezzo, disse Rosa. Nelide annu, seria.
Ce l'avrebbe fatta, pens.
Ce l'avrebbe fatta.

22.

Ricciardi si era attardato in ufficio per integrare con le nuove informazioni i verbali di De Blasio. Maione per un po' era rimasto con lui, poi aveva ceduto al reiterato invito del superiore ad andarsene a casa. Il commissario aveva l'impressione che il brigadiere non credesse molto all'ipotesi che l'assassino non fosse il conte di Roccaspina. Lo sentiva scettico soprattutto perch, in fondo, sull'altro piatto della bilancia, c'era solo la convinzione della moglie.
Lui per, che in genere era freddo e razionale, non riusciva a liberarsi dall'impressione che la donna avesse ragione. Disponendo sulla scrivania alla luce della lampada i tasselli che aveva raccolto, capiva di non avere molto materiale in pi di quello che aveva esaminato il collega subito dopo il delitto. Certo, l'arma non c'era, e gli sembrava molto strano che tutto fosse accaduto senza che nessuno avesse udito niente. Ma in linea di principio era possibile, cos come era possibile quello che sosteneva Maione con una punta di cinismo, che chi aveva sentito qualcosa si guardasse bene dal farsi avanti per evitare fastidi.
Prima di lasciare casa Piro aveva chiesto alla vedova se tutto nello studio fosse come quando l'avvocato era morto. Laconica, la donna gli aveva risposto che, ovviamente, erano state riposte le carte sulle quali il marito era crollato, ma le suppellettili erano ancora le stesse. Le aveva allora domandato se mancasse qualcosa, e lei aveva negato. Ricciardi aveva quindi registrato la presenza di un tagliacarte, di due penne e di un punzone d'argento: tutti oggetti che avrebbero potuto essere l'arma mortale, e che invece non avevano svolto questa macabra funzione.
Altro punto oscuro, si interrog il commissario, chiudendo la porta dell'ufficio e avviandosi per le scale: con tanti oggetti a disposizione, perch usare qualcos'altro? E perch portarselo via per poi gettarlo in un fosso o in mare o in una chiusa delle fogne? Magari, in un primo momento, l'assassino non aveva pensato di confessare. Magari aveva preso quella decisione solo dopo una notte insonne, passata a rigirarsi nel letto nella stanza solitaria di fianco a quella della moglie, che riposava convinta che lui non si fosse mai mosso di casa.
Forse, riflett, Maione non aveva torto. Forse era davvero stato il conte a uccidere. Ma lui aveva tenuto i propri occhi in quelli di Bianca, dal colore indefinibile, e vi aveva riconosciuto la fermezza della convinzione assoluta, la certezza della verit. Si domand se non fosse stata proprio quella incancellabile impressione a lasciargli il disagio che lo portava a credere che ci fosse ancora da indagare, in quel delitto. Oppure se c'entrasse il bisogno che aveva, in quella fase terribile della sua vita in cui temeva cos tanto il domani, di avere qualcosa a cui attaccarsi.
Per non affondare.
Stava pensando a questo quando un uomo usc dall'ombra al lato della grande strada che lo avrebbe portato a casa. Teneva in mano un berretto con la visiera e Ricciardi distinse la sagoma di una grande vettura nera. Riconobbe l'autista di Livia.
- Commissa', buonasera. Scusatemi se v'importuno, - disse l'uomo con evidente disagio, - ma la signora mia mi ha detto se per favore potete venire con me.
Ricciardi era sorpreso.
- E dove dovrei venire? E tardi, ho avuto una giornata lunga e...
L'autista tir un sospiro profondo. L'incarico che gli era stato assegnato non gli piaceva.
- Mi ha detto la signora che  per un motivo importante. Cos ha detto. E ha detto se per favore potete venire con me.
Ricciardi guard l'orologio.
- Ditele che  ora di cena, e che...
L'uomo ripet, come un disco:
- La signora ha detto se per favore potete venire...
-... Con voi, ho capito. Va bene, andiamo.
L'autista, visibilmente sollevato, gli apr con deferenza lo sportello. In pochi minuti, attraversando le strade deserte, giunsero al palazzo dove abitava Livia. Una, cameriera li attendeva in cortile, con un inchino prese in consegna Ricciardi e lo accompagn in casa, pregandolo di accomodarsi in salotto.
Ricciardi si sedette sul divano. La luce era soffusa, una musica d'orchestra veniva dalla radio accesa. Dopo qualche attimo, annunciata dal solito profumo, entr Livia.
Indossava una veste da camera di seta color crema, lunga fino alle caviglie, chiusa in vita da una fusciacca. I piedi erano fasciati da due vezzose scarpe da casa, con mezzo tacco e un pompon rosa. I capelli sciolti, appena spazzolati, formavano una vaporosa nuvola bruna attorno al viso leggermente truccato. Ricciardi pens che non era vestita per uscire, ma che si era certamente preparata.
- Buonasera, Livia. Che succede?
La donna rise.
- Ciao, Ricciardi. Deve per forza essere successo qualcosa perch tu venga a trovarmi? Ho solo pensato che, invece di tentare per l'ennesima volta di convincerti ad accompagnarmi a teatro, ricevendo il solito rifiuto con le solite scuse, potevo provare a organizzare un rapimento.
Ricciardi scosse il capo, suo malgrado divertito.
- Addirittura. Sono cos malridotto da aver bisogno di essere rapito per non dividermi tra casa e lavoro. Dovresti parlare con Bruno Modo, la pensate alla stessa maniera sul mio conto. Scusami, ma ho avuto una giornata complicata e...
Livia si avvicin a un tavolino su cui c'erano alcune bottiglie e dei bicchieri.
- Tu hai sempre giornate complicate, Ricciardi. Hai parlato del dottore, e mi hai dato un'idea. Facciamo che il tuo medico stasera sono io, e che ti obbligo a prendere una medicina per farti riposare meglio. Va bene? Bevi un po' di cognac e ti lascio andare.
Ricciardi protest.
- Livia, non ho cenato e bere a stomaco vuoto non mi far certo bene. Senti, ti prometto che...
Livia gli porse il bicchiere, fingendo un piglio deciso.
- Non se ne parla. Stomaco vuoto o pieno, un bicchierino ti far vedere la vita da una prospettiva diversa. E poi lo sai, sono testarda: non ti lascer andare, se non prendi la tua medicina.
Il commissario sospir e accett il bicchiere. Il liquido scese bruciante per la gola causandogli un lieve ma immediato capogiro.
Livia si era seduta in poltrona di fronte a lui. Lo guardava come una leonessa osserva una gazzella che si abbevera.
Ricciardi si accorse che la veste da camera le si era un po' aperta sul davanti e mostrava la generosa linea del seno. Continuando a fissarlo da sopra l'orlo del bicchiere,
Livia accavall le gambe cominciando a giocherellare con la pantofola, che faceva vezzosamente ondeggiare sul piede nudo.
Ricciardi bevve un altro sorso.
- Allora, Ricciardi, come stai? E non dirmi del lavoro, per cortesia, lo sai che non mi riferisco a quello.
- Non ho molto oltre il lavoro, Livia. E' un impegno costante, e sono contento che sia cos.
Livia prese una sigaretta dall'astuccio d'argento sul tavolino e l'accese. Sbuff il fumo verso l'alto, con grazia. La musica continuava a fluire morbida, come l'aria della sera di settembre dalla finestra semiaperta.
- Intendo come stai dentro. Se sei un po' pi sereno ora che hai ripreso servizio dopo il lutto che hai avuto. A proposito, come si comporta la nuova governante, quella... non ricordo il nome.
- Nelide. Si chiama Nelide. E molto brava, a volte mi sembra quasi che sia...  brava. Ma Rosa mi manca, tantissimo. Come non avrei creduto mai.
Livia si alz dalla poltrona e, ondeggiando lievemente il bacino, and a sedersi sul divano, vicino a Ricciardi.
Ora la testa del commissario girava con pi forza.
- E logico che tu senta la sua mancanza, - gli disse la donna. - Sei cresciuto con lei, ha badato a te da quando sei nato. Come una madre, devota ancor pi di una madre. Ma la vita ha le sue fasi, e quella fase doveva concludersi, non ti pare?
La sua voce era scesa di tono, riducendosi a un sussurro. Adesso che l'aveva vicina Ricciardi si rendeva conto di quanto quel profumo fosse inebriante e di come le linee di quel corpo, fasciato nella seta, potessero essere irresistibili.
Si sarebbe quasi convinto di essere stato drogato, se non avesse saputo che Livia era lei stessa una specie di droga: la donna pi bella e seducente che si potesse sperare di incontrare. Irrigidito sul divano, bevve un altro sorso di cognac.
Livia gli si avvicin ancora, sussurrandogli a pochi centimetri dall'orecchio.
- Hai mai pensato che ora potresti consentirti di provare un altro tipo di felicit? Di condividere un po' della tua vita con qualcun altro?
Ricciardi avrebbe voluto alzarsi, ma non gli riusciva. Livia, all'improvviso, gli mise una mano sulla gamba. Lui ne sent il calore come se non ci fosse il diaframma della stoffa dei pantaloni. La fiss e gli sembr un animale dotato di vita propria: le dita lunghe, le unghie finemente dipinte e curatissime, la pelle morbida e bruna. Un anello con un nodo d'oro, un bracciale di pietre rosse e azzurre.
Alz lo sguardo e trov gli occhi di Livia: due luci nere, liquide e attraenti come un abisso. Le labbra schiuse, i denti bianchi, il collo nudo e pulsante. Irradiava vita, desiderio, amore. Il petto si alzava e si abbassava sotto la veste ad appena un respiro dal suo braccio, la coscia a contatto con la sua.
Il profumo selvatico prese un'altra tinta sottile, un retrogusto aspro che raccontava tutta un'altra storia. Ricciardi balz in piedi, il cuore in gola. La mente, il cuore combattevano una terribile battaglia contro ogni fibra del suo corpo, ansioso di lanciarsi nel gorgo.
- Livia, devo andare. Ora devo proprio andare. Scusami. Gli occhi della donna si riempirono di lacrime. I denti morsero il labbro inferiore, mentre le guance si colorarono di rosso.
- Ma... ma perch? Io lo so, lo sento che mi desideri. Lo conosco il desiderio degli uomini, e il tuo lo sento. Perch non mi prendi, allora? Perch?
Ricciardi apr la bocca e la richiuse. Poi disse:
-Io... io non posso, Livia. Io non sono... Non posso. Non chiedermi perch, ti prego.
Le lacrime cominciarono a scendere sul volto della donna.
- Sono io, vero? Non hai abbastanza stima di me. Pensi che sia una donnetta superficiale, una stupida che non conosce l'amore. Una che sa solo civettare, che...
Lui la interruppe.
- No, no, ma che dici? Tu sei assolutamente perfetta, faresti la gioia di ogni uomo. Sei bellissima, colta e intelligente. Sono io che...
Livia sembrava non ascoltarlo.
- Pensi che io voglia chiss che, da te. Ma non  cos, sai? Io non voglio una famiglia o dei figli, non voglio una casa o dei soldi. Io voglio solo te, perch  di te che mi sono innamorata. E il pensiero di te che mi rende viva, che mi fa venire voglia di ridere, di cantare. Solo tu hai questo potere, non uno dei cento altri che mi mandano fiori o che vengono qui ad aspettarmi per ore senza che io nemmeno li riceva.
Ricciardi cerc di calmarla.
- Te l'ho detto, ma non vuoi ascoltarmi. Te l'ho detto dal principio, non ti ho mai illusa. Io non posso avere una donna vicino. Non posso.
Livia balz in piedi. Adesso era una belva ferita: gli occhi neri che scintillavano nella luce bassa, le braccia lungo i fianchi con i pugni contratti, i muscoli irrigiditi del volto. Le sue labbra sputarono le parole.
- Sei un maledetto bugiardo! In realt tu pensi a un'altra, e io so anche chi  quella squallida donnetta, quella nullit, quella gatta morta della quale ti sei innamorato. Be', sappi che ha un fidanzato. Non ti vuole. Quindi, per favore, non venire qui a dirmi sciocchezze!
Ricciardi rimase in silenzio, a fissarla in volto. L'immagine di Enrica che baciava un uomo al di l delle fronde degli alberi, sotto la luna, si ripresent ai suoi occhi come se si trovasse ancora a Ischia, la notte della morte di Rosa. Proprio l, per la prima volta, sent acuto il rimorso di essere andato da lei, invece di tenere la mano della sua tata mentre esalava l'ultimo respiro.
Il rimorso. Il rimpianto. La vita che aveva avuto, la vita che non avrebbe avuto. Il passato, il futuro.
- No, Livia, - disse, in un soffio freddo. - Nemmeno lei. Io non voglio nessuna donna vicino a me. Non posso.
Il verso di quella canzone, che gli arrivava nella notte: Vattene, falena. Vattene. Non bruciare nella mia fiamma.
Guard ancora una volta Livia, il suo corpo meraviglioso, il seno che sussultava per il pianto, le lacrime nere di trucco che le scivolavano sulle guance. Una promessa di transitoria, illusoria felicit.
Io ti salvo, non volendoti. Non lo capisci? Io sono l'inferno, io porto l'inferno. Scappa, se puoi.
Tu non lo sai, ma la felicit  sempre un'illusione. E' sempre un sogno da inseguire, e la vita non  altro che questo inseguimento.
Per gli altri. Non per me.
Io non ho nulla da inseguire.
Pos il bicchiere, si volt e and via.

Primo interludio.
Il vecchio termina il ritornello con un accordo strano. Il ragazzo un accordo cos non lo ha mai visto n sentito, eppure lo ritengono un virtuoso, ha avuto maestri importanti e ha un'inclinazione naturale. E' l per imparare qualcos'altro, non certo la tecnica. Ma un accordo cos non lo ha mai sentito fare da nessuno.
Il suono che viene fuori dallo strumento  interlocutorio, preclusivo, ma anche doloroso, pieno di malinconica consapevolezza. Un accordo di dolore e piet, un suono di nostalgia del futuro. Resta a bocca aperta.
Maestro, ma... quell'accordo che avete fatto. Che accordo ? Come avete...
E piega le dita della mano in un tentativo di imitazione nell'aria.
Il vecchio fissa lo sguardo nel vuoto, inseguendo il raggio di luce che entra dalla finestra e dal mare. Fa una smorfia di fastidio.
Non conta. Non conta niente. E solo rumore, se non segui la storia. L'hai sentita, la storia? Quello che ha detto nella prima strofa, come ha preparato il ritornello?
Il ragazzo resta con le dita piegate, alla ricerca della memoria di un accordo. E sconvolto che il vecchio sia stato in grado di compiere quel virtuosismo e ne minimizzi in tal modo il valore.
Io... si, Maestro. Ho ascoltato.
Il vecchio si volta verso di lui, lo sguardo corrucciato, la fronte aggrottata.
E che ha detto? Ripetimi quello che ha detto.
Il ragazzo si sposta a disagio sullo sgabello.
Ha detto: tiene mente 'sta palomma...
Il vecchio batte di piatto la mano sul tavolino che ha davanti. Il bicchiere d'acqua pieno a met si rovescia e alcuni fogli cadono spargendosi sul pavimento.
Non le parole, maledizione! Quelle le sanno tutti! La storia, ho detto! Dimmi quello che racconta!
La voce tonante, il rumore degli oggetti, il suono della mano fanno sobbalzare il ragazzo e volare via i piccioni dalla grondaia in un frullare frenetico delle ali.
Il giovane prova un moto di rabbia e di sconcerto. Ma chi accidenti ti credi di essere, vecchio dannato, artritico e mezzo cieco, per rivolgerti a me cos? Non lo sai che ieri sera c'erano duemila persone per sentirmi suonare e cantare? Non lo sai che probabilmente avr una scrittura per una tourne come tu non te la sei mai sognata?
Si rende conto che il vecchio aspetta una risposta, e dice, secco:
Quello che vede. Racconta quello che vede, una falena che si avvicina alla fiamma di una candela. E cerca di cacciarla, perch capisce che altrimenti morir. Questo, dice.
Il vecchio, con sorpresa, sorride e annuisce.
S, esatto. Bravo. Racconta solo quello che vede. E lo fa vedere a noi, che sentiamo la canzone. E tu, cantando, lo devi far vedere a chi ti sente, li devi portare in una stanza una notte di fine estate, col vento caldo che porta le falene a entrare per cercare la luce.
S, Maestro. E lo strumento deve raccontare insieme a me. Di nuovo il vecchio annuisce, sorridendo con quella bocca sdentata.
S, insieme. Non accompagnandoti, ma cantando pure lui la stessa storia. Hai capito bene?
Il ragazzo sospira a fondo. Non sa perch, ma sente che il vecchio gli sta dicendo qualcosa di molto importante per la sua arte. Eppure non gli vuole spiegare quell'accordo.
Maestro, io volevo sapere, sempre se  possibile, ma come si fa a tirare fuori la storia dallo strumento? Capisco, si deve cantare raccontando, ma io...
Il vecchio accarezza il manico, con la punta tremante delle dita.
Nooo, non ti devi preoccupare di questo. Ti ho visto suonare. Non ti devi preoccupare. Tu devi solo pensare a raccontare, al resto ci pensa lui. Adesso stammi a sentire.
Il ragazzo pensa che riprender a suonare e si predispone all'ascolto. Il vecchio invece parla.
Lui, ricordati, sta rispondendo alla lettera della donna. Lei gli ha detto che l'ama, che lo vuole: l'uomo le sta spiegando che non possono stare insieme. Le ha fatto vedere questa farfallina che entra dalla finestra, che si mette a svolazzare vicino alla fiamma. Ma perch gliel'ha fatta vedere? Che vuole dire? Lo sai, tu?
Il ragazzo sospir, gli occhi spalancati.
No, Maestro. Non lo so.
Il vecchio annui, come un professore di fronte alla giusta risposta di uno studente.
No, bravo. Non lo sai. E allora lui te lo dice. E come, te lo dice? Parlando di lei direttamente a lei. E' adesso, nella seconda strofa, che risponde alla lettera; che comincia a rispondere. Non  solo lui che pu far male a lei, ma  soprattutto lei che pu strappargli il cuore dal petto. E perch?
Il ragazzo  sconcertato, non sa cosa rispondere. Sussurra:
Perch, Maestro?
Perch lei, cos pi giovane e inesperta,  per una donna. Una donna capricciosa, incostante, bella e desiderabile. E lui, che  alle porte dell'autunno, che  alla fine dell'estate davanti a una candela che si consuma, non avrebbe pi il tempo di resuscitare dalla morte che quelle piccole mani gentili potrebbero dargli. Ecco perch.
Senza una ragione, il ragazzo si sente inadeguato e commosso. Riflette, mentre il vecchio lo osserva con un mezzo sorriso sulla faccia. E trova le ragioni.
Inadeguato, perch pensa che forse, per cantarlo, un dolore del genere bisogna averlo provato. Commosso, perch ha cantato quella canzone cento volte e non l'ha mai ascoltata.
Il vecchio riprende, a bassa voce.
Quindi prepara il ritornello con la seconda strofa, e sono le stesse parole di prima. Ma il significato, quello cambia. E diverso. E pure noi siamo diversi, che ora ascoltiamo, guardiamo con paura e con dolore la farfallina che vola attorno alla fiammella. Lui le dice: io far a meno di te. Perch questo amore pu uccidermi.
Rivolge gli occhi allo stretto, piccolo manico del vecchissimo strumento che tiene tra le mani. Riprende a cantare.
Carul, pe' nu capriccio,
tu vuo' f scuntento a n'ato e po', quanno ll'h lassato, tu addu n'ato vuo' vul.
Troppe core staje strignenno cu 'sti mmane piccerelle; ma fernisce ca 'sti scelle pure tu te puo' abbruci.
Vattenn' 'a lloco! Vattenne, pazzarella!
Va', palummella, e torna,
e torna a 'st'aria accuss fresca e bella! 'O bb ca i' pure mm'abbaglio chianu chiano, e ca mm'abbrucio 'a mano pe' te ne vul cacci?

(Carolina, per un capriccio,
tu vuoi fare scontento un altro e poi, quando l'hai lasciato, tu, da un altro vuoi volare.
Troppi cuori stai stringendo con queste tue mani piccole, ma finisce che queste ali anche tu ti puoi bruciare.
Vattene da l!
Vattene, pazza!
Va', farfallina, e torna, e torna a quest'aria cos fresca e bella! Lo vedi che anch'io mi abbaglio piano piano e che mi brucio la mano per volerti cacciare via?)

23.

C' un momento, nella notte, che  un diaframma. Non  lo stesso per tutti, naturalmente. Arriva quando il territorio della coscienza diventa indistinto, come quando in un'alba d'inverno si cammina in campagna e la nebbia nasconde le cose in mezzo ai sogni.
In quel momento le paure si fanno strada in mezzo alle decisioni e le sgretolano, una pietra alla volta, per mettersi a costruire i sogni che seguiranno e che, la mattina, si dissolveranno silenziosi.
In quel momento le sicurezze cessano di esistere, la fame  meno urgente, perfino il dolore si fa da parte per lasciar passare le passioni pi lontane, quelle che abbiamo chiuso dietro la porta della ragione.
Lo conoscono le madri, quel momento, e passano la mano sulla fronte dei bambini per distendere gli occhi e le anime, per lasciar immaginare che ci siano loro stesse dietro la nebbia e che quindi ci si possa addentrare confortati dal ricordo della tenerezza.
Accade che ci si senta forti, in quel momento. Che sembri possibile abbattere gli ostacoli senza sforzo, risolvere le questioni senza dubbi. O che ci si senta deboli, e ogni ostacolo sembri una montagna senza appigli e senza scappatoie. Accade di aver paura di sentirsi forti.
Di aver paura di non farcela, a mantenere una decisione.
Ma ancor pi di avere paura di farcela.
Far a meno di te.
Far a meno del tuo viso e della tua risata, della tua pelle sotto la mia mano. Far a meno della tua voce sussurrata nell'ombra dei nostri incontri assurdi di mattina presto, quella mezz'ora che d la spinta a tutta la mia terribile giornata.
Far a meno di te perch  necessario. Perch te lo devo.
Far a meno di te perch hai creduto in me quando nessuno ci credeva pi, tantomeno io. Perch mi hai dato la forza di sorridere al sole, di alzare la testa. Perch hai tirato fuori la mia vita da un paio di dadi che rotolavano nel destino, dal muso di un cavallo avanti a un altro di qualche centimetro. Perch mi hai detto che il destino non era in quella carta da scoprire, ma nel tuo sorriso.
Far a meno di te, perch nessuno pu mettersi tra noi due. Perch se vita deve essere, non pu nascere dal sangue, ma dalla tenerezza che mi hai dato.
Far a meno di te per la decisione che hai preso, perch la tua mano  quella della mia gioia e non della morte che ho causato.
Far a meno di te.
E morir ogni singolo giorno osservando la fiamma della candela dalla quale ti ho cacciato via.

Un diaframma.
Un sottile velo che ripara la verginit del sogno, che mantiene il vero da una parte e ci che  folle dall'altra. Una tenda fatta di ricordi e di speranze.

Far a meno di te.
Ci riuscir facilmente, perch non sei pi quello che ho conosciuto, famelico di vita, felice di ogni cosa ti arrivasse addosso nell'impeto dei giorni azzurri e pieni di sole.

Far a meno di te, perch mi sar facile ricordare i lunghi mesi di silenzi, quando hai smesso di cercare assurde giustificazioni per quello che facevi e per quello che eri diventato. Mi sar facile ricordare i tuoi ritorni, il rumore incerto dei tuoi passi ubriachi, il tramestio tra le carte e i bicchieri al di l della parete.
Far a meno di te come ho imparato da lungo tempo, quando ho capito che il simulacro d'uomo che sei era una menzogna, una squallida bugia travestita del volto che avevo creduto di amare. Perch quello che non ti perdono, che non posso perdonarti,  di aver lasciato ai miei occhi la memoria del tuo viso di adesso, squarciando quella della nostra giovent che era la mia stessa immagine.
Far a meno di te, quando avr capito il perch. Quando avr saputo il motivo di tutto questo, e potr smettere di arrovellarmi nella notte. Perch io lo so che hai mentito. Lo so.
Devo capire. Devo sapere. Poi, finalmente, potr fare a meno di te.
E contemplare quanto vuota sia la mia vita.

Solo un momento.
Un piccolo, semplice istante, un tic della lancetta, nemmeno un respiro completo.
Un lampo di coscienza vivido, terribile e colorato, che precede l'oblio del silenzio.

Far a meno di te.
Sar necessario, e ci riuscir. Mi sto gi abituando, nelle giornate in apparenza normali che devono scorrere tranquille perch nessuno immagini che siano quelle della mia nuova vita.
Far a meno di te e me ne dispiace, perch eri il sogno di un futuro diverso e brillante, pieno di divertimento e allegria. Ma i sogni durano poco, si sa, e anche il pi bello cede il passo alla mattina.
Far a meno di te. E del resto, forse, l'ho saputo fin dall'inizio che non ci sarebbe mai stato permesso. Ma era bello immaginarlo, quando sentivo le tue mani sapienti e tremanti sulla mia pelle, quando ti sentivo sussurrare le tue illusioni dolcissime.
Allora dimenticavo che sarebbe stato impossibile. Allora ascoltavo come si ascolta una favola, e si crede nella storia che tutti, ma proprio tutti, vivranno felici e contenti.
Mi piaceva convincermi, e fingere che avremmo vissuto alla luce del sole. Che gli sguardi della gente non sarebbero stati maligni e malevoli, e che tutto sommato, alla fine, avremmo avuto anche noi la nostra occasione.
Far a meno di te, e guarder avanti. Dimenticando di aver sognato e sorriso e sentito battere il cuore nell'androne di un portone la mattina presto.
Dimenticando il sangue versato, e quel lungo, flaccido respiro bagnato che rotolava nell'aria.
Far a meno di te. E vivr la mia vita.

Quanto dura in realt un attimo? Non pu forse dilatarsi all'infinito, se mantenuto da una semplice fantasia?
Se dallo spiraglio della finestra aperta sulla notte di settembre arrivano le parole di una lontana canzone, in una lingua antica e sconosciuta che parla di fiamme, di falene e di cuori stretti in piccole mani.
Se quelle parole cadono come semi portati dal vento, e si piantano nell'inconsapevolezza di una coscienza che cede sotto i colpi del sonno. E del pianto.
E se quelle lacrime dnno foglie, e frutti amari.

Far a meno di te. Ora lo so. Me lo hai detto tu che devo farlo.
Finalmente, forse. Magari riesco a rinascere.
Credevo di essere viva perch c'eri tu. Perch guardavo avanti e mi sembrava che tu tenessi in mano il tuo futuro e il mio.
Credevo che avremmo potuto ridere insieme e pure piangere, se ci andava, mettendo tante parentesi in mezzo alla solitudine. Credevo che sarei riuscita a farti uscire da quella prigione nella quale ti sei rintanato.
Volevo sentire la tua pelle e quella di nessun altro, sotto i miei palmi. Volevo regalarti sapori che non conosci, insegnarti come si fa ad arrivare in paradiso e a non scendere mai pi sulla terra. Volevo raccontarti i giorni che non sapevi di avere in tasca e aprire a te stesso il tuo cuore. E il mio.
Ero sicura che sarebbe stata stanotte, la nostra notte. Che il sole, il nostro sole, si sarebbe fatto strada nelle tenebre tue e nelle mie, e ci avrebbe tanto scaldato che n tu n io avremmo potuto pi farne a meno.	.
Avevo preparato tutto, accidenti a me. Avevo perfino pensato a queste lenzuola, ai cuscini che ospitano queste dannate lacrime che non riesco a fermare. Avevo pensato alla musica, e al liquore, e alla tua stanchezza.
Avevo creduto che una volta spazzato via quell'inutile sogno che fingevi di coltivare avresti capito che io sono una donna vera, di petali e lacrime e risate, che avresti scelto di vivere. Mai sono stata tanto esplicita, mai ho saputo tanto bene quello che volevo. Mai ero stata cos sicura di me, della mia bellezza e del mio desiderio.
E ora, ora che so che far a meno di te, ti odio.
Ti odio per la condanna che ti sei dato e che hai dato a me. Ti odio, per non essere quello che ero sicura tu fossi.
Ti odio per l'immagine delle tue spalle incuranti del mio dolore quando ti sei voltato e te ne sei andato. Ti odio per la frustrazione, per l'umiliazione.
Ti odio per averti amato.
Far a meno di te, perch nemmeno l'ipotesi di una rinascita pu ripagare questa sofferenza. Far a meno di te, perch un amore cos pu far morire, bruciati nella fiamma di una candela che veglia nella notte.
Far a meno di te.

Poi la coscienza si siede, acquattandosi nella notte. E cede il passo ai sogni confusi.
E agli incubi disperati.

24.

Da parecchio tempo a Ricciardi non capitava di recarsi in carcere.
Al contrario di molti suoi colleghi, non gli piaceva portare la gente in galera. La riteneva comunque una sconfitta.
Si era interrogato a lungo, agli inizi della carriera, su ci che significasse per lui essere un poliziotto. Lui, testimone del dolore dell'ultimo istante di vita, sapeva bene che nulla si pu rimettere a posto, che nessun ordine pregresso pu essere ricostituito. Ma sapeva anche che l'unico sollievo, marginale e transitorio, che poteva fornire alla propria anima era trovare il responsabile di quel dolore. In definitiva, lo faceva pi per s stesso che per la vittima, che tanto di sollievo non poteva averne pi.
Per, quando si trovava di fronte agli occhi di chi aveva messo fine alla vita altrui, spesso vi scorgeva un dolore ancora pi profondo. A prescindere dal pentimento, chi aveva ucciso soffriva e avrebbe sofferto ogni singolo giorno della vita che gli restava.
Per questo, probabilmente, rinunciava a tradurre in carcere i responsabili dei reati sui quali aveva indagato con successo. Non capiva in che modo si potesse interpretare come una vittoria, da celebrare con quel gesto, privare qualcuno della libert, magari per sempre. Gioire della sofferenza altrui gli faceva orrore.
E adesso, mentre si avviava verso Poggioreale per l'appuntamento con l'avvocato Moscato, era ben lieto di risultare pressoch sconosciuto alle guardie carcerarie.
Moscato lo aspettava all'angolo della strada che portava al cancello del carcere. Aveva chiamato quella mattina al telefono, informandolo che per una fortunata circostanza era riuscito a ottenere il colloquio immediatamente, e bisognava dunque approfittarne. Anche perch, aveva aggiunto, Bianca gli dava il tormento.
Fu strano per Ricciardi vedere l'avvocato in un contesto cos diverso dal precedente. Al circolo era disteso, speculativo, sereno. Ora appariva sbrigativo, preoccupato, perfino un po' a disagio.
- Ah, commissario, buongiorno. Vi chiedo scusa per il breve preavviso, ma per procurare questa opportunit ho dovuto mettere in moto alcune conoscenze e non posso fare figuracce.
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Per me va bene, avvocato. Come procediamo?
- Diremo che voi mi accompagnate, come eravamo d'accordo. Lascer capire all'ingresso che siete un mio assistente, pur senza dirlo esplicitamente, altrimenti potrei essere in seguito accusato di aver introdotto in carcere un individuo sotto mentite spoglie, il che sarebbe un reato molto grave, come sapete. Pensate che qualcuno possa riconoscervi?
- Non credo. Non vengo qui da moltissimo tempo, e in ogni caso ci sono stato poche volte. Lascio che a tradurre i detenuti siano le guardie. Al conte cosa diremo?
Moscato fece un gesto vago con la mano.
- Non credo sia rilevante. Vedrete, Romualdo ... non  facile parlare con lui, in questo momento. Io sono stato qui dieci giorni fa, non che avessi niente da comunicargli, ma speravo che avesse cambiato idea, che mi desse qualche elemento in pi, insomma. E l'ho trovato... Non  facile parlare con lui.
Ricciardi comprese. La ragione dell'atteggiamento dell'avvocato, del suo evidente malessere, era proprio l'incontro con il suo cliente. Si domand perch.
Nei paraggi dell'ingresso c'era il solito, perenne assembramento. Le famiglie dei carcerati stazionavano sotto le alte mura grigie per far sentire ai congiunti, con periodiche grida, la propria presenza. Ricciardi pens che il purgatorio, se esisteva, doveva essere cos: la sofferenza disperata di un distacco, di un amore tenuto lontano da un diaframma. Donne, vecchi, bambini con volti segnati, seduti per terra in attesa di niente.
Quando si avvicinarono al portone di ferro, alcune donne cercarono di abbrancarli per la giacca. Avvoca', avvoca', dicevano: fateci entrare con voi. Portateci a vedere nostro figlio, nostro marito. Fateceli accarezzare, baciare; e se non ci potete portare dentro, allora prendete qui,  un bigliettino col nome, ce lo siamo fatti segnare dallo scrivano, parlateci voi. Ditegli che gli vogliamo bene, che senza di loro qua fuori c' il vero carcere. Che stessero tranquilli, perch li aspettiamo e non pensiamo che a loro. Diteglielo, avvoca'. Per carit, diteglielo.
Un tram pass sferragliando vicino al marciapiede. Le persone stipate a bordo evitavano di guardare verso quella gente. Abitudine? Pudore? Forse solo la segreta felicit di non trovarsi nella stessa condizione.
Moscato si divincol da una donna giovane e smunta che lo tratteneva per la manica.
- E diamine, signo', non mi toccate! Guardate qua, i segni delle dita sulla stoffa, mo' la devo far lavare, ma che maniere, fate sempre questo qua fuori! Vi ho detto mille volte che non lo posso far chiamare, a vostro marito, non posso incontrare nessuno, parlate con gli avvocati vostri, se vi volete far assistere!
Un anziano sdentato comment, a voce alta:
- E s, secondo voi se potevamo pagare un avvocato stavamo qua a chiedere la carit di portare un messaggio l dentro? Fate finta di non saperlo, proprio voi, che ci sta una giustizia per i poveri e una per i ricchi?
La donna smunta si volt verso di lui, gli occhi spalancati per il terrore.
- Pap, statevi zitto! Avvoca', non ci badate, quello  vecchio e...
Moscato fece un cenno con la mano.
- Lasciate perdere, signo'. Io non ho sentito niente. Ma dite a vostro padre, o a vostro suocero o quello che , di pensare prima di parlare, perch qua facciamo tutti il lavoro nostro e ci dobbiamo campare, non  certo colpa nostra se non tutti possono pagarci.
Il portone si apr con un cupo stridore. Quando la guardia si affacci si fecero avanti tre donne con degli involti in mano, chiedendo di portarne il contenuto a figli e mariti. Qualcuno chiamava il custode per nome, come se lo conoscesse, ma lui non accenn nemmeno a incontrarne lo sguardo. Salut invece Moscato, e li fece entrare.
Come si era augurato, Ricciardi non incroci alcun volto noto. L'avvocato gli aveva passato la propria voluminosa borsa di pelle rigonfia di carte e documenti, come avrebbe fatto con un suo collaboratore. Mentre attendevano che le loro identit fossero registrate, sussurr a Ricciardi:
- Contrariamente ai colloqui coi familiari, quelli con gli avvocati le guardie non li possono ascoltare. Devono essere presenti, ma stanno a una certa distanza, quindi possiamo dialogare tranquilli. Romualdo ... l'ultima volta fu difficile mantenere la sua attenzione, ecco. Che cosa volete che gli chieda?
Ricciardi riflett.
- Ho bisogno che parli del delitto. Che dica quello che ricorda, che racconti i suoi rapporti con Piro. Mi serve capire se cade in contraddizione, se ha titubanze o dubbi. E soprattutto se ci ha pensato, se la permanenza in galera lo ha fatto riflettere sull'eventualit di ritrattare la confessione.
Moscato annu, dubbioso.
- Francamente, commissario, mi pare tutta una sciocchezza. Se Bianca non avesse insistito cos tanto, e se non mi facesse davvero tristezza vederla in certe condizioni, mi sarei risparmiato questa visita. Vedete, io credo che la volont delle persone vada rispettata. Se Romualdo vuole cos, cos deve essere.
Ricciardi lo fiss, cupo.
- Avvocato, capisco quello che dite, e in parte lo condivido. Ma credo che pure la verit debba essere rispettata. E tocca a noi poliziotti fare in modo che ci accada.
Una guardia venne a chiamarli.
Mentre percorrevano un lungo corridoio immerso in un silenzio irreale, l'avvocato mormor a Ricciardi:
- Romualdo, per sua volont e mio operato, si trova in uno stato di isolamento diurno e notturno. Era terrorizzato al pensiero di dover convivere con altri detenuti, e il suo nome, le mie richieste e un paio di amicizie nei posti giusti hanno risolto la questione. Io non ero d'accordo, a volte una compagnia, anche sgradevole, fornisce una distrazione necessaria in queste condizioni; ma lui  stato irremovibile. Purtroppo i fatti mi hanno dato ragione.
Prima che Ricciardi potesse chiedere il perch, arrivarono a una porta che dava su uno stanzone rettangolare, con al centro un lungo tavolo e due panche ai lati. Alle pareti, in alto, c'erano dei cartigli decorati che contenevano precetti morali scritti in bella grafia, e sotto figure di vescovi e santi. Sulla parete al centro i ritratti del duce e del re, il primo pi grande del secondo.
L'avvocato si accomod su una delle panche, facendo segno al commissario di sedersi al suo fianco. Dalla finestra, opaca per la polvere, arrivava una luce lattiginosa. Nell'aria c'era un odore di stantio, un tanfo di muffa e carta vecchia, come in una biblioteca mal tenuta.
Dopo qualche minuto la porta si apr ed entr una guardia che conduceva un detenuto con le catene alle mani e ai piedi.
Ricciardi aveva incontrato Romualdo Palmieri, conte di Roccaspina, circa due anni prima. Lo ricordava come un uomo scarmigliato e mal rasato, per di bell'aspetto: febbrile e distratto, preso dal suo demone, con un vestito stazzonato ma di buona fattura e un bastone da passeggio che brandiva con un po' troppa disinvoltura. E ne aveva visto un ritratto fotografico durante la recente visita alla contessa: un po' pi giovane, sorridente vicino a un cavallo da corsa, la mano appoggiata al dorso dell'animale tenuto al morso da uno stalliere.
Il derelitto che si appressava alla panca al di l del tavolo, muovendo brevi passi in un tintinnio di catene, era un'altra persona. Il commissario prov un lungo brivido di pena.
In quanto imputato e non ancora condannato aveva il diritto di indossare i propri abiti invece della divisa di tela grezza a strisce. Infatti portava una camicia che una volta era stata bianca e un paio di pantaloni neri. Ai piedi aveva un paio di scarpe, anch'esse nere, in cattive condizioni, prive delle stringhe.
Ci che pi impressionava era la taglia degli abiti rispetto a quella che era diventata la corporatura dell'uomo. Sembrava un ragazzino che indossasse per scherzo i vestiti del padre. Il collo smagrito ballava all'interno del colletto, e i polsi ossuti uscivano dalle maniche arrossati dove i bracciali di ferro sfregavano la pelle raggrinzita e opaca. I pantaloni non si sarebbero retti, se non fossero stati legati da un sudicio pezzo di spago, e anche cos parevano sul punto di cadere da un momento all'altro.
Il volto era davvero spaventoso, e nulla aveva in comune con l'immagine che Ricciardi rammentava. Rasato a zero come prevedevano le norme carcerarie, le guance incavate, le labbra screpolate, gli occhi incassati nelle orbite che guardavano spenti nel vuoto.
La guardia lo sostenne mentre si sedeva, poi si tocc la visiera del berretto in segno di saluto, torn verso la porta, si ferm sulla soglia e indirizz lo sguardo al corridoio. Il massimo della riservatezza che poteva essere concessa per un colloquio.
Il conte taceva, gli occhi fissi in un punto davanti a s. L'avvocato scuoteva il capo, l'espressione che tradiva un senso di profonda piet.
- Romua', io non capisco che ti sei messo in testa. Hai deciso di lasciarti morire di fame? Non ti rendi conto? Stai ancora peggio di dieci giorni fa, io...
L'uomo alz di scatto il mento, fissandolo.
- No. Non dieci giorni. Dodici. Dodici. Il tempo  importante, Atti'. Non si deve sbagliare a contare. E pur non avendo, come sai, un orologio, dalla posizione del sole sono in grado di dirti che sono passati dodici giorni e almeno due ore.
- Dieci, dodici, ma che differenza c'? Mi sembri un pazzo, mi sembri. Oddio, non che tu sia mai stato normale, pure da ragazzo facevi discorsi sconclusionati.
Romualdo scopr i denti ingialliti e le gengive ulcerate in un tentativo di sorriso.
- Eh, da ragazzo. Da ragazzo non capivo niente. Mo' s, che capisco.
Moscato fece schioccare la lingua.	
- E se capisci, capisci pure che devi mangiare e ti devi sostenere. Altrimenti, quant' vero Iddio, ti faccio revocare l'isolamento, cos lo vedi che significa stare male davvero.
Il conte si sporse in avanti.
- No! No! Se mi mettono con gli altri detenuti, giuro che mi ammazzo. Lo faccio, sai? Ho pure pensato al modo. Piuttosto, che mi dici del processo? A che stiamo?
L'avvocato prese un respiro.
- Mi sono studiato carte e precedenti, la situazione la conosci bene e d'altronde, pure se non hai mai esercitato, sei avvocato pure tu. L'istruttoria formale si  conclusa, il rinvio a giudizio  stato disposto e stiamo aspettando che il cancelliere presenti al presidente la richiesta di citazione a giudizio. A quel punto viene convocata la corte e fissata la data dell'udienza. Sar allora che dovr presentare la lista dei testimoni.
- Testimoni? Quali testimoni? Ti ho gi detto che non ci saranno testimoni, e nemmeno presentazione di prove a discarico o formulazione di teorie difensive.
- Romua', io...
Il conte rispose deciso, sputando dalle labbra secche gocce di saliva che caddero sul tavolo.
- Tu non devi fare niente. Devi solo curare che non vengano imputate aggravanti, che non ci siano rincari rispetto al minimo della pena.
L'avvocato allarg le braccia.
- Io non capisco e non capir mai. Non vuoi che ti difenda, non vuoi che cerchi di farti assolvere, ma vuoi il minimo della pena. Insomma: vuoi essere condannato, ma vuoi uscire il prima possibile.
- Tu non devi capire, devi solo fare quello che ti dico io. E' stato un omicidio d'impeto, non c' stata alcuna premeditazione. L'ho ammazzato d'impulso, la pena prevista  di ventuno anni. E tanto mi devono dare. Io terr sempre un comportamento ineccepibile e tu curerai le istanze per abbreviare la detenzione. E chiaro?
- Lo sai, c' il pericolo dei futili motivi. E un'aggravante che spesso...
Il detenuto scosse il capo con veemenza.
- No, no, te l'ho spiegato dieci volte almeno: il debito era grosso, come certificato dalle cambiali. E poi tu dovrai dire che mi aveva insultato, che aveva ferito l'onore del mio nome, della mia famiglia. I giudici provengono dalla nobilt, lo terranno in conto. Non devi preoccuparti, andr tutto liscio come l'olio.
Ricciardi decise di intervenire.
- Sempre che ci arriviate vivo, al processo. Mi sembrate parecchio male in arnese.
Fino ad allora Roccaspina pareva non essersi nemmeno reso conto della sua presenza; i suoi occhi, dapprima fissi nel vuoto, si erano concentrati su quelli di Moscato e non li avevano pi lasciati. Ora volt lentamente il capo verso il nuovo interlocutore, con una smorfia priva di ogni cordialit.
- Buongiorno, commissario. Che strano rivedervi qui. Posso chiedervi come mai vi interessate alle questioni che mi riguardano, peraltro con il consenso di quello che dovrebbe essere il mio avvocato?
Scese un silenzio freddo. Moscato farfugli:
- Romua', vedi, il fatto  che Bianca... Ma come vi conoscete, voi due?
Il detenuto rispose, senza smettere di fissare Ricciardi:
- Ah, non te l'ha detto? Ho avuto l'onore di incrociarlo quasi due anni fa; si occupava, credo, dell'assassinio di Gaspare Rummolo, un assistito. Brutta storia quella, eh, commissario? L doveste trovarvelo da soli, il colpevole. Qui invece  venuto coi piedi suoi.
- Complimenti per la memoria, conte. Il nostro fu un incontro di pochi minuti, tuttavia anch'io mi ricordo di voi: eravate in condizioni decisamente migliori, se posso dirlo.
Roccaspina sogghign, poi si volt verso Moscato.
- Attilio, mi devi delle spiegazioni, credo. Non vorrai che ti ricusi e che mi difenda da solo, vero? Non sarebbe una buona pubblicit per te, dato che, a quanto mi dici, il nostro caso  all'attenzione dell'opinione pubblica -. Torn a guardare Ricciardi. - Un aspetto dimesso, commissario,  sintomo evidente di pentimento e sofferenza. Non siete avvocato, ma potete intuire quanto conti questo per i giudici nella decisione di attenuare la pena. State tranquillo, mi rimetter in fretta. Tutto si svolge secondo i programmi.
Moscato si massaggi con due dita la radice del naso.
- Romualdo, il commissario  qui su richiesta di tua moglie. Lo sai, non riesce ad abbandonare l'idea che tu sia innocente. Questo atteggiamento pu creare rumore e infastidire la corte interferendo con la tua strategia, che sia chiaro io non comprendo e non condivido. Bianca...
Il conte lo interruppe e si rivolse sbrigativo a Ricciardi.
- Mia moglie vi inganna, commissario. Ci ha provato con Attilio, qui, con i vostri colleghi durante quell'aborto di indagine che  stata condotta. Perfino col magistrato  andata a parlare, me lo hanno detto. Povera donna, d'altronde  comprensibile: la solitudine, sapete, fa brutti scherzi. Ma
vedrete che alla fine si render conto della realt e si metter tranquilla. E poi  meglio anche per lei che io stia qui. L'enorme mole dei miei debiti non la schiaccer, e magari riuscir pure a salvare il palazzo.
Ricciardi rimase immobile, osservando con curiosit quella testa rasata e quello sguardo freddo che facevano assomigliare l'uomo in catene a uno strano uccello.
- Perch lo fate, conte? Non capisco. Non pu essere per i debiti -. Si ferm e distolse lo sguardo. E continuando come tra s riprese: - Perfino il suicidio sarebbe un modo meno doloroso. E non pu essere per amore, perch accettereste l'aiuto di vostra moglie. Qual  il motivo?
Romualdo tacque. I suoi occhi all'improvviso si velarono di lacrime, come per un ricordo.
Poi toss e rispose:
- Lo faccio perch  vero, perch sono stato io. Perch quel losco bastardo, quello strozzino infame  morto per mano mia, e non permetterei mai che qualcun altro fosse accusato per un'azione che ho commesso io. Ecco perch.
Ricciardi lo incalz.
- Eppure nessuno vi ha visto entrare o uscire. Nessuno ha sentito urla n il rumore di una colluttazione. E vostra moglie...
Il conte picchi con entrambi i pugni sul tavolo. Il rumore, amplificato dalla stanza quasi vuota e dai bracciali di ferro con la catena, fu violento e improvviso. La guardia sulla soglia sobbalz e corse da Romualdo, strattonandolo brutalmente.
- Oh, animale, ma che fai? Ringrazia che gi stai in isolamento, se no...
Moscato alz una mano.
- No, no, grazie, lasciate stare. Colpa mia, ho cominciato una discussione che...
La guardia moll la presa malvolentieri, lanciando un'occhiata diffidente al detenuto.
- Comunque mo'  ora di tornare in cella. Il colloquio  finito.
Prima di alzarsi Romualdo sorrise di nuovo. Quando scopriva i denti, pens Ricciardi, sembrava ancora pi deperito. Gli riportava alla mente alcuni dei cadaveri che incontrava per strada, vagabondi affamati che la debolezza spingeva sotto le ruote di tram e automobili.
Romualdo sembr rivolgersi al commissario, pur senza fissare in viso n lui n l'amico avvocato.
- Avete presente gli scarafaggi? Sono animali molto interessanti. Nella mia cella ce n' una famiglia intera. Mi fanno molta compagnia, sono dei formidabili corridori. Ho in mente di allevarli e di metterli in gara tra loro, scommettendo con me stesso. Non capisco per quale motivo vengano cacciati o addirittura schiacciati, sono inoffensivi.
La guardia lo sollev dalla sedia come se non avesse peso e lo accompagn verso la porta. Quando usc dalla stanza, il conte Romualdo Palmieri di Roccaspina stava ridacchiando.

25.

Moscato si sventolava col cappello, seduto al tavolino del caff nei paraggi dell'uscita del carcere.
- Commissario, voi credete che sia diventato pazzo? La
solitudine, il rimorso... mi d i brividi ogni volta di pi. Ricciardi sorseggiava pensoso il denso liquido nero.
- Non saprei. Non ho visto tracce di rimorso, comun
que; se  stato lui, allora  ben lieto di averlo fatto. Moscato rifletteva.
- Non saprei dire. Il suo atteggiamento  stato strano fin dall'inizio. Anzitutto non mi ha chiamato, avrei potuto accompagnarlo, avrei sfruttato il fatto che gli sb... scusate, commissa', che la polizia, almeno in un primo momento, brancolava un po' nel buio. Invece  Bianca che mi ha avvertito, quando Romualdo era gi stato fermato.
Ricciardi si fece pi attento.
- Mi state dicendo che il conte non avrebbe nemmeno voluto un difensore, all'inizio?
- No. Eppure lo avete sentito, non  certo uno sprovveduto dal punto di vista legale. Sa bene a che cosa va incontro, e non ha nessun timore. Oggi addirittura mi ha minacciato di ricusarmi, non ci manca che questo: sarebbe una pessima figura con tutti, dal tribunale in gi. Voi piuttosto, perch non mi avete detto che lo avevate gi conosciuto? Non  stato un gesto intelligente, se qualcuno viene a sapere che siete entrato con me in incognito...
Ricciardi neg col capo.
- Credevo che lo sapeste, in verit. Se no perch avrebbe cercato proprio me, la contessa? D'altra parte sono sorpreso che mi abbia riconosciuto, il nostro era stato un incontro brevissimo e, come ha ricordato il conte, risale a due anni fa.
Moscato annu, incerto.
- Questa storia  sempre pi strana. Anche il rapporto di Romualdo con Bianca: avrete certamente saputo che di fatto non vivevano pi da marito e moglie; a me lo ha confidato Romualdo molti mesi or sono. Inoltre, lo avete sentito voi stesso, dall'esito di questa vicenda potrebbe dipendere perfino il salvataggio del palazzo e dei pochi beni rimasti.
- Ma i creditori avrebbero il diritto di esigere le somme dalla contessa, no?
L'avvocato sorrise.
- Certo, se fossero creditori normali, ma qui stiamo parlando di un ambiente completamente diverso. Gente che non ha nessun interesse a uscire dalle fogne in cui abita. No, Romualdo ha ragione. Bianca ha solo da guadagnare da una sua eventuale condanna.
- Allora magari  questo il motivo per cui si  accusato del delitto. Per proteggere la moglie dalla rovina e dall'infamia.
- Come siete melodrammatico, commissario. E adesso uno, per sfuggire a un paio di malintenzionati, si accolla un morto che non  suo? Sapete quanti clienti miei ho aiutato a scappare sul primo mercantile in partenza per l'America o l'Australia, o di notte su un treno per il Nord Europa? Molto pi facile, indolore e con gli stessi effetti positivi. E poi, se permettete, rimane un'altra domanda.
- Quale?
L'avvocato assunse un'aria concentrata.
- Mi sono chiesto fin dall'inizio: mettiamo che Bianca abbia ragione, e che per qualche motivo ignoto Romualdo sia impazzito e abbia confessato un assassinio che non ha commesso. Ebbene, come ha fatto a sapere quello che era successo? Non abita vicino alla vittima ed erano le prime ore della mattina, quindi la notizia non era ancora di dominio pubblico. Se non fosse stato lui, come avrebbe saputo dell'omicidio?
Ricciardi dovette ammettere con s stesso di non aver considerato quell'aspetto.
- Quindi l'unica spiegazione  che sia stato lui,  cos? O almeno che fosse presente al delitto. Il che farebbe della contessa una bugiarda.
Moscato si strinse nelle spalle, senza smettere di sventolarsi col cappello.
- Magari si  semplicemente addormentata e non ha sentito Romualdo uscire e rientrare. Oppure sbaglia le ore. A volte, commissario, crediamo a quello che vogliamo credere, con tutte le forze.
Ricciardi rimase un attimo a pensare. Poi disse:
- Vedete, avvocato, io ho sempre nutrito la convinzione che tutte le motivazioni che portano a uccidere siano in realt riconducibili a due, due soltanto. Non credo agli scatti di follia, non credo alla perversione, non credo alle illusioni. Credo che si ammazzi per fame o per amore. Che ad armare una mano sia sempre la volont di sopravvivenza propria e delle persone che si amano, oppure la passione che agita un cuore.
Moscato ferm il cappello e fiss il commissario come se fosse la prima volta che lo vedeva.
- Interessante teoria. Ma io ho a che fare con tanta gente, sapete, e vedo cose davvero strane. A volte le motivazioni non ci sono affatto. A volte cala un velo rosso davanti agli occhi e non si capisce pi nulla. Avete sentito quello che ha detto Romualdo, no? Un gesto imprevedibile, e per questo imprevisto. Si  ritrovato davanti a un uomo che gi il giorno prima lo aveva offeso, insultato, che gli aveva rifiutato una dilazione, che forse addirittura aveva minacciato di svergognarlo. Sono cose in grado di fartela perdere, la ragione.
Ricciardi scosse il capo.
- E di spingerti a prendere qualcuno per il collo, o a tirargli un pugno. Ma possono indurti ad afferrare un oggetto appuntito e a ficcarglielo nel collo? Certo, se sei disperato pu succedere. Ma non te ne torni a casa a dormire per poi andare coi tuoi piedi a confessare.
L'avvocato ascoltava, attento.
- E che tipo di fame, secondo voi, pu portare a un omicidio come questo? Che tipo di fame pu affliggere uno che ha gi perso tutto e per propria mano?
Ricciardi non rispose, continu a seguire il filo dei propri pensieri.
- Avvocato, voi conoscete Roccaspina fin dalle scuole. Siete cresciuti insieme e si vede che avete molta familiarit. Ditemi:  un uomo facile agli scoppi d'ira? E' un violento, uno che non riesce a controllarsi? Vi viene in mente qualche episodio in cui lo avete visto reagire in maniera esagerata? Vi prego, sforzatevi di ricordare.
Moscato rimase assorto per un paio di minuti, ripercorrendo a ritroso gli anni della sua amicizia con Romualdo. Alla fine scosse il capo.
- No, commissario. In tutta onest non mi sento di definire Romualdo un violento. Un istintivo s, un uomo sentimentale, facile agli slanci di affetto, fin troppo generoso e spontaneo, e queste caratteristiche immagino possano dar luogo anche a qualche violenza in presenza di situazioni
disperate. Ma in coscienza non rammento nemmeno un episodio in cui abbia alzato le mani su qualcuno.
Ricciardi annu gravemente.
- Ditemi ancora una cosa; ve lo chiedo perch magari, anche per la vostra professione, siete a conoscenza di circostanze che dall'esterno non si vedono: nell'ambiente che frequentate, a parte il conte, altri potevano avere motivi di risentimento nei confronti di Piro?
L'avvocato scoppi a ridere.
- Commissario, state scherzando? Piro era un arrivista, uno strozzino col colletto bianco, un personaggio perlomeno equivoco. Raccoglieva denaro dalle istituzioni che rappresentava, il cui unico interesse era ottenere un guadagno, come non importa, e lo prestava a debosciati schiavi di vizi vari. E per essere sicuro di riscuotere il proprio credito minacciava di mettere in piazza le informazioni che aveva creando uno scandalo.
- Quindi?
- Quindi, mi creda, saranno almeno una dozzina ad aver festeggiato la sua morte. Ma se anche fosse stato uno di loro, la domanda resta: perch Romualdo si sarebbe accusato del delitto?
Era vero, la domanda restava, e Ricciardi non aveva una risposta.
Ogni teoria andava a scontrarsi contro quel muro.

26.

L'interno della chiesa di San Ferdinando regalava ancora una piacevole sensazione di fresco rispetto all'esterno. Sarebbe stato cos fino a ottobre inoltrato, pens il cavalier Giulio Colombo, immergendo le dita nell'acquasantiera per segnarsi.
Si guard attorno, abituando gli occhi alla penombra. Un fascio di luce multicolore penetrava dal finestrone sulla facciata e cadeva a met della navata centrale. Davanti all'immagine della Madonna un gruppetto di anziane recitava, come sempre, il rosario, producendo un mormorio costante. Nell'aria si avvertiva un penetrante odore di incenso e candele. Niente poteva essere pi rassicurante, eppure Giulio era agitato, a disagio, e avrebbe preferito essere ovunque piuttosto che l.
Non aveva mai avuto bisogno di forzare la propria indole. Il suo lavoro, la famiglia, i pochi amici fidati non richiedevano un carattere diverso dal suo: calma, serenit, convinzione, ideali saldi, onest, attitudine al sacrificio, forse un po' di testardaggine, sollecitudine verso chi aveva bisogno di una mano. S, ogni tanto la moglie gli rimproverava i tanti silenzi, ma c'era gi lei a parlare, e bastava.
Nulla, fino ad allora, aveva imposto che modificasse la propria visione della vita. Tutto era sempre corso su un piano inclinato levigato con cura, e se qualche preoccupazione il cavaliere aveva, veniva dall'esterno, da un mondo che stava prendendo una piega che lo inquietava, con quel militarismo crescente e quei proclami sulla grandezza di una nazione in debito col proprio augusto passato. Tuttavia Giulio era troppo vecchio per temere di essere richiamato alle armi, e il primo figlio maschio troppo giovane; per quanto riguardava Marco, il genero, be', nel caso sarebbe stato difficile tenerlo buono, fervente fascista com'era.
Ora per stava succedendo qualcosa che, forse, necessitava di un intervento che cambiasse il flusso naturale degli eventi.
Il colloquio che aveva avuto il giorno prima con Enrica gli aveva gettato addosso una profonda angoscia.
Se lei gli avesse chiesto aiuto, se fosse scoppiata in lacrime, se gli avesse espresso propositi di fuga, non avrebbe avuto dubbi e avrebbe saputo cosa fare: contro tutto e tutti avrebbe lottato per il bene di sua figlia, salvandola da sua madre, dalle convenzioni sociali, dalla grettezza di un ragionamento che poco aveva di sentimentale.
Allo stesso modo, se avesse letto in quegli occhi cos simili ai suoi una risoluzione senza incertezze, se vi avesse riconosciuto un cuore saldo, che non guarda indietro, sarebbe stato anche lui, come il resto della famiglia, impaziente di incontrare questo famoso ufficiale bavarese, e avrebbe combattuto i propri pregiudizi nei confronti della Germania e del suo popolo.
Il problema, riflett per l'ennesima volta il cavaliere, aguzzando lo sguardo miope in direzione dell'altare, era che Enrica non l'aveva convinto n in un senso n nell'altro. Pi che decisa, sembrava rassegnata. E lui non era disposto ad accettare che la figlia maggiore, la sua amata, dolcissima bambina, la sua compagna di sguardi complici e silenziosi, si rassegnasse.
Il rischio dell'infelicit, si disse Giulio Colombo provando una stretta al petto,  sempre meglio della serenit forzata. Strano che proprio lui avesse un pensiero del genere, lui che sembrava imbozzolato in una tranquillit costruita a fatica e difesa con le unghie e coi denti. Ma il futuro che voleva per Enrica era diverso, non ammetteva esitazioni, perch era consapevole, il cavaliere, che la risata aperta, il cuore che vola alto sopra le nuvole, il respiro profondo col quale si aspira la vita esistono solo al di fuori della piccola, ordinata cella delle sicurezze quotidiane.
Per questo era andato in chiesa. Ci aveva pensato tutta la notte, fingendo di dormire perch Maria non rizzasse le antenne con le quali percepiva, dalle variazioni del respiro, il suo stato d'animo.
Non che fosse particolarmente religioso. La sua pragmatica mente liberale, la sua logica lo avevano portato lontano dalle sponde di una fede della quale a volte sentiva la mancanza. Conduceva la famiglia a messa ogni domenica, vegliava sull'educazione cattolica dei figli e si atteneva a principi pienamente coincidenti con i precetti cristiani. Credeva per che stesse al singolo costruirsi il miglior destino, seppure nel rispetto degli altri. Non riusciva a immaginare l'esistenza di Qualcuno che, secondo imperscrutabili disegni, muoveva il mondo come un burattinaio di Villa Nazionale al sabato pomeriggio.
Proprio perch aveva fiducia negli uomini si trovava l. Aveva pensato che se c'era uno capace di indicargli cosa fare, e addirittura di aiutarlo a mettere in pratica una strategia, era don Pietro Fava, il vice parroco. Don Pierino, per intenderci.
La vicinanza del negozio con la parrocchia, pochi metri, e l'abitudine del minuscolo prete a chiacchierare e a muoversi continuamente, lo avevano portato a fare amicizia con lui.
I due non si somigliavano affatto: uno alto, compassato, silenzioso e laico; l'altro piccolo di statura, sempre in movimento, rumoroso e soprattutto profondamente innamorato di Dio, la cui presenza avvertiva ovunque. Eppure avevano trovato subito un territorio comune dove incontrarsi, fatto di musica, libri, arte e persone, di sentimenti e anche di politica improntata alla pace e al dialogo. Don Pierino andava spesso a trovare il cavaliere e, se lo trovava libero da clienti, lo trascinava in lunghe e divertentissime chiacchierate, che si interrompevano di colpo quando il prete spalancava gli occhi davanti alla grande pendola del negozio e urlando un approssimativo saluto scappava via per qualche improcrastinabile assistenza a un bisognoso.
Quel giorno era Giulio ad aver bisogno.
Trov il sacerdote in sacrestia, con gli occhiali sulla punta del naso, intento a ricucire uno strappo in una tonaca.
Colombo sorrise, scuotendo il capo.
- Ma insomma, don Pierino, non vi ho detto mille volte che se c' bisogno di questi lavori non avete che da venire da me? Per gli aggiusti a guanti e cappelli ho una sarta a stipendio fisso che spesso se ne sta con le mani in mano. Sarebbe solo felice, se le dessimo qualcosa da fare.
Il religioso alz gli occhi sopra le lenti.
- Oh, cavaliere, che onore! Lo sapete che a me piace cucire e stirare, ho l'anima della casalinga. Voi, piuttosto, come mai siete qui? Un'improvvisa vocazione vi porta a farvi frate di clausura e volete sapere come ci si regola per dirlo alla vostra dolce signora?
Colombo prese una sedia addossata alla parete e vi si sedette.
- Non esattamente, magari un'altra volta. Certo che la prospettiva mi pare interessante. Sono venuto per un'altra questione, don Pierino. Una cosa che mi pesa sul cuore.
Il tono, pi delle parole, fece preoccupare il prete, che ripose immediatamente la tonaca strappata, l'ago e il filo e si tolse gli occhiali.
- Che succede, Giulio? Avete un'espressione che non vi ho mai visto.
Il cavaliere sospir, passandosi una mano sul volto. Ora che si trovava davanti all'amico pensava che coinvolgerlo era un atto di egoismo, forse anche inutile: cosa poteva dirgli, un sacerdote, su un problema che riguardava i sentimenti di una donna?
- Non so. Forse ho sbagliato a venire, scusatemi. E' che... a volte abbiamo bisogno di parlare ad alta voce di quello che ci gira in testa. Solo questo.
Don Pierino sorrise.
- E credete che io non lo sappia? Le cose non diventano vere finch non le dici ad alta voce. E' necessario. Le parole sono corpo, sangue: se non lo sappiamo noi preti, chi deve saperlo? Noi celebriamo una Parola. E dalla mattina alla sera, in confessione, sentiamo la gente capire la portata delle proprie azioni solo nel momento in cui ascolta la propria voce raccontarle.
- Quindi dovrei confessarmi, secondo voi?
L'altro rispose serafico.
- No, per carit. In confessione voi siete noiosissimo, mai un atto impuro, mai un cattivo pensiero. Eppure voi commercianti siete ladri nell'anima. Parlatemi e basta.
E Giulio Colombo parl.
Cominci dal principio. Don Pierino naturalmente conosceva Enrica da anni, ma lui senti l'esigenza di descriverne il carattere, l'atteggiamento. Gli parl dell'estate precedente, delle lettere, delle angustie. Gli disse di aver affrontato l'uomo di cui la figlia gli aveva scritto, del breve colloquio che avevano avuto. Di quello che poi era successo, cio della conoscenza di Manfred, del ritorno di lei e del dialogo avvenuto il giorno prima.
Lasci che emergesse la sua profonda, istintiva convinzione che la figlia, a discapito di quello che asseriva, magari per non inquietarlo, nel segreto della sua anima si stesse condannando a una sorda, insistente, morbosa infelicit.
Don Pierino rimase per tutto il tempo in silenzio. Se c'era una cosa che aveva imparato, nei tanti anni di sacerdozio, era che le persone avevano bisogno di essere ascoltate. Alla fine allung la mano e la pos sul braccio dell'amico che, accorandosi nel parlare di qualcuno che amava cos tanto, non si era accorto di avere gli occhi arrossati dalla commozione. Senza un perch, seguendo la via nascosta di un impulso, chiese il nome dell'uomo di cui Enrica era innamorata.
Dando voce a un riposto pensiero, Giulio Colombo abbatt l'ultimo diaframma della propria riservatezza.
Il nome cadde in un assorto silenzio. Dalla porta accostata della sacrestia arrivava il monotono salmodiare delle vecchiette.
Don Pierino annuiva, pensoso.
- Lo conosco. Lo conosco il commissario Ricciardi. E questo spiega un sacco di cose.

27.

Era ormai tardo pomeriggio quando un ragazzino a piedi nudi e con indosso una canottiera lacera di almeno quattro misure pi grandi della sua entr di corsa nella stanza delle guardie, al pianterreno della questura.
Aveva il fiatone e precedeva di almeno venti secondi Amitrano, la guardia di servizio al portone. Lo scugnizzo si guard attorno, fiero. Aveva la pelle bruna come il cuoio vecchio, le ginocchia martoriate dalle sbucciature, i segni di antichi geloni ai piedi, ed era sporchissimo.
- Brigadiere Maione Raffaele! - disse ad alta voce. - Chi  di voi?
Amitrano lo afferr per la collottola, alzandolo da terra e ansimando.
- Scostumato, animale, mo' ti faccio vedere io che succede a non fermarsi al portone, bene facevo a spararti nelle cosce...
Maione, che stava compilando l'ordine di servizio per l'indomani, alz stancamente la mano.
- Amitra', lascia perdere. Io vorrei tanto vedere che succederebbe se si infilasse un malintenzionato, magari per vendicarsi di un arresto o di un fermo. Alla porta, ci state o non ci state  la stessa cosa.
Il ragazzino, per nulla intimorito, disse con voce roca:
- E vero, qua entriamo quando vogliamo noi. E non ci potete fare proprio niente.
Maione alz il tono.
- U, tu non ti permettere, hai capito? Mo' ti piglio a calci che non ti faccio sedere mai pi! Amitra', mollalo un momento e fammi sentire che dice. Poi sbattilo in galera per un mese, cos vediamo chi mette paura a chi!
Il ragazzino si massaggi il collo guardando truce la guardia che non lo perdeva d'occhio.
- E gi, vi credete che sono fesso? Voi in galera non mi potete mettere perch io non ho fatto niente. Sono venuto solo perch devo dare un messaggio a questo tale brigadiere Maione Raffaele, e mi hanno pagato. Se no mo' venivo a sentire la puzza che ci sta qua dentro!
Maione avanz torreggiando sul bambino, che peraltro non diede segni di timore.
- E vuoi vedere che io, invece di metterti in galera, ti faccio nuovo nuovo di mazzate? Poi dico che sei caduto per le scale mentre ti inseguivamo perch ti eri introdotto in questura senza fermarti all'altol di Amitrano. Su, facciamo una scommessa?
Il tono sommesso e l'espressione decisa, pi che le dimensioni, convinsero il ragazzo a non tirare di pi la corda.
- Insomma, siete voi il brigadiere Maione Raffaele? Maione assent, sfiduciato.
- S. E secondo me so pure chi mi manda il messaggio.
Comunque parla, su.
Il ragazzino tir il fiato e declam:
- Caro brigadiere, vi vuole chi sapete voi nel posto che sapete voi. Che sarebbe quel posto non dell'ultima volta, che ci stava un cameriere che mo' non  di turno, ma quell'altro posto, dove vi vedeste quella volta che pioveva. Chi sapete voi la riconoscerete subito, perch come al solito  la pi bella di tutte. Vi aspetta con ansia. Per mi raccomando, se ci sta qualcuno davanti fate finta di non conoscerla, perch se no siete nei guai tutti e due.
La tiritera era stata recitata come fosse una poesia di Natale, con voce alta e precisa. Il ragazzino era stato ben indottrinato.
Amitrano, valutando l'ipotesi di un appuntamento galante del proprio superiore, fece una faccia furba e ammiccante; poi, di fronte alla chiara determinazione a ucciderlo del brigadiere, deglut e rivolse lo sguardo alla parete per non distoglierlo pi.
Maione si rimise dalla sorpresa.
- Guaglio', io non so chi ti manda n perch, e non ho capito niente di quello che hai detto. Quello che ti posso garantire  che Amitrano, qua, ti tratterr fino al mio ritorno, e che se non mi piace quello che trovo dove vado, e ho idea che sicuramente non mi piacer, allora passerai un tale brutto quarto d'ora che per tutta la vita, quando capiterai da queste parti, farai il giro largo per non vedere neanche il portone. Mi hai capito bene?
Il ragazzino si produsse in un perfetto saluto militare, battendo sul pavimento la pianta del piede indurita come una suola.
-'Gnors, comandante! - disse e, voltatosi con repentina agilit, usc dalla stanza passando in pratica tra le gambe di Amitrano, ancora concentrato su un punto del muro in cui non c'era nulla.
- Ma che fai, cretino? - url Maione alla guardia. - Prendilo, no?
Quello si riscosse e si lanci nell'inutile inseguimento rovesciando goffamente il tavolino su cui c'era la brocca del surrogato, che si spacc imbrattando il pavimento.
Una voce giunse nitida dal cortile.
- Brigadiere Maione Raffaele!
A seguire, un lungo, forte e modulato pernacchio che squarci l'aria della prima sera.
Maione si pass una mano sul volto e mormor:
- Madonna santa quanto la odio questa citt. Quanto la odio.
Poi, stancamente, si avvi verso il posto che sapeva lui, che non era quello dell'ultima volta.

Il minuscolo caff all'angolo del vicolo che si inerpicava lungo i Quartieri Spagnoli aveva, come tutti i poliziotti sapevano, una stanzetta sul retro. L il proprietario del bar, che tutti chiamavano Peppe ma di cui nessuno conosceva il vero nome e cognome, ospitava qualsiasi attivit non si potesse troppo esibire all'esterno.
Qualche volta ci si giocava a carte, altre a dadi; ci dormivano saltuariamente persone che non volevano farsi vedere in giro e vi si incontravano amanti che non potevano, per varie ragioni, usufruire di una delle tante, piccole pensioni in centro. Ci andava chi voleva ubriacarsi in solitudine, per poi vomitare nel cortile interno e addormentarsi sulla branda. Peppe consentiva l'uso promiscuo dell'ambiente perch era una brava persona, e garantiva che l dentro non accadesse nulla di pericoloso o grave o penalmente rilevante. Il suo caff era sopraffino e da lui si poteva discutere fino a notte fonda delle gesta e delle imprese della squadra di calcio della citt, neonata ma spasmodicamente seguita da sempre pi larghe fasce della popolazione.
Maione aveva subito capito che lo scugnizzo, nella sua oscura filastrocca, si riferiva a quel luogo; era dove il personaggio che riteneva fosse il mittente del messaggio lo aveva incontrato attendendolo sotto la pioggia nell'autunno precedente, quando stava indagando sulla morte di un
povero orfanello, subito prima dell'incidente che aveva coinvolto Ricciardi.
Il ricordo gli port alla mente la signora Rosa. Incredibile come, pur avendola incontrata poche volte, mancasse anche a lui; non osava immaginare che sofferenza quotidiana accompagnasse il superiore, cos poco incline alla condivisione delle emozioni.
Entrando nel locale lanci un'occhiata interrogativa al proprietario, impegnato dietro al banco ad asciugare le tazze con uno strofinaccio. L'uomo si strinse nelle spalle con una comica espressione di perplessit e fece un cenno verso la porta che dava sulla famosa stanzetta. Maione si guard attorno un po' furtivo e si infil chiudendo il battente dietro di s.
L'ambiente era spoglio, con un tavolino, quattro sedie, un pagliericcio e alcune casse di legno vuote ammucchiate vicino alla parete. Al centro, vestito con un lungo abito nero, un cappello dello stesso colore e un velo a coprire il volto, c'era Bambinella. Lo sguardo meravigliato del brigadiere fu catturato da un paio di scarpe di vacchetta, dal tacco vertiginoso, di un rosso talmente vivace che sembrava illuminato dall'interno.
- E io lo sapevo che eri tu. Ma come ti sei combinato?
Bambinella alz il velo con un gesto aggraziato delle grandi mani guantate.
- Le scarpe, eh, brigadie'? Mi tradiscono,  overo? Lo so, avrei dovuto mettere qualcosa di pi sobrio, ma che devo fare, io scarpe semplici non ne tengo, e poi non ho resistito: il vestito nero con le scarpe rosse  troppo bello! E ci ho messo una biancheria che...
- Io mo' ti strangolo qua dentro, - lo interruppe Maione, - cos ci leviamo pure il pensiero di questo posto dove succedono troppe cose strane, lo facciamo chiudere e piantiamo una lapide fuori per ricordare il meraviglioso giorno che quel santo di Maione strozz Bambinella! Insomma, mi hai preso per uno di quei poliziotti che pigliano la mazzetta per farvi lavorare? Lo sai o no che io tengo una reputazione? Mi mandi a chiamare da un disgraziatello scostumato che mi prende a pernacchi in questura, mi fai venire in questo posto lercio e mi racconti pure dello schifo che ti metti addosso?
Bambinella fece un risolino vezzoso, di gola.
- Uh, Gioacchiniello si  comportato male? Mi dispiace, brigadie', ma quello il bambino tiene pure le ragioni sue ad avercela un poco con voi, gli avete arrestato il padre, tre fratelli e pure il nonno, capite bene che sono cose che ti fanno mal disporre.
- E allora, quando lo vedi, digli che  mia intenzione riunirlo presto alla famiglia: belli stretti stretti al riparo dalla pioggia e dal sole, a spese dello Stato. E mo' dimmi che vuoi, velocemente, che qualcuno chiss cosa si pensa a saperci qua dentro da soli.
Bambinella si mise una mano sul petto.
- E vero, che emozione, la nostra prima alcova, brigadie'! Mannaggia, se non mi fossi fidanzata vi proporrei di fare in modo che avessero ragione a...
Maione si lasci cadere su una sedia, sfiduciato.
- Sai una cosa? Mi hai convinto, Bambine'. Mo' mi sparo io. Non ce la faccio pi a continuare cos, e secondo me pure se ti ammazzo vieni a perseguitarmi in qualche modo, magari in sogno.
- Quanto siete romantico, allora mi sognate! Ma che brutti pensieri, brigadie'. La vita  cos bella, piena d'amore e di felicit, sentite a me, non vi sparate. Piuttosto, vi devo dare qualche notizia interessante, per questo ho pensato di venire io da voi e non farvi fare la salita fino a casa mia, che  pure pericoloso perch il fidanzato mio, non so se ve l'ho detto,  geloso e...
- Per carit, me l'hai detto, s. Allora che notizie tieni, si pu sapere?
Bambinella prese a sua volta una sedia e si sedette di fronte a Maione, accavallando le gambe con un movimento aggraziato.
- Allora, sentitemi bene: questo Roccaspina, il conte che si  accusato del delitto, non  una cattiva persona. S, tiene il vizio del gioco e si  mangiato tutto il patrimonio, praticamente ha fatto la fortuna di ogni tenutario di giochi di carte della citt e di tutti gli allibratori di scommesse sui cavalli, e deve dare un sacco di soldi a moltissima gente, ma altri vizi non ne ha.
Maione fece una smorfia.
- Mi pare un bel vizio gi questo, no? Che altro deve combinare, uno, per sentirsi chiamare vizioso?
- E no, brigadie', non mi cadete proprio voi su queste cose. Normalmente chi ha un vizio ne tiene pure altri, perch non tiene principi o pi facilmente li ha tolti di mezzo. E allora va a femmine, beve, fuma oppio e cos via. Io, quando facevo il mestiere, tenevo tanti clienti che venivano da me quando uscivano dalle bische o perch si volevano consolare di aver perduto o per spendersi i soldi che avevano vinto. Questo Roccaspina, invece, una volta finiti i soldi, cosa che succedeva spesso, se ne tornava subito a casa. E qua viene l'interessante.
- Cio?
- A casa sua ci sta la moglie, una donna bellissima che una volta era famosa in tutta la citt per essere, nell'ambiente suo, la pi desiderata. Donna seria per, nessun amante, e credetemi che se ci fosse stato lo avrei saputo. Mo' una compagna mia che lavora da un dottore l vicino  amica della serva di questa signora, che pure se non la pagano pi da anni  rimasta con loro perch non sa dove andare;  anziana e poi  pure affezionata alla signora perch se l' cresciuta. Figuratevi che...
Maione emise un sordo rumore che Bambinella interpret correttamente.
- Insomma, lei tiene un corteggiatore. Uno importante che si fa accompagnare con una macchinona con l'autista, un certo duca Marangolo di Nonsocosa, che ogni tanto arriva, svacanta una tonnellata di fiori e aspetta nell'anticamera finch lei gli fa dire che tiene mal di testa; allora se ne va con la coda in mezzo alle gambe. Pare che era stato l proprio la sera quando  successo il fatto; mo' non saprei se questa informazione vi pu servire, ma  l'unica cosa un po' strana che ho saputo di quella casa. A parte il fatto che Roccaspina, da qualche tempo, usciva di casa alle sette e mezza ogni mattina; quando la serva sua gli ha chiesto dove andava, ha risposto che si recava a messa a chiedere la grazia di vincere una bella somma per mettere a posto i fatti suoi. La cameriera pensa che  vero, perch dice che lui crede molto al malocchio e alla fortuna, la gente che tiene il vizio del gioco a quello ci crede sempre assai.
Maione ascoltava concentrato.
- E su Piro, hai saputo qualcosa?
Bambinella intrecci le lunghe dita.
- L  stato pi semplice, a Santa Lucia ci stanno un sacco di compagne mie a servizio. E poi nel palazzo a fianco a quello di Piro ci sta un casino privato dove ci lavorano sette ragazze e pure un paio di concorrenti: dovete sapere che servono perch ci sta qualche cliente che gli piace mettersi sotto al letto mentre... Va be', e che maniere per, brigadie', voi mi spezzate il braccio, io sono delicata! E comunque, quello prestava i soldi. Il suo ufficio era tutto un viavai di gente dell'alta societ, uomini insospettabili. Una ,delle puttane tiene un cliente fra quelli: dice che Piro li minacciava di far sapere in giro che stavano rovinati. Li ricattava, insomma.
- E dal punto di vista personale, si sa qualcosa? Che so, relazioni, amanti...
Bambinella scosse il capo.
- No, no. Quello era uno che pensava solo al denaro, brigadie'. La moglie  una triste, con una faccia appesa che la morte del marito non l'ha cambiata manco un poco, e la figlia  una guagliuncella che sta crescendo, un poco pi vispa della mamma, con la quale ogni tanto litiga, ma sempre una ragazzina di buona famiglia; il figlio invece  un creaturo, un bambino. Una casa tranquilla, ma in giro non ci sta molta gente che ha pianto per la morte di Piro, era proprio un fetente.
Il brigadiere rifletteva. Confrontava le confidenze di Bambinella con le impressioni che aveva ricavato dalla visita in casa della vittima.
- Se  gente tranquilla, com' che ci sono tutte queste chiacchiere. Chi ti ha detto che carattere tiene la moglie o la figlia o...
- Diciamo che  stata fortuna. Una delle ragazze che lavora nel casino se la intendeva con l'autista. A gratis, ch quello non teneva soldi e non si poteva permettere certe cifre. Insomma, questo autista ci raccontava qualcosa all'amica mia, tutto qua. Mo', per, non le pu pi far sapere niente, perch l'hanno licenziato.
- Come, l'hanno licenziato?
Bambinella si strinse nelle spalle.
- Be', brigadie', quello l'avvocato strozzino  morto e l'autista non serve pi tanto. E poi gli hanno detto che invece servono i soldi, adesso, e che non se lo possono permettere, ma secondo lui sono ricchissimi comunque e la macchina non se la sono venduta, quindi per forza hanno bisogno di un autista. Insomma, dice peste e corna di loro, anche perch non ha pi scuse con la moglie e non si pu vedere con l'amica mia. Lei  dispiaciuta, perch dice che lui, l'ex autista, tiene un bel...
Maione scatt in piedi.
- Va be', Bambine', se non c' altro me ne vado. Fammi il piacere, continua a tenere le orecchie aperte su questo fatto.
Bambinella si alz, lisciandosi il vestito.
- S, per eventualmente dobbiamo cambiare posto, brigadie'. Il fidanzato mio tiene un sacco di amici, e se mi vedono uscire insieme a voi tutta spiegazzata chiss che gli vanno a dire. Una volta che mi devo far sfregiare, almeno dev'essere per qualcosa che  successo davvero, non vi pare?
E rise col suo solito nitrito.


28.

Aveva riflettuto a lungo, prima di prendere l'iniziativa. Si trattava di assumersi la responsabilit di un grosso rischio, e il rischio, gli avevano sempre detto, era qualcosa da evitare. Assolutamente.
Tuttavia era davvero preoccupato. In fondo, rifletteva, l'incarico che gli era stato dato era molto preciso. Per quanto possibile e, ovvio, nella massima riservatezza, doveva fare in modo che la signora Vezzi Lucani Livia non corresse pericoli e stesse bene.
Non era un incarico come gli altri, di questo Falco era consapevole. In genere sorvegliava individui sospettati di essere sovversivi o delinquenti, o entrambe le cose. E allora erano lunghi appostamenti su una panchina con un giornale in mano, al sole; all'angolo di un vicolo con un ombrello aperto sotto la pioggia; su un ponte, il cappello tenuto con entrambe le mani per impedire che il vento se lo portasse via. Sempre in attesa che un portone si aprisse e ne uscisse qualcuno per annotare un orario su un taccuino e infine tornarsene a casa, maledicendo il giorno in cui avevi accettato un determinato cambio di sede o di funzione.
Un lavoro come un altro, si diceva Falco. Sapeva bene quanto fosse falsa, nel suo caso, quella frase fatta, ma gli piaceva immaginare di poterla dire. No, non era un lavoro come un altro, e pi passavano i giorni, i mesi, gli anni, meno lo era.

Occuparsi di Livia era stato strano fin dal principio. Quando il suo superiore lo aveva chiamato per affidargli il compito, gli era parso quasi imbarazzato. Era entrato nell'ufficio, una stanza anonima nel retrobottega di un negozio, di ceste nella fattispecie, ma la merce cambiava ogni giorno, credendo che sarebbe partito per sorvegliare un gruppo di confinati sospettati di voler costituire un'associazione contro il partito. Era consapevole, Falco, di essere tra gli agenti migliori: apprezzato e stimato, tutte le precedenti missioni portate a termine con assoluta precisione e puntualit, senza esagerazioni e soprattutto mantenendo una completa riservatezza. Falco, si diceva nell'ambiente, era affidabile, discreto e invisibile. L'ultima questione di cui si era occupato aveva portato all'arresto di otto persone che sembravano non avere tra loro alcun contatto, e che invece si scrivevano e si riunivano perfino, partendo dai piccoli paesi dove abitavano per incontrarsi in citt. Un successo di una discreta rilevanza, alla fine di un certosino lavoro di appostamenti e ricerca di riscontri durato un anno e mezzo. Si aspettava perci che quell'ometto senza nome e senza et, anonimo e di pochissime parole, perfettamente dimenticabile se non per una cicatrice sulla fronte che ricordava una virgola e gli occhi piccoli e vispi che saettavano di continuo da un lato all'altro della stanza, avesse in serbo per lui qualcosa di importante, di molto importante.
Ricordava quella sera. Gli era arrivato il biglietto di convocazione nella casella di posta fissata, un ambulante di dolciumi in Villa al quale aveva chiesto un palloncino colorato ottenendo in risposta uno sguardo intenso e un fuggevole gesto di consapevolezza, dopodich si era ritrovato da solo al cospetto dell'uomo senza nome. Senza preamboli e senza mai guardarlo in faccia, questo gli aveva riferito brevemente la soddisfazione di Roma per l'ottimo lavoro.
Falco aveva avuto l'impressione che il superiore gli facesse quei complimenti malvolentieri, il che gli aveva provocato un sottile brivido di piacere. Quel velato fastidio poteva significare solo che l'ometto dalla virgola sulla fronte si sentiva insidiato da lui nella sua posizione.
Poi gli aveva spiegato il nuovo incarico.
Dapprima Falco non aveva creduto alle proprie orecchie, e aveva faticato a mantenere la proverbiale impassibilit: era l'ennesima prova alla quale lo stavano sottoponendo, si era detto. Aveva sentito di molti colleghi che avevano avuto la carriera stroncata per aver discusso un ordine o una strategia. Perci aveva annuito, ringraziato e si era disposto all'ascolto.
Una cantante anzi, una ex cantante, vedova di un grande tenore. Che si trasferiva in citt perch infatuata addirittura di un poliziotto, un commissario strano sotto sorveglianza da tempo, uno che operava spesso fuori dagli schemi, ma sul quale, come aveva letto dai rapporti, non emergeva nulla di anomalo se non una sospetta solitudine e la mancanza di qualsiasi vizio.
La donna doveva essere protetta, gli aveva spiegato il superiore, era molto cara a persone ai massimi livelli e non doveva correre alcun rischio. Si rendeva conto della singolarit della cosa, per gli avevano raccomandato che a occuparsene fosse uno dei migliori. Falco aveva cercato di capire se ci fosse dell'ironia in quelle parole, ma al solito non ne aveva trovata. Aveva preso gli scarni dati trascritti su un unico foglio e il fascicolo della donna, se n'era andato con un saluto freddo e formale e aveva passato la notte a studiare, aggrappandosi a quell'unica frase: molto cara a persone al massimo livello. In seguito avrebbe scoperto che Livia era tra le amiche pi intime della figlia del duce.
Era rimasto nell'ombra, come prescritto, a sorvegliarne il trasferimento e l'impianto della casa. Aveva costruito attorno a lei una rete di protezione affinch non le capitasse nulla di male in una citt che non era mai come sembrava. Poi, a seguito di alcune circostanze imprevedibili, era stato costretto a chiederle un contatto diretto.
Era una cosa che, se possibile, andava evitata. La stessa esistenza dell'organizzazione, ancorch se ne parlasse molto e in termini sempre pi circostanziati, non doveva essere mai rivelata, tantomeno a chi era oggetto di sorveglianza. Ma in quel caso Falco aveva dovuto ottenere la collaborazione della donna, per evitare che si mettesse nei guai.
Ci ripensava ora, mentre saliva la rampa di scale del magnifico palazzo in cui Livia aveva scelto di abitare. Ripensava a quell'incontro e all'emozione che era riuscito a nascondere sotto la consueta impassibilit solo in virt del lungo esercizio e dell'addestramento al quale era stato sottoposto.
Prima di allora l'aveva osservata perlopi da lontano, tranne in qualche episodio, al teatro o per strada, fingendo di incrociarla per caso o prendendo un posto in un palco attiguo. E l'aveva studiata sulle innumerevoli fotografie scattate dai giornali in occasione di ricevimenti, inaugurazioni o prime rappresentazioni, ritratta insieme ad alte figure del Fascio. Sapeva chi era, e credeva di sapere com'era.
Poi se l'era ritrovata davanti.
La bellezza, pensava Falco mentre suonava alla porta, finch non ce l'hai davanti non puoi definirla. La bellezza  una questione di piccole mosse dei muscoli, di un battito di ciglia, di un movimento delle dita. La bellezza, pensava Falco, si sposta nell'aria come le onde radio, e se stai lontano non puoi percepirla per quella che . La bellezza ti arriva in petto come un colpo improvviso, e il suo ricordo produce un'eco con cui, dopo, bisogna fare i conti per sempre.
Falco era diventato ben lieto di quell'incarico, all'inizio vissuto come un purgatorio professionale, dopo che aveva conosciuto Livia. Dopo che le sue narici avevano inalato quello strano profumo e i suoi occhi avevano incrociato quello sguardo nero e profondo, seguendo poi i contorni morbidi e flessuosi di un corpo statuario, promessa di un paradiso inaccessibile.
Gli era stato naturale, da quell'istante, proteggerla. Ed era ogni volta un piacere vederla e parlarle. Tuttavia ebbe coscienza di un sentimento pi denso solo quando la sent cantare.
Amava molto la musica, era la sua sola debolezza. L'unico messaggio di bellezza che gli arrivava da un passato che aveva dovuto dimenticare, ma senza eccessivo rimpianto. Ricordava di avere assistito a un'opera dove Livia era fra gli interpreti, ma nell'occasione non aveva sentito tremare il petto come quando, sulla terrazza della casa in cui aspettava di entrare, aveva ascoltato la voce di quella donna meravigliosa modulare una canzone che non era mai stata cantata prima. Era stato allora che il suo vecchio cuore indurito aveva saltato un battito, per poi mettersi a galoppare impazzito; era stato allora che aveva provato per la prima volta una sensazione di smarrimento e innocenza, turbamento e debolezza; era stato allora che, quasi incredulo, aveva sentito gli occhi appannarsi di lacrime.
Erano passati due mesi. Due mesi in cui aveva dovuto confrontarsi con la consapevolezza di un sentimento nuovo, con ogni probabilit in contrasto con il proprio incarico. Due mesi in cui aveva cercato di trovare un precario equilibrio tra la professione e il suo essere uomo. Limitando il desiderio di pi frequenti occasioni di incontro, concentrandosi sull'espressione di vago disgusto di Livia ogni volta che se l'era trovato davanti. Impegnandosi per convincerla, un po' alla volta, che voleva soltanto proteggerla, tenerla lontana dai pericoli in cui lei stessa e le sue fragili emozioni potevano metterla.
Tutto nella consapevolezza livida e sofferente che lei amava un altro. Un altro che senza un perch si manteneva irraggiungibile, forse a sua volta innamorato di un'altra persona.
E ora una ricerca fatta solo per compiacere Livia, una semplice indagine che doveva essere di mera routine lo aveva messo di fronte a qualcosa che mai avrebbe immaginato. In via indiretta, e molto marginale, il lavoro per proteggere Livia aveva finito per incrociare la presenza in citt di una probabile spia militare tedesca.
Il fascicolo era secretato e il suo ufficio non era ancora stato investito della questione, ma gli occhi e le orecchie allenati di Falco non potevano cadere in errore. Il maggiore von Brauchitsch, appena insediato come funzionario culturale al consolato di Germania, aveva una segnalazione di massima allerta ed era gi stato sottoposto a sorveglianza riservata ventiquattr'ore al giorno; e intratteneva da un mese e mezzo una fitta corrispondenza con la ragazza che abitava proprio accanto a Ricciardi, la stessa che era stata amica della defunta governante Rosa Vaglio e che era con ogni probabilit oggetto delle attenzioni del commissario.
Questa novit, se da un lato rendeva pi complicato proteggere Livia, un cui eventuale contatto col tedesco poteva avere conseguenze di portata non valutabile, dall'altro apriva per Falco interessanti spiragli. Non sarebbe certo passata inosservata l'assunzione da parte sua di informazioni sull'uomo, su ci che faceva e su chi frequentava. Uno dei suoi, per esempio, aveva appena saputo che il maggiore era stato da un fioraio e che aveva inviato un bouquet di rose alla madre di Enrica. Il biglietto di accompagnamento preannunciava una visita per quella sera, come rivelato dal commerciante, che per una fortunata ma non rara circostanza era anche un informatore dell'organizzazione.
Falco aveva in mente di stilare un rapporto in cui informava i superiori di aver trovato un canale attraverso il quale avrebbe potuto osservare pi da vicino i movimenti di von Brauchitsch; una modalit discreta e laterale, ma al tempo stesso pi ravvicinata dei semplici appostamenti o dell'intercettazione della corrispondenza. Questo gli avrebbe fatto guadagnare un'inattesa visibilit, consentendogli un avanzamento nelle misteriose gerarchie della sua struttura.
Prima per doveva essere certo che Livia fosse consapevole dei rischi cui andava incontro essendo anche solo indirettamente vicina ai movimenti del maggiore. Quel Ricciardi era decisamente un pericolo, sia in un senso sia nell'altro. Poteva impedire il consolidamento del rapporto del maggiore con Enrica, se solo avesse chiesto alla ragazza di non vederlo pi, oppure diventare un ostacolo insuperabile nell'avvicinamento dello stesso Falco a Livia, se invece avesse deciso di accettare le attenzioni della bella cantante. Sarebbe stato utile, opportuno e piacevole trovare il modo di liberarsi di lui, magari per sempre.
In questa prospettiva aveva disposto di intensificare la sorveglianza del poliziotto. Magari sarebbe saltato fuori un appiglio per sbatterlo in galera, o per mandarlo al confino da qualche parte. Mai perdere le speranze.
Clara, la cameriera di Livia, apr la porta; al posto del solito bel sorriso esibiva per un'espressione interdetta, triste. Falco ebbe addirittura l'impressione che avesse pianto. Chiese se fosse tutto a posto, e la ragazza scosse il capo, le labbra tremanti, incapace di parlare.
L'uomo si spavent. Era forse accaduto qualcosa di male a Livia? Sempre in silenzio, Clara lo introdusse direttamente nel salotto, immerso nella penombra della sera. Di solito la ragazza era ciarliera e per liberarsene bisognava dirle in modo chiaro che poteva andare. Stavolta, invece, sembrava aver fretta di lasciarlo solo. Scapp via senza nemmeno accendere la luce.
Falco allung la mano verso l'interruttore, ma una voce graffiata proveniente dal buio lo prevenne. - No, per favore.
Aguzz gli occhi e vide la sagoma di Livia, sdraiata sul divano. L'aria era impregnata dell'odore di fumo e alcol; d'impulso and alla finestra e l'apr, lasciando le tende accostate. Livia ebbe un accesso di tosse.
- Che avete, signora? State male?
Livia non rispose. Canticchiava, la voce impastata, una cantilena irriconoscibile. L'uomo si rese conto che era ubriaca.
Accese la lampada che stava su un tavolino. Livia era in veste da camera, aperta sul davanti, macchiata di liquore. A terra, vicino a lei, c'erano un posacenere pieno e due bottiglie: una rovesciata, che aveva creato una piccola pozza di liquido sul tappeto, l'altra semivuota. Alla fine del braccio disteso nel vuoto una mano reggeva, in precario equilibrio, un bicchiere.
- Eccovi, caro Falco, l'uomo senza faccia e senza nome. Vi hanno mandato per riportarmi a Roma, vero? Vi hanno chiesto di raccogliere i pezzi di questo rottame di donna,  cos?
Pur nell'evidente stato di ubriachezza, pur discinta e sporca, pur triste e avvilita a Falco parve affascinante e bellissima. Percep il suo bisogno di aiuto. Il malessere le conferiva una debolezza che lo inteneriva ancora di pi.
- Signora, voi siete tutt'altro che un rottame. Venite, mettete gi questo bicchiere. Da quanto tempo siete qui? Avete mangiato qualcosa?
La sollev a sedere, sostenendola. Lei lo lasci fare, poi cominci a piangere, piano. A poco a poco i singhiozzi aumentarono, incontrollati, quindi decrebbero, sfociando in un flusso ininterrotto di lacrime che rigavano il volto impiastricciato di trucco sfatto. Sembrava una bambina inconsolabile.
- Vi prego, signora, ditemi che cosa  successo. Qualcuno vi ha...
Livia spalanc gli occhi su di lui come se lo vedesse per la prima volta. Poi disse, la voce sibilante e aspra:
- S. S. Qualcuno mi ha fatto del male. Qualcuno mi fa del male, mi ferisce, mi strazia, mi uccide. Se volete difendermi, se volete salvarmi, se  vero che mi proteggete dovete toglierlo per sempre dalla mia vista.
- Signora, ma che...
- E un invertito. Un maledetto pederasta, un omosessuale. Non gli interessano le donne perch preferisce gli uomini. E evidente,  questo il motivo. E io stupida, stupida, stupida che non l'avevo capito.
Le parole caddero tra loro come gocce di una pioggia rovente. Falco taceva, la mano sotto il braccio di lei. Sentiva il suo respiro di tabacco e alcol. S, era ubriaca, decisamente, ma che importava, in fondo?
- Ne siete certa, signora?
Lei annu, pi volte. Poi scoppi di nuovo in lacrime, sussultando nel fazzoletto che lui le aveva sporto.
Falco, quasi tra s, mormor:
- Questo spiega tutto. Non preoccupatevi, signora, ci sono qua io a proteggervi.

29.


Maione e Ricciardi avevano appena finito di scambiarsi le notizie raccolte nella giornata. Concordarono che, con gli elementi a disposizione, era difficile sostenere l'ipotesi che a uccidere Piro fosse stato qualcun altro e non il conte di Roccaspina.
- Fatemi capire, commissa': lui ammette di averlo ammazzato e conferma la confessione, ma vorrebbe uscire di l il prima possibile. E perch questo a voi vi pare strano?
Ricciardi camminava avanti e indietro nella stanza.
- Perch tutto sommato, al di l della lite del giorno prima e della sua confessione, non esistono prove che sia stato lui. Come saremmo risaliti a lui? Poteva anche godere della testimonianza della moglie, che asserisce come sai che era a casa, quella notte.
- E quindi?
- E quindi, se non vuoi stare in galera, perch ci vuoi andare?
Maione, seduto sulla solita sedia, rifletteva.
- Uno tiene pure una coscienza, commissa'. Forse il conte ha pensato: se non mi faccio avanti, in galera ci va qualcun altro al posto mio. Bambinella mi ha detto che in fondo Roccaspina, a parte la fissazione del gioco,  una brava persona. Forse sul momento non era cos lucido da capire che perdeva la libert per un sacco di tempo.
Ricciardi scosse il capo.
- A me  sembrato abbastanza lucido, a dire la verit. Non so,  come se mi sfuggisse qualcosa.
Il brigadiere seguiva il filo dei pensieri alla luce delle informazioni ottenute da Bambinella.
- A me mi pare pure strano questo licenziamento dell'autista, cos all'improvviso. Va bene che il morto era morto e quindi non si doveva pi scarrozzare a destra e a sinistra, ma  pure vero che persone cos stanno attente a cumparire, a far sembrare a tutti che sono ancora ricche, che non  successo niente. Altrimenti alla guagliona chi se la sposa pi? Forse lo dovremmo sentire, a questo autista. Magari qualche notizia ce la d.
- D'accordo, domani sentiamo pure l'autista. Il problema  che si tratta di una cosa ormai vecchia, che tutti ritengono chiusa. E' difficile trovare disponibilit a ricordare ancora. Io per esempio vorrei anche capire meglio la nostra committente, la contessa. Questo corteggiatore, il duca Marangolo, che ci faceva a casa Roccaspina la sera del delitto? Una coincidenza un po' strana.
Prima che Maione potesse ribattere, si apr la porta senza che nessuno avesse bussato.
- Ma qua c' gente che lavora nonostante sia sera. Bene! Mi complimento molto. Vuol dire che in questa citt, come io vado sostenendo, non  vero che ci siano solo lavativi!
Maione, che dava le spalle all'entrata, balz in piedi facendo cadere il berretto, poi lo raccolse con una sommessa imprecazione e calzandolo prima al contrario poi dritto.
- Buonasera, dottor Garzo, - disse Ricciardi. - Non credevo ci fosse ancora qualcuno a quest'ora, stavamo riassumendo l'ordine di servizio di domani.
L'uomo aveva il soprabito sul braccio, il che tradiva che se ne stava appunto andando via. Si pass il dorso della mano sui sottili, curatissimi baffi con un gesto diventato famoso in questura e per il quale tutti lo dileggiavano in segreto.
- Certo, certo. Perch come tutti sappiamo bene, ogni cosa  sotto controllo e non ci sono indagini di una certa gravit in corso. E cos, no?
Garzo, il diretto superiore di Ricciardi, aveva il compito di coordinare le attivit investigative della pubblica sicurezza. Tronfio e presuntuoso, amava credere di governare la situazione. In realt era burocrate abilissimo nelle relazioni coi superiori, ma del tutto incapace nello specifico lavoro di polizia.
Maione e Ricciardi ne avevano una totale disistima, che faticavano a nascondere.
- Certo, dottore. Tutto in ordine.
Garzo annu ancora, poi, ammiccando dietro le lenti da miope, disse:
- E tuttavia ancora si riceve, vedo. Forse il brigadiere dovrebbe lasciarvi solo, Ricciardi, giacch avete visite. Ricciardi e Maione si guardarono.
- No, dottore, non attendo nessuna visita. Ci stavamo salutando, abbiamo finito il turno e...
Garzo fece una smorfia che voleva essere un sorriso furbo, e invece fu un sorriso idiota.
- Allora vi informo che, se voi non attendete nessuno, qualcuno attende voi. C' una signora velata seduta qui fuori. Maione scambi un'occhiata con Ricciardi e si avvicin alla porta. Il commissario finse di ricordare all'improvviso, battendosi il palmo sulla fronte.
- Che stupido. Si tratta di una visita personale, dottore. E' un'amica che...
Garzo assunse la faccia dell'uomo di mondo.
- Ricciardi, Ricciardi. Capisco. Ma mi raccomando, l'ufficio  una cosa seria: non fatemi sentire lamentele su chi ricevete nella vostra stanza, potrebbe vedervi qualcuno molto meno indulgente del sottoscritto. Siccome il periodo  tranquillo, chiedetemi al limite di uscire prima, se avete in programma... un incontro. D'accordo?
Ricciardi respir a lungo, con metodo, contando fino a dieci.
- Grazie, dottore. Si tratta soltanto di una notizia che devo ricevere, ve lo assicuro, altrimenti non avrei...
Garzo allarg il sorriso.
- Basta cos. Ci siamo intesi. E prometto sul mio onore che non dir nulla a nessuno, soprattutto alla vedova Vezzi. A domani: stasera ho teatro.
Usc come una nave da un porto, soffermandosi un attimo sulla soglia per lanciare un ultimo sguardo curioso alla misteriosa visitatrice che Maione stava accompagnando nell'ufficio.
Quando la porta si chiuse Ricciardi si rivolse alla donna.
- Contessa, non  una mossa intelligente continuare a venire qui. L'uomo che avete visto uscire pu sospenderci dal servizio in un attimo, impedendoci di continuare a indagare su un delitto che per la pubblica sicurezza  ormai chiuso da mesi. Credevo di essere stato chiaro, su questo punto.
Bianca sollev il velo e fiss tranquilla Ricciardi.
- Buonasera anche a voi, commissario. Mi scuso, non mi ero resa conto della clandestinit dei nostri incontri. Ingenuamente pensavo che una cittadina avesse il diritto di godere dell'appoggio della polizia, se si tratta di fare luce su un delitto che  ancora pieno di ombre.
Ricciardi accus il colpo. Era stato maleducato.
- Chiedo scusa, contessa. Buonasera. Avete ragione, avreste diritto a ben altra soddisfazione, ma come sapete l'istruttoria  stata chiusa e...
Maione tossicchi strisciando lo scarpone sul pavimento, come faceva sempre quando voleva attirare l'attenzione.
- Commissa', scusate se vi interrompo, ma forse  meglio se accompagnate la signora fuori dal palazzo. Quell'imb... Il dottor Garzo, magari, si fa venire la voglia di tornare indietro per vedere se stiamo ancora qua, e allora potrebbe chiedere spiegazioni.
Ricciardi annu.
- Hai ragione, Raffaele. Venite, signora. Parleremo per strada.

30.

La serata di settembre invogliava a passeggiare e per la strada la gente si attardava davanti alle vetrine dei negozi, che nella prospettiva di prolungare la giornata di vendite tardavano la chiusura.
Ricciardi camminava con la contessa di Roccaspina al suo fianco verso la grande piazza dove tutti rallentavano per godersi la brezza che saliva dal mare. Sembravano una delle tante coppie impegnate a conoscersi meglio, ma il tenore della loro conversazione era ben diverso da quello che ci si sarebbe aspettati vedendoli.
- Allora, commissario, oggi avete incontrato l'avvocato, mi pare. E avete anche... Siete stato a Poggioreale?
- S, signora, - rispose Ricciardi. - Ci sono stato. E devo confessarvi che ho le idee ancora pi confuse.
Bianca entra nella grande sala dei colloqui e si siede al di qua della spessa grata metallica. Al suo fianco una donna magra che tiene un bambino sulle ginocchia. Il bambino piange.
- Come... come sta?
C' tanta gente. Tutti i posti sono occupati. Ci sono donne, perlopi, e bambini; ma anche vecchi, vecchie. Qualcuno si asciuga nervosamente le lacrime, altri ridono come se si trovassero a proprio agio.
- Non so dirvi, signora. Certo l'aspetto non era dei migliori.
Bianca stringe le mani nei guanti consumati, sentendosi in colpa perch vorrebbe essere fuori da l, non esserci mai venuta. Cominciano a entrare i detenuti condotti dalle guardie.
- Quel posto. Quel posto ...  terribile, non vi sembra?
C' un tanfo insostenibile. Fumo, muffa. Sporco. Sudore, corpi, umori. Bianca si preme un fazzoletto sul naso, aspirando il profumo per difendersi. Si accorge che molti la osservano in tralice, malevoli, perch  un'intrusa, una strana, incongrua intrusa che non ha niente a che fare con quel luogo, che non condivide nulla con nessuno di loro. E invece.
- S. S, lo capisco. Anche se io sono entrato con l'avvocato, quindi immagino che sia diversa la situazione per... peri familiari, intendo. Credo, almeno.
Bianca osserva i detenuti che allungano la mano, toccano la grata, cercano di sfiorare almeno i polpastrelli dei familiari attraverso la rete arrugginita. Le guardie tollerano, fissando altrove gli sguardi annoiati. Per ultimo entra Romualdo, e con gli occhi bassi si siede davanti a lei, in silenzio.
- L'ultima volta che l'ho visto... Non ci sono andata molte volte. Forse non quanto avrei dovuto.
- E come mai, se posso chiedere?
Per molto tempo non alza gli occhi. Bianca non sa cosa dire. Aspetta. La volta precedente, l'unica, c'era Attilio presente e in pratica ha parlato solo lui, ottenendo poche risposte, a monosillabi. Ora vorrebbe chiedere, sapere come sta, ma non le esce la voce.
- Non so. Disagio, credo. Non parlavamo mai nemmeno quando era fuori, e l dentro, a vederlo cos...
Magro. Dio quanto  diventato magro, pensa Bianca. Quel collo sottile che viene fuori dal colletto della camicia, la testa rasata a zero, i baffi che non ci sono pi. Pare pi giovane, pensa, e assai pi vecchio. Che sei venuta a fare? Chi ti dice che io ti voglia vedere?
- Poi ho avuto l'impressione che non gli facesse piacere che andassi a trovarlo.
- Non credo, signora. A volte, sapete, ci si vergogna a farsi vedere in certe condizioni.
Sono pur sempre tua moglie, gli risponde. La voce  bassa, secca, pi dura di quanto avrebbe voluto. La donna magra al suo fianco le lancia un'occhiata di comprensione e torna a guardare il vecchio che ha davanti. Dev'essere suo padre, pensa lei. Romualdo alza gli occhi e la fissa. Dice: non abbiamo niente da dirci. Non abbiamo mai avuto niente da dirci.
- E a voi, ha detto qualcosa?
- Mi ha riconosciuto. Non credevo si ricordasse di me, anche data la situazione, invece si ricordava benissimo.
- Lui si ricorda tutto. Ma a volte vuole dimenticare.
Non lontano da loro, nei pressi dei tavolini esterni dei caff, un giovane alto suonava con virtuosismo e passione un mandolino, cantando accorato una canzone.
Il vecchio di fianco a Romualdo piange, sorridendo al bambino. Ogni tanto si asciuga nervosamente una lacrima, come se scacciasse un insetto. Parla fitto, e la donna smunta annuisce attenta, e piange anche lei. Romualdo lancia uno sguardo e dice: lo vedi, quello? Un vecchio, vero? Tu pensi che sia il padre, invece  il marito. Ha la mia et, solo che  qui dentro da dieci anni. Io non far questa fine, stanne certa: Non far questa fine.
- Cos' che vuole dimenticare? Spiegatemi, tutto pu essere importante.
- Lui... lui  cosciente di quello che ha fatto. Lo sa. E voleva cambiare, credo. Cambiare tutto.
Tu, invece? Tu che fine hai fatto?, le dice. Un tempo ridevi, sai? Ridevi e ti commuovevi. Una volta passeggiavamo nel parco della villa dei tuoi genitori e vedemmo un cagnolino. Non te lo ricordi, vero? Io s. Era malato, guaiva da strappare il cuore. Tu scoppiasti a piangere, non riuscivo a calmarti. Dovetti portarti via. Ora invece lo hai perso, il cuore. Hai sempre avuto un comportamento irreprensibile,  vero, ma che moglie sei stata? Io non ti ho mai sentita vicina. Sempre di ghiaccio. Sempre lontana.
- Che cosa voleva cambiare, vostro marito? Aveva qualche progetto? Qualcosa che potrebbe averlo indotto a...
- No, no, commissario. Almeno non credo. Era solo consapevole di ci che era diventata la sua vita.
Cantando la canzone il giovane col mandolino sembrava raccontare una storia che riguardava lui stesso. Un paio di ragazze a un tavolino lo guardarono e ridacchiarono. Era vestito e nutrito male, ma cantava con tutto il cuore, l'espressione rapita, come se seguisse un pensiero lontano.
Continua a parlare, gli occhi fissi su di lei, le labbra strette di disgusto. Sono pi vivo io di te, le dice. Pi vivo io, privato della libert, di un cibo decente, di vestiti, di sapone per lavarmi. Pi vivo io, senza pi un nome e una dignit, senza pace e sonno. Pi vivo di te, perch mi batte il cuore. A te batte, il cuore, Bianca? Quanto tempo  che non senti il battito del tuo cuore?
Il giovane intima accorato a una falena di andare via. Di non bruciare insieme alla sua mano.
- Signora, io non mi spiego l'atteggiamento di vostro marito. Sembrava determinato a confermare la confessione, a ottenere una condanna. Poi per ha detto all'avvocato di adoperarsi per ottenere una sentenza ridotta, per farlo rimanere in prigione il minor tempo possibile. Sembra una contraddizione, non vi pare?
- Ha detto cos? Non capisco, commissario. Io proprio non capisco.
Lei gli dice: perch, Romualdo? Perch lo hai fatto? Io lo so che non sei stato tu. Lo so che eri a casa, nel tuo letto, quella notte. Lui ride, e fa paura, perch ride senza allegria, con furia disperata, come se piangesse. Il vecchio accanto a lui si volta un attimo a guardarlo, poi torna a parlare con la sua donna. Lui dice: e che ne sai tu di dove ero io? Di dove sono io, di dov' il mio cuore? Tu non sai niente di me. Sai solo giudicare, sei fredda come il marmo, chiusa in una tomba senza essere ancora morta. Tu l'amore non lo hai mai conosciuto, Bianca. Io s, per mia fortuna. Io s. E ho ancora tanto da vivere.
- Non smettete di cercare il perch, commissario. Vi prego. Lo so che  difficile, lo so che senza poter utilizzare i mezzi di un'indagine ufficiale  complesso ottenere risposte, ma vi prego, non smettete. Perch io lo so che non  stato lui. Non lo amo pi,  vero, e questa mia volont di sapere  contro il suo desiderio, ma ho bisogno di comprendere qual  il suo disegno. Perch non  pazzo, anche se da pazzo si comporta. Non  pazzo.
Ricciardi pareva assorto ad ascoltare la canzone del giovane col mandolino, la fronte aggrottata come se stesse cercando di ricordare dove l'aveva gi sentita.
- No, non smetter, signora. Perch so che cosa vuol dire sentirsi in galera pur essendo a piede libero. So cosa vuol dire essere prigionieri di s stessi. So cosa vuol dire fissare un soffitto aspettando che vengano l'alba o il sonno, e non veder arrivare nessuno dei due.
Bianca pens che da molto non si sentiva cos vicina a qualcuno come ora a quello sconosciuto dagli occhi verdi.
Le dice: adesso tutto  a posto, Bianca. Tu potrai salvare le tue poche, misere cose. Le pietre del palazzo, quei quattro inutili mobili che restano, i gioielli che mi hai nascosto... Hai fatto bene, perch avrei perso anche quelli cercando di ritrovare i fasti di un tempo, e l'amore nei tuoi occhi. Inutilmente. A me lascerai la vita, una nuova vita. Che sapr ricostruire per conto mio.

- Non riesco a non pensare che lo abbia fatto per me, - disse a mezza voce la contessa. - Per salvarmi dai suoi debiti, per aggiustare l'aggiustabile, scomparendo. Senza amore, ne sono certa, solo per risarcirmi della vita che mi ha tolto.
Ricciardi annu, senza staccare gli occhi dal suonatore di mandolino.
- Potrebbe essere, anche se  una soluzione folle. Come dice il vostro avvocato, sarebbe potuto scappare ottenendo lo stesso effetto. Noi, in ogni caso, possiamo solo scoprire quello che  accaduto. Indagare le ragioni spetta a voi.
Il ragazzo col mandolino emise un ultimo, struggente accordo. Un uomo si alz e gli porse del denaro, mentre la sua compagna si asciugava gli occhi con un fazzoletto. Dai tavolini part un breve, imbarazzato applauso.
Bianca disse:
- Grazie, commissario. Vi dico grazie dal profondo del cuore.
Ricciardi si volt verso di lei, lo sguardo duro.
- Non mi ringraziate, signora. Devo capire alcune cose anche su di voi, per avere un quadro completo della situazione. Dove posso trovare, per parlargli, un certo duca Marangolo?
La guardia dice: il tempo  finito. Si rientra. Il vecchio si aggrappa alla grata con entrambe le mani e la moglie fa lo stesso. Il bambino piange, disperato. Romualdo si alza in fretta e dice: non tornare, Bianca. Non tornare mai pi. Io non voglio vederti, ci metter molto a curarmi dal tuo disprezzo. Rifatti una vita e non ricordare niente del nostro tempo. Se ne va, senza girarsi indietro.
La contessa sbatt le palpebre, sorpresa.
- Carlo Maria? E per quale motivo volete... No,  giusto, e io non devo interferire. Gli far avere un messaggio domattina, potrete trovarlo allo stesso circolo di Attilio all'ora dell'aperitivo. Risponder a ogni vostra domanda. Ma vi prego, non immaginate che io abbia qualche motivo per... Carlo Maria  un buon amico. Se lo ritenete necessario, parlategli pure.
Ricciardi la fiss a lungo.
- S, signora. Lo ritengo necessario. So che la sera del delitto quest'uomo  venuto a casa vostra mentre il conte non c'era.
Le aveva gettato addosso quelle parole come fossero un'offesa. Bianca arross sotto il velo scuro.
- E vero, commissario. Ma io non l'ho ricevuto. Forse i vostri informatori non vi hanno riferito con completezza.
E se ne and, senza girarsi indietro.

31.

Manfred raccontava, e gli occhi di tutta la famiglia erano fissi su di lui.
Quasi tutta.
Giulio Colombo guardava Enrica.
La giornata era stata assai diversa dal solito. L'arrivo a prima mattina dei fiori per Maria, accompagnati da un discreto biglietto in cui l'ufficiale ringraziava per l'invito a cena e lo accettava con gioia, aveva messo in moto una catena di preparativi che aveva del parossistico. Per sua fortuna Giulio, che anche in presenza di eventi straordinari come quello aveva il negozio da portare avanti, era riuscito a scansare il caos familiare alimentato dall'ansia immensa della moglie.
Non era la prima volta che i Colombo ricevevano qualcuno nella prospettiva del matrimonio di una figlia. I genitori di Marco, il marito di Susanna, erano stati pi volte ospiti da loro prima delle nozze, ma in quel caso tutto si era svolto secondo i canoni stabiliti dalla tradizione, e Susanna stessa, pur molto giovane, si era adoperata per il perfetto funzionamento di quella cerimonia laica che era il fidanzamento. Lei s, ribadiva Maria rivolgendosi a Enrica ogni volta che ne aveva l'occasione, era una figlia che non dava preoccupazioni. Una donna vera fin da ragazzina, che aveva il matrimonio, i figli e una casa come sogno e ambizione di vita.
La casa non proprio, avrebbe risposto Enrica, se non avesse voluto cos bene alla sorella, visto che abitava ancora con loro n si intravedevano propositi di trasferimento a breve termine. Ma Susanna, in effetti, nonostante fosse pi piccola, aveva gi un bambino di due anni ed era sposata da tre dopo un fidanzamento di cinque. Mentre lei aveva passato tutto quel tempo ricamando un corredo che forse non avrebbe mai usato.
Nel tempo Maria aveva provato a organizzare incontri con famiglie di conoscenti che avevano un figlio dell'et giusta, sperando scattasse una scintilla. Con uno di questi, Sebastiano, Enrica aveva perfino accettato di andare a prendere un caff, ma alla fine, come sempre, la cosa era finita nel nulla.
Ora, per, era tutto diverso. Ora era stata proprio lei, Enrica, a conoscere un uomo, a parlare e a intrattenere una corrispondenza con lui, e a dire alla madre sai, mamma, c' questa persona che ho incontrato, vive fuori ma viene in citt per lavoro, e allora io, se non  di troppo disturbo, be', credo che dovrei invitarlo qui. Magari a cena. Sai, mamma, lui  solo, abbiamo stretto amicizia a Ischia, era l per le cure termali. E, mamma,  un ufficiale tedesco. E credo sia interessato a me.
Queste poche frasi, smozzicate da Enrica in rare confidenze nell'arco di un mese, dopo il suo ritorno dalla colonia estiva dove aveva insegnato, avevano provocato un terremoto. Maria, fin dalla prima, cauta ammissione aveva cominciato ad assediarla, e con la sua ansia aveva contagiato tutti. Che la figlia maggiore, la cui discrezione e la cui ritrosia erano proverbiali, avesse incontrato un uomo e volesse invitarlo a cena rappresentava un evento epocale.
Manfred si era presentato in uniforme e con un altro mazzo di fiori, stavolta per Enrica. Bellissimo, biondo, atletico e sorridente, e pure molto comunicativo, aveva mangiato di gusto, mugolando di piacere e facendo i complimenti alla padrona di casa per ogni singolo piatto. Poi aveva tirato fuori da una capace borsa di pelle regali per ogni membro della famiglia, senza dimenticare nessuno: animali intagliati nel legno per i pi piccoli, una pipa elaborata per Giulio, un foulard per Susanna, sigari per Marco. A Enrica aveva portato una collana d'argento con delle figure vestite in costume tipico della Baviera e un libro illustrato a mano.
Si era rivelato un conversatore interessante, e col suo italiano perfetto, reso esotico da quello strano accento un po' duro, aveva espresso un profondo amore per l'arte e la cultura della citt. Siete davvero fortunati, aveva detto, a vivere in un Paese tanto meraviglioso, dal grande passato e dal grande futuro.
Aveva poi spiegato l'estremo favore con cui la nuova Germania guardava al modello italiano; la sua stessa presenza in citt ne era la prova, aveva aggiunto. Avrebbe affiancato alcuni archeologi tedeschi impegnati in scavi nell'area del vulcano, ma avrebbe anche trovato il tempo per soddisfare la sua curiosit verso gli altri innumerevoli tesori del territorio, che purtroppo conosceva solo superficialmente. Accompagnava ogni frase con un'occhiata intenzionale a Enrica, e con ci suscitava l'entusiasmo di Maria, felicemente sorpresa che la figlia, una donna piuttosto ordinaria, doveva riconoscere in cuor suo, fosse oggetto delle attenzioni di un uomo straordinario come quello.
La ragazza, al solito, mostrava una tranquillit assoluta. Sorrideva alle battute, ascoltava, interveniva con qualche rara, appropriata osservazione. Cedendo alle pressioni aveva indossato una blusa di mussola rosa con un motivo floreale da lei stessa ricamato, cos da consentire alla madre
di sottolineare, come per caso, quanto fosse stata brava. Portava anche un filo di perle al collo e due piccoli orecchini a goccia, perch fosse ben chiara, sempre secondo le intenzioni della genitrice, l'importanza di quel nuovo incontro nell'intimit della famiglia, lontano dal luogo dove i due si erano conosciuti.
Enrica si comportava insomma come chiunque si sarebbe aspettato. Non si poteva pretendere da lei un atteggiamento sfacciato, ma Giulio, che ne osservava ogni minima reazione, aveva colto qualche reale manifestazione di interesse nei riguardi dell'ospite.
Era stato attento alla figlia per tutto il tempo cercando di appurare se, e in che misura, quell'uomo potesse rappresentare l'universo futuro dei suoi sentimenti, rendendola una moglie e una madre felice. Non era una cosa semplice da capire, nemmeno per chi, come Giulio, la conosceva alla perfezione e spesso, per via di quanto erano simili, intuiva pure quello che la ragazza non voleva mostrare.
Tutto si era svolto in maniera impeccabile, pensava Giulio. La cena era andata benissimo. Nulla da eccepire. Negli eccitati commenti che sarebbero senz'altro seguiti fino a tarda notte e per i giorni seguenti Maria si sarebbe dichiarata soddisfatta. Anche del comportamento di Enrica, che adesso rideva insieme agli altri mentre il maggiore raccontava delle sue goffe cadute quando, da ragazzino, aveva deciso di diventare un soldato di cavalleria.
C'era stato per un momento, un singolo momento, che a Giulio non era sfuggito.
Era accaduto dopo il dolce, una spettacolare zuppa inglese alla napoletana. Maria stava decantando le capacit culinarie di Enrica, autrice del capolavoro, e aveva cercato di indurla a spiegarne la ricetta. Lei si era schermita, naturalmente, e la madre aveva allora cominciato a illustrare
la preparazione del capolavoro mentre Manfred, Marco e lo stesso Giulio si servivano una seconda porzione. Ricotta, scaglie di cioccolato, pan di Spagna bagnato col rum, due bicchierini di liquore Henry da aggiungere al ripieno; Maria descriveva e il tedesco ascoltava attento, masticando con visibile gusto.
Enrica si era alzata per portare via i piatti vuoti e andando in cucina aveva indirizzato un rapido sguardo verso la finestra al di l della strada. Un gesto cos veloce da essere quasi impercettibile e Giulio era certo che lo avesse fatto senza accorgersene. Lui per se n'era accorto, e aveva visto il leggero sussulto delle spalle quando si era resa conto che, dietro le tende tirate, la finestra era illuminata.
Al suo ritorno la ragazza aveva di nuovo un bel sorriso sulle labbra e si era ridisposta, attenta, ad ascoltare la conversazione, nel frattempo rinvigorita da un compiaciuto commento di Marco secondo cui di sbagliato, quel dolce, aveva solo l'aggettivo "inglese".
Da l si era passati a discutere di politica internazionale, con il marito di Susanna che sosteneva le solite posizioni estremiste in merito all'Europa soffocata dall'inaccettabile volont di predominanza albionica e Manfred che, pur in maniera pi morbida, ne condivideva l'opinione. In altre circostanze Giulio sarebbe intervenuto contestando il militarismo di cui il fascismo e il nuovo governo tedesco erano impregnati, ma non quella volta.
Intanto sarebbe stato scortese nei confronti dell'ospite, . pur sempre un militare e pur sempre un rappresentante della Germania in Italia, e poi il cavaliere era distratto. Cercava di intuire che cosa si nascondesse nell'anima della figlia. Se fosse gi in atto una guerra, in quel cuore cos tenero e inesperto.
Si chiese cosa avrebbe fatto don Pierino, e si chiese anche quali sentimenti celassero quelle tende chiuse al di l della strada.
Come Dio volle la serata fin, coi bambini che saltellavano attorno a Manfred chiedendogli di non andarsene e di raccontare altre storie sul suo paese in riva al lago, lass in Baviera, e le sue strane usanze. Il maggiore si scus per l'invasione e per la prolungata presenza, ma, aggiunse posando gli occhi su Enrica, era stato cos bene che aveva perso la cognizione del tempo.
Con voce bassa e accorata si rivolse a Maria.
- Sapete, signora: io sono vedovo e senza figli. Sono solo da molti anni, sempre in giro per servizio. A volte mi sento triste. Per sogno ancora di poter avere una mia famiglia, proprio come la vostra. E dei bambini allegri e birbanti come questo qui.
Prese dalle braccia di Susanna il piccolo Corrado, facendogli il solletico e mandandolo in visibilio. Quando lo pos il piccolo si rifugi dai genitori con un dito in bocca, continuando per a guardarlo senza farsi accorgere.
Lui continu.
- A volte si pensa ai militari come me con qualche pregiudizio. Li si immagina superficiali, presi dalla carriera e dalla voglia di mettere in gioco la propria vita sul campo di battaglia. Non  vero, credetemi. Un militare  un uomo come un altro, e un uomo ha bisogno di una casa alla quale voler tornare. Altrimenti non  completo.
Con quel breve discorso, pronunciato prima di congedarsi, Manfred dichiarava il vero motivo della sua visita. Ed era, alla lettera, quello che Maria sperava di sentire.
La signora Colombo si apr in un largo sorriso.
- Maggiore, avrete capito che siete un ospite molto gradito in questa casa. Finch sarete in citt, sappiate che potete contare sulla nostra famiglia come se fosse la vostra; se lo desiderate potete tornare qui ogni sera. Ne saremo tutti molto felici: in primis la vostra amica Enrica, che dobbiamo ringraziare per avervi portato qua, e naturalmente mio marito. Vero, Giulio?
Chiamato in causa, il cavaliere conferm, cortese.
- Certo, certo. Venite pure quando volete.
Il sorriso di Enrica era lo stesso di Monna Lisa.
Giulio si chiese per l'ennesima volta a cosa stesse pensando.
E soprattutto a chi.

32.

Certe sere erano peggiori di altre, pensava Ricciardi.
Non che ci fosse un perch. Forse qualcosa nell'aria. Una speciale dolcezza che si insinuava sotto la pelle e allungava le dita ad agguantare il cuore, stringendolo in una morsa che rendeva difficile anche solo respirare.
Aveva perci accolto con sollievo l'amichevole obbligo che gli aveva imposto Bruno Modo di andare a cena con lui. Informata della novit, Nelide, senza mutare espressione, aveva cominciato a riporre gli ingredienti che avrebbe utilizzato per cucinare, e alla domanda del commissario su che cosa avrebbe mangiato rimanendo da sola, si era stretta nelle spalle e aveva sentenziato: chi cucina allecca e chi fila secca, volendo significare che aveva assaggiato qualcosa mentre preparava e non aveva fame.
Il proverbio voleva dire qualcos'altro, per la verit (chi cucina assaggia, mentre chi fila, dovendo inumidire il cotone, ha la bocca secca), ma Ricciardi ne intese il senso. L'abitudine di Nelide di parlare per proverbi gli faceva riscoprire il dialetto della sua terra, che credeva di aver dimenticato, e la cosa non gli dispiaceva.
Quello che gli mancava, di Rosa, non erano le cure, era sentire il suo sguardo che lo seguiva; gli mancava la sua presenza quasi tangibile in ogni angolo della casa.
E tuttavia quella sera era angosciato per qualcos'altro.
La sua mente si era aggrappata al caso che stava seguendo, un caso che forse non c'era, con un detenuto per omicidio che forse era colpevole davvero. La sua mente scappava, ma non aveva dove rifugiarsi. Mentre si vestiva per uscire si era accorto che le finestre di casa Colombo erano tutte illuminate.
Aveva aperto un sottile spiraglio nella tenda e dato un'occhiata.
Molto spesso, in passato, quando la donna di cui si era innamorato era una semplice immagine, una ricamatrice un po' indistinta per l'oscurit e la lontananza, prima di poter dare un colore agli occhi di Enrica, prima di assaporare il tocco delle sue labbra in un imprevisto, fugace bacio sotto un'improbabile neve, prima di sentire il suono della sua voce, aveva fantasticato su quella famiglia.
Su quanto sarebbe stato bello far parte di tanta serena felicit.
Non mangiavano in cucina come al solito, quella sera. Cenavano in salotto.
Attraverso il balcone, socchiuso per far entrare un po' del fresco di settembre, Ricciardi aveva intravisto una testa di capelli biondi, un'uniforme.
E lo aveva assalito il ricordo di una delirante notte ischitana. Attraverso le foglie, una chioma bionda si accostava al viso di Enrica. Per un bacio.
Per quel bacio aveva sofferto come per la morte della tata. Un dolore diverso, ma altrettanto insostenibile. Era irrazionale, era del tutto assurdo, ma era cos.
Quindi la cosa aveva avuto un seguito. Quindi quel rapporto si sviluppava come era naturale. E la famiglia, accogliendo l'uomo nella propria intimit, sanciva ora il volere della figlia.
Non fu sorpreso, n la visione lo addolor di pi. Prov solo la punta cocente dell'esclusione.
Ancora una volta si trovava a guardare la vita dalla vetrina del negozio.
Usc in fretta, dirigendosi verso l'ospedale, ma non dovette nemmeno arrivarci. Bruno gli veniva incontro lungo la strada con le mani in tasca, fischiettando una canzone, il cappello alzato sulla fronte e l'immancabile cane a qualche metro da lui.
- Oh, eccoti qui. Basta percorrere la notte per incontrare i vampiri. A chi tocca il conte Dracula e a chi il barone di Malomonte, ognuno ha i mostri che si merita. Diciamolo, in Transilvania hanno una classe diversa, ma noi, come sempre, dobbiamo accontentarci delle imitazioni.
La replica di Ricciardi non si fece attendere.
- Guarda che se preferisci migliore compagnia puoi sempre andare in quei posti dove vai tu, sono sicuro che troveresti persone pi gradevoli.
Modo rise.
- Non c' dubbio,  vero. Ma mi costerebbe troppo, invece, come d'accordo, stasera paghi tu che sei ricchissimo. Non ascolter il suono argentino di una risata femminile, per mi riempir la pancia a tue spese e se sono fortunato mi ubriacher pure.
Ricciardi sogghign.
- S, s. Sono convinto che  proprio a un'argentina risata femminile che stavi pensando. E mai ho dubitato che il conto sarebbe toccato a me. Di, mostrami questa nuova trattoria di cui hai sentito parlare. Vediamo se davvero il vino  cos cattivo che uno si ubriaca con meno di un litro.
Il dottore pieg la testa e strinse gli occhi, osservando il viso dell'amico.
- Che hai? Ci conosciamo cos bene che noto perfino le diverse sfumature della tua abituale tediosa tristezza. Questo mi preoccupa: sto affinando talmente l'abilit diagnostica che ormai distinguo i diversi stadi della malattia mentale?
Il commissario non rispose subito. Fece qualche passo, poi disse:
- Sai, ci sono certe giornate che sono pi pesanti di altre. Sto seguendo questo caso che non  un caso, e pure di nascosto; la storia dell'avvocato usuraio ammazzato a giugno.
- Interessante... Su, raccontami. Cos, come al solito, ti apro la mente e tu, per merito mio, risolvi la faccenda. Ogni tanto penso che sia un'autentica tragedia per le altre branche della conoscenza che io sia un medico di tale valore: avrei potuto essere qualsiasi cosa, anche un poliziotto.
Si fermarono davanti a una porta semiaperta da cui giungevano le risate e la musica inequivocabili di una osteria popolare. Ricciardi si avvil.
- Non c' dubbio: uscir da qui col mal di testa, oppresso dal vino scadente, dalla cattiva musica e dalle tue proverbiali fesserie. Entriamo, va'. Via il dente, via il dolore.
Modo accarezz il cane sulla testa e quello se ne and ad annusare un interessante lampione a poca distanza. Per un po' avrebbe perlustrato i dintorni, ma al momento giusto, come per magia, si sarebbe fatto trovare davanti alla porta del locale.
Il dottore sussurr.
- Ciao, cane. Tu s che li capisci, gli uomini. E infatti hai scelto di fare compagnia al migliore di tutti.
Durante la cena, che si rivel superiore alle attese, il commissario raccont a Modo di Bianca e del marito. Non gli succedeva spesso di condividere le proprie riflessioni sul lavoro, per quel caso era cos diverso da tutti gli altri che magari parlarne con qualcuno che non fosse Maione poteva aiutarlo a chiarirsi le idee.
Il medico lo ascolt attento, poi parve di nuovo scrutarlo in viso.
- Mi chiedo cosa ti abbia convinto a occuparti di questa faccenda. D'accordo, capisco che tu abbia bisogno di non pensare alla morte di Rosa, e che scioccamente non valuti il bordello uno svago adeguato, ma un caso vecchio, morto e sepolto, con un assassino reo confesso e irremovibile mi pare una distrazione abbastanza stupida pure per te. Che cosa ti attrae, della morte di Piro?
Anche il vino, contro ogni attesa, era buono e scorreva con piacere. Ricciardi lo reggeva bene, non ricordava di essersi mai ubriacato, tuttavia quando beveva diventava ancora pi cupo, quindi, di regola, evitava di farlo. Inoltre aveva la sgradevole impressione che l'alcol potenziasse il Fatto, altra ottima ragione per non alzare il gomito.
Quella sera, per, non era una sera come le altre. Quella sera aveva intravisto dei capelli biondi da una finestra.
Mand gi un altro bicchiere e vers il liquido ambrato a Modo.
- Non lo so. C' qualcosa che non mi quadra: dettagli, piccolezze. A cominciare dall'atteggiamento del conte di Roccaspina. E da quello della moglie.
Il dottore bevve e sorrise, un po' vacuo.
- Ecco, mi soffermerei su questa signora contessa. Perch ascoltandoti mi  parso quasi che tu ce l'avessi un po' con lei. Eppure hai accettato la sua chiamata, e stai indagando per confermare o smentire quanto afferma. Come mai?
Ricciardi tacque, fissando il piatto vuoto che aveva davanti. Poi disse, a bassa voce:
- Soffre, sai. Ha occhi bellissimi,  una donna giovane, ha un nome e una reputazione. Ma soffre. E non per amore, non leggo amore nelle sue parole, nei suoi sguardi.
Non lo odia, ma di certo non lo ama. Eppure soffre, ed  sola. Non me lo spiego.
Modo sorrise da un orecchio all'altro, e si appoggi allo schienale della sedia dopo aver vuotato il calice con gusto.
- Aaahhh, eccoci al punto. Cherchez la femme! Ti intriga la contessa, Riccia'. Ti piace, insomma. Stai a vedere che batte un cuore, in quei pantaloni.
Ricciardi, suo malgrado, sorrise, e si avventur in una autodifesa colmando di nuovo il bicchiere dell'amico.
- Non dire fesserie, Bruno. Lo sai che certe cose non fanno per me. E solo che odio quando non riesco a decifrare i sentimenti, perch allora non capisco cosa muove le persone. Mi interessa comprendere i motivi: quelli che spingono lei a darsi tanta pena per dimostrare l'innocenza del marito e quelli che hanno spinto lui a dichiararsi colpevole, visto che poi in galera vuole starci il meno possibile.
Modo bevve, e questa volta si vers il vino da solo, in fretta.
- La tua teoria, Ricciardi. Quella che mi hai spiegato tanto tempo fa. La gente ammazza per fame o per amore. Intendendo per fame il bisogno materiale e per amore tutti i sentimenti. Questo omicidio di chi  figlio? Della fame o dell'amore?
Ricciardi riflett a lungo. Alz il bicchiere e ammir controluce il colore del vino. Poi sussurr:
- Fame, credo. Era uno strozzino, prestava i soldi e li esigeva minacciando scandali. E' un delitto di fame, di arroganza e di potere, di prostrazione e di disperazione.
Modo aveva bevuto all'incirca quanto Ricciardi, ma a differenza del commissario sembrava parecchio ubriaco. Biascicava.
- Cerca la fame, dunque. Cerca di capire perch e per quale via la fame pu essere all'origine di quanto  accaduto. Quell'ambiente, i ricchi, i nobili,  pieno di miserabili come qualsiasi altro ambiente. Solo che si nascondono. Devi stanarli. Falli parlare, Riccia'. Vai l dove stanno: il circolo, il teatro, il caff. Sapessi quanti ne vedo, nei bordelli, e che perversioni tristi hanno. Valli a cercare.
Ricciardi annu, cupo.
- Lo far. Lo sai che non mi sento a mio agio in quei luoghi, ma ci andr lo stesso, gi domani.
Il medico ridacchi, appoggiando il mento sulle mani intrecciate.
- Di, che magari ci trovi qualcosa di interessante. A proposito, ma la bella vedova Vezzi che fine ha fatto? Lo sai che tutta la citt parla di questa meravigliosa creatura invaghita a un livello incomprensibile di un orribile e miserabile poliziotto?
Il commissario assunse un'espressione triste.
- Tranquillo, non se ne parler pi. Ho messo fine a questo equivoco una volta per tutte. Un'altra falena  stata salvata dal fuoco.
Modo sbatt le palpebre.
- Che accidenti dici? Equivoco, falena... Mi sa che sei ubriaco. Non so come farai a tornare a casa, io certo non ti accompagno, non mi reggo in piedi. Anzi, credo che dovrai accompagnarmi tu.
Ricciardi chiam l'oste per il conto, poi aiut Modo ad alzarsi e, per evitare che cadesse, si pass il braccio dell'amico sulla spalla, abbracciandolo in vita.
Il dottore cant ad alta voce per tutta la strada di signorinelle pallide, di notai col mantello a ruota, di sguardi dalla finestra e di lettere d'amore ritrovate in libri di Latino dopo molti anni, non contribuendo affatto a rendere la situazione pi allegra.
Come se non bastasse, il cane si ostinava a ringhiare sordamente, voltando indietro la testa e fermandosi. Dovettero rallentare pi volte a richiamarlo.
Lungo il tragitto il commissario dovette sopportare i lamenti e le bestemmie di un'intera famiglia perita in un incidente stradale: il padre trafitto dal piantone dello sterzo che urlava alla figlia di togliergli le manine dagli occhi ch non poteva giocare mentre stava guidando; la piccola quasi decapitata dall'urto; la madre e il bambino che si chiamavano a vicenda.
Non avrebbe dovuto bere tutto quel vino.
Sotto il portone, ormai del tutto incosciente, Modo cerc di baciarlo sulle labbra chiamandolo amore mio, forse scambiandolo per una delle sue puttane. Ricciardi si divincol a fatica e lo port a letto, lasciandolo in custodia al cane.
Dal buio, due occhi freddi avevano seguito tutta la scena.

33.

Dopo l'abituale scambio di idee con il brigadiere Maione, Ricciardi si avvi al circolo per incontrare il duca Carlo Maria Marangolo.
Non si aspettava granch da quell'appuntamento all'ora dell'aperitivo, a met mattina. Da tempo aveva capito che l'aristocrazia della citt era poco propensa ad aprirsi a confidenze. E sospettava anche che gli appartenenti a quel mondo avessero preferito archiviare in fretta la questione dell'omicidio di Piro; il fatto che a compierlo fosse stato un membro della nobilt, ancorch in disgrazia, rappresentava un pensiero sgradevole con cui era inutile appesantire la solita vita di cocktail e serate brillanti.
Ecco, la fretta!, pens Ricciardi con un'improvvisa illuminazione mentre percorreva la dolce discesa che lo portava verso il mare. Era la fretta che lo disturbava nel caso Piro. Troppa fretta da parte di tutti. Come se ogni soggetto in causa fosse stato ben lieto di stornare l'attenzione da quell'omicidio e di passare ad altro.
Una fretta che non dipendeva da una strategia progettata per nascondere qualcosa, piuttosto era la coincidenza di interessi diversi.
Quello della famiglia Piro, alla quale certo non faceva piacere che si indagasse su come si era arricchito l'avvocato. Quello della polizia, che non aveva alcun bisogno di un delitto sbattuto a lungo sulle pagine dei giornali mentre Roma pretendeva di diffondere l'immagine di un Paese in cui vigevano ordine e benessere. Quello dell'alta societ, che in un sol colpo era riuscita a liberarsi di un losco usuraio e di un conte disgraziato e in miseria.
Oltrepass, stavolta senza soffermarsi, l'immagine dei due bambini affogati, stretti nell'ultimo abbraccio. Quando i morti erano pi d'uno il tempo di permanenza del Fatto si dilatava; chiss per quanto ancora quel triste monumento all'amore e al dolore sarebbe rimasto percepibile. Forse finch l'estate fosse diventata un ricordo e il lungomare fosse stato battuto dal vento e dalla pioggia dell'autunno.
Poco male, pens con amara ironia. Sono l'unico pazzo che li vede.
Appena mise piede sulla terrazza inondata dal sole gli venne incontro un cameriere in livrea.
- Buongiorno. Seguitemi, per favore.
L'uomo non l'aveva chiamato per nome e Ricciardi non ricordava di averlo incontrato la volta precedente. Era atteso, dunque. Sapeva che la contessa avrebbe avvisato Marangolo della sua visita, e si domand se avesse pure suggerito al duca cosa dirgli. Era il caso di mettere in conto reticenze o perfino bugie, ma ciononostante la presenza del duca in casa Roccaspina la sera dell'omicidio, e in assenza del conte, era una circostanza che meritava di essere approfondita.
Il cameriere guid Ricciardi attraverso un corridoio alle cui pareti, in lustre vetrine, erano esposti i trofei conquistati dalle squadre sportive che facevano capo al circolo, alternati alle fotografie dei protagonisti dei trionfi. Nuoto, vela, canottaggio, pallanuoto. Quello in cui era stato appena introdotto era uno dei sodalizi pi vecchi della citt, quindi il pi carico di gloria, ma altre associazioni simili, sorte nei pressi dei giardini a ridosso del mare, avevano cominciato a fargli concorrenza nello sport, nello sfarzo e nell'eleganza dei ricevimenti.
Il commissario lo sapeva bene, perch aveva partecipato ad alcune serate cedendo alle pressioni di Livia. Si era annoiato a morte e aveva passato il tempo cercando di evitare che la donna lo presentasse a tutti, nel tentativo di accreditarlo come suo accompagnatore ufficiale.
Il pensiero di Livia, mentre il cameriere bussava discreto con la mano guantata a una pesante porta in mogano, gli caus una fitta di malinconia. Le aveva dato, consapevolmente, un grande dolore, umiliandola; sapeva che quella donna di straordinaria bellezza e talento era innamorata di lui, e quanto era successo doveva averla ferita nel profondo della sua femminilit.
Ma non era stato possibile evitarlo.
Proprio perch anche lui le voleva bene, aveva dovuto allontanarla.
Perch non bruciasse alla sua fiamma.
Entrarono in una stanza raccolta, immersa nella penombra. Solo un po' di luce che filtrava dalle tende accostate di una porta finestra permetteva di intuire i contorni delle pareti.
- Signor duca, - disse, sommesso, il cameriere, - c' qui il signore che aspettavate.
Dal buio rispose una voce profonda e modulata.
- Grazie, Ciro. Scosta un poco le tende, per favore, e portaci due caff e qualche pasta.
Con solerzia, prima di ritirarsi, il cameriere apr le tende.
E comparve una vista meravigliosa.
Erano a non pi di tre metri dalla superficie dell'acqua e il lungomare si distendeva in una prospettiva amplissima fino alla collina che scendeva in mare puntando il profilo dell'isola lontana.

Di certo si trattava di un ambiente appartato, utilizzato dai personaggi pi in vista per gli incontri riservati. Un priv. Arazzi alle pareti, un divano con due poltrone e un tavolino e, addossato alla finestra, un tavolo verde con quattro sedie, delle carte da gioco e delle fiche.
Ricciardi studi il suo ospite.
Magro, la pelle tirata sul viso, vestito di scuro. Sedeva con le gambe accavallate su una delle due poltrone. Poteva avere qualsiasi et tra i trentacinque e i sessant'anni: i tratti sembravano abbastanza giovanili e gli occhi neri e vivaci, ma i capelli radi e smorti, le macchie sul viso e le rughe profonde erano quelli di un vecchio.
- Vi chiedo scusa, - disse l'uomo. - A me non piace la luce forte, e nemmeno stare in mezzo alla gente. Cos, per fare quello che faccio molto di rado, incontrare qualcuno, mi ritiro in questa saletta. E' piccola, non certo sfarzosa, ma quel quadro alla parete, - e indic con un cenno del capo il panorama che irrompeva dalla finestra, - ripaga del disagio, spero. Sono Carlo Maria Marangolo. La nostra comune amica, Bianca di Roccaspina, mi ha chiesto di mettermi a vostra completa disposizione, e io lo faccio volentieri. Prego, accomodatevi -. Indic la poltrona libera di fronte alla sua.
La voce del duca era bassa, priva di accento. Tradiva intelligenza e ironia. Guardandolo meglio Ricciardi si accorse di qualcosa che all'inizio gli era sfuggito: il suo colorito era giallastro, malsano.
Marangolo era malato. Era quella la ragione delle rughe, delle macchie e della magrezza. Forse anche della sala riservata e del buio nel quale sembrava nascondersi.
Ricciardi si sedette.
- Vi ringrazio del vostro tempo, duca. Come credo sappiate, sto cercando, su richiesta della contessa, di capire qualcosa in pi della vicenda che ha coinvolto suo marito. Voglio chiarire subito che non si tratta di un'indagine ufficiale, quindi se deciderete di rispondere alle mie domande sar solo a titolo di cortesia. Vi sta bene?
Marangolo studi a sua volta il commissario, senza dire nulla. Entr il cameriere, depose i caff e le paste sul tavolino e usc subito, senza rumore.
- Ricciardi, Ricciardi... Ho conosciuto un barone Ricciardi di Malomonte: nobilt cilentana, se ben ricordo. Era amico di mio padre, un uomo notevole, appassionato di caccia e di cavalli. Siete parente, per caso?
Il commissario conferm, seccamente.
- Era mio padre. La contessa...
Il duca seguiva il corso dei pensieri, come se Ricciardi non avesse risposto.
- Non gli assomigliate, per. Era un uomo alto e grosso, molto gioviale. Una risata aperta e contagiosa. Mio padre era piuttosto selettivo nelle amicizie, e lo adorava. Voi fisicamente siete diverso, e mi sembrate pi... come dire... riservato?
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Non saprei, lo ricordo appena, ero un bambino quando  morto. Credo di assomigliare a mia madre. Posso farvi qualche domanda, duca? Non voglio abusare della vostra cortesia.
Marangolo annu pi volte con un mezzo sorriso, come trovando conferma alle sue teorie.
- Curioso... Questo ristretto, ottuso ambiente  il sogno di molta gente disposta a tutto pur di accedervi. E chi, come voi, avrebbe per titolo il diritto di appartenervi nasconde addirittura parte del proprio nome.
Il commissario fiss il duca con freddezza, consapevole della provocazione.
- Si pu supporre che ognuno abbia il diritto di frequentare chi preferisce, non credete? Alla luce dei fatti, forse, anche Piro avrebbe cambiato idea. Per mi  sembrato di capire che fosse ben introdotto in questa vostra... come dire? Comunit.
Marangolo accus il colpo con lo stesso mezzo sorriso.
- Non ho mai sostenuto che sia un bell'ambiente. Credo che la mia propensione a starmene un po' in disparte lo dimostri. Allora, ditemi, che volete sapere?
- Mi risulta che la sera prima della notte in cui ci fu il delitto voi vi siate recato a casa Roccaspina quando il conte era assente. Potete chiarirmi il motivo della visita?
Marangolo scrut l'interlocutore.
- Dritto al punto, vero? Siete un tipo spiccio, Bianca mi aveva avvertito. Mi chiedo il perch di questa fissazione, perch non accettare il fatto che Romualdo abbia assassinato Ludovico Piro. Comunque, venendo alla domanda, io non volevo incontrare il conte, ero li per la contessa. Perci, senza giri di parole, come preferite voi, vi dico che sapevo che a quell'ora lui non c'era. Non ho scelto il momento a caso.
Ricciardi sorseggi il caff. Era ottimo. Del resto sarebbe stato strano trovare il surrogato in quel posto che sembrava avere regole sue, al di sopra delle altre.
- Mi scuso per la domanda. Sono indiscreto e lo sar ancora, ma conoscere lo scenario complessivo  la condizione che ho posto alla contessa per occuparmi della questione. Perci insisto: per quale motivo volevate incontrarla?
Marangolo si alz dalla poltrona e con fatica si avvi verso la finestra. Era un uomo di media statura, un po' curvo. Pi vicino ai sessant'anni che ai cinquanta, precis dentro di s Ricciardi.
L'uomo ammir in silenzio il panorama per un paio di minuti, durante i quali il commissario si concentr sul suo profilo affilato e sofferente.
Poi parl.
- Sapete, signor barone, io sono ricco. Molto ricco. Talmente ricco che nel mio caso non basterebbe una vita fatta di sprechi per dilapidare quello che possiedo. Non c' merito da parte mia, beninteso. Mi  giunto tutto in eredit, una lunga teoria di matrimoni combinati e ricombinati all'esclusivo fine di ammassare un patrimonio immenso. Questo palazzo, per esempio,  mio. L'ho concesso al circolo per il piacere di venire, ogni tanto, a prendere un buon caff e perch mi metteva malinconia vedere tante stanze vuote. L'unico contributo che ho dato alla fortuna di famiglia  quello di non avere vizi. Non mi piace il gioco, non mi ubriaco e non assumo droghe, diversamente da molti debosciati che in questo momento stanno passeggiando sulla terrazza.
Si interruppe per avvicinarsi al tavolino, chinarsi con difficolt a prendere tazzina e piattino e tornare vicino alla finestra. Poi riprese.
- Sono ricco e sono malato. Il fegato... da cui il colore giallo della mia pelle. Curioso, se pensate che sono praticamente astemio e non frequento i bordelli, dove nonostante quello che dicono i funzionari addetti al controllo medico delle signorine si possono pure prendere le malattie. Forse qualche matrimonio tra cugini, nelle ascendenze, o semplicemente il destino. Mi curano i migliori medici del mondo, che vengono qui a farsi qualche giorno di vacanza molto ben retribuita. Mi dnno qualche nuova medicina e se ne tornano a casa. Dicono che sto migliorando, ma a me non sembra. Del caff comunque non intendo fare a meno.
Ricciardi intervenne con voce sommessa.
- Duca, perch mi dite queste cose? Io non vi ho chiesto...
Marangolo lo blocc, secco.
- Barone, se vi racconto certe cose un motivo c'. Diamo per scontate le nostre intelligenze, vi prego: nessuno dei due  qui per perdere tempo, voi perch dovete lavorare, io perch devo vivere. Entrambe le cose sono molto, molto urgenti. Prima vi ho detto che non ho vizi, ma non sono stato del tutto onesto. Un vizio ce l'ho. Il mio vizio  Bianca Palmieri di Roccaspina.
Essere chiamato barone metteva Ricciardi a disagio, lo faceva sentire come se avesse omesso qualcosa, come se non avesse svolto nel modo pi adeguato un compito che il destino gli aveva assegnato.
- Signor duca, non  per sapere questo che sono qui, non dovete dirle a me, certe cose. Io voglio solo sapere perch quella sera...
- E invece dovete sapere tutto, barone. Bianca  stata qui, stamattina, e mi ha chiesto di essere assolutamente franco con voi, di riferirvi in modo completo e preciso ci che  accaduto. Perch, sapete, io ho avuto una parte in tutto questo. Una parte importante. E se non vi spiego tutto dal principio qualcosa vi sfuggir, o sfuggir a me, rendendo inutile la vostra "indagine non ufficiale ", come l'avete chiamata voi stesso.
Ricciardi era confuso.
- Sono pronto ad ascoltarvi, ma se si tratta di qualcosa che ha rilevanza nel caso, per quale motivo non avete rilasciato una dichiarazione spontanea a suo tempo? Avrebbe aiutato a riflettere, a non chiudere subito l'indagine.
Marangolo aveva lo sguardo fermo sul punto lontano in cui la collina scendeva nel mare. Il cielo senza nubi pareva un pannello di cartapesta.
Azzurro sopra, azzurro sotto.
- Non avrebbe cambiato niente. Ma cambia tutto per me, per la mia coscienza. Perch vedete, Malomonte, i soldi che Piro prestava a Romualdo di Roccaspina non venivano dagli enti di cui era amministratore.
Quei soldi glieli davo io.

34.

Il brigadiere Maione leggeva il rapporto delle guardie Camarda e Cesarano su un probabile suicidio avvenuto il giorno prima a poca distanza da via Toledo, proprio in centro. Sorseggiando la brodaglia scura che la guardia Mistrangelo si ostinava a definire caff, e che invece costituiva un attentato all'apparato digerente di tutto il personale della questura, ebbe una smorfia di disgusto. Fin la tazzina, la allontan dalla vista e per l'ennesima volta giur a s stesso che non avrebbe mai pi bevuto quell'orrore.
Il morto era un professore di liceo in pensione, rimasto vedovo. Secondo il rapporto, in pieno orario di apertura dei negozi, mentre la strada era affollata di gente, senza nemmeno un urlo di avvertimento aveva scavalcato la ringhiera del balcone al quarto piano di un antico palazzo che aveva visto giorni migliori e aveva imitato un gabbiano, o un piccione, o un'aquila; solo che, non essendo munito di penne e ali, si era schiantato al suolo e per puro miracolo non aveva portato con s, nell'ultimo viaggio, tre o quattro passeggiatori del pomeriggio.
Camarda e Cesarano, le guardie accorse sul posto, si erano attenuti alle procedure, rilev il brigadiere scorrendo il rapporto. All'arrivo del medico erano andati con lui nell'appartamento, dove avevano trovato un biglietto di addio in cui il disgraziato diceva alla moglie che finalmente, quella sera, avrebbero di nuovo dormito insieme. Poi avevano aspettato i necrofori e tutto si era concluso.
Maione pens a cosa avrebbe fatto se, per disgrazia, gli fosse toccato di sopravvivere a Lucia. Il rapporto non parlava di figli: forse lui avrebbe trovato in loro la ragione per tirare avanti. Probabile che il professore volante non ne avesse.
Mentre cercava di scacciare il pensiero molesto si accorse che qualcuno stava bussando alla porta della stanza delle guardie cos piano da essere appena percettibile.
- Avanti! - disse.
Si apr uno spiraglio e spunt il faccione costernato di Amitrano, il poliziotto che il giorno prima non era riuscito ad arginare la maleducazione dello scugnizzo inviato da Bambinella.
- Amitra', - disse Maione, - se non tenessi l'orecchio che tengo, stavi a bussare fino a fine turno, te ne rendi conto? Che accidenti vuoi?
La guardia era terrorizzata: sudava e aveva gli occhi sbarrati.
- No, brigadie',  che non vi volevo disturbare. Lo so che stavate prendendo il surrogato e non vi volevo interrompere col lavoro.
Maione corrug la fronte.
- Ma che dici, Amitra', mi pari pi scemo del solito, oggi. Io sto al lavoro, e tu non mi vuoi interrompere col lavoro? Lascia perdere, va'. Che succede?
L'uomo parl a voce bassissima e Maione intu una parola qua e una l.
- ... portone... uno che... autista... fa pi...
Il brigadiere balz in piedi.
- Amitra', quanto  vero Iddio te la faccio uscire a calci, quella voce! Parla chiaro, ch non ti capisco! E poi vieni avanti, maledizione, che stai a fare mezzo dentro e mezzo fuori?
La guardia fece un balzo, come se una forza misteriosa lo avesse catapultato all'interno, batt i tacchi e si port la mano alla fronte due volte.
- Signors, signor brigadiere. E che qua fuori, al portone, ci sta uno che vi cerca. O almeno, mi pare di avere capito che sta cercando proprio a voi, anche se... cio, il nome non lo sa, ma dalla descrizione mi pareva... insomma, dice che  un autista, ma che non lo fa pi. Farebbe l'autista, se glielo facessero fare, ma pare che l'hanno cacciato, e...
Maione era esasperato.
- Amitrano, per favore, parla piano e con calma. Fatti capire. Io lo so che ci puoi riuscire, anche se sei un deficiente cretino che non so come sei riuscito ad arruolarti in polizia. Come hai capito che cerca proprio a me, 'sto autista senza lavoro?
La guardia fiss il pavimento, seguendo la linea di una mattonella con la punta del piede.
- Brigadie', vi prego, fidatevi. Cerca a voi. Non mi fate dire cose che non voglio dire.
Maione si alz lentamente, torreggiando col suo metro e novanta di buoni venti centimetri sopra la testa del confuso collega.
La sua voce era bassa e per questo ancora pi minacciosa.
- Amitra', parla. Vedi, te lo dico con calma. Parla che  meglio per te.	
L'uomo boccheggi, cercando di incamerare aria. Era grigio in volto. Poi rispose d'un fiato:
- Ha detto: mi sta cercando un brigadiere enorme con la panza, anziano e senza capelli. Questo ha detto -. Maione rimase in silenzio, fissando la parte superiore del berretto della guardia che invece guardava a terra, il collo incassato nelle spalle, aspettando l'inevitabile morte.
Il brigadiere annu, lentamente. Poi sussurr:
- E tu hai capito subito, eh? Non hai avuto dubbi. Sei venuto immediatamente qua a cercarmi.
Amitrano piagnucolava.
- Brigadie', ma che dovevo fare? Lo dovevo cacciare? E se era una cosa importante? E poi, chi poteva essere 'sto brigadiere enorme? Quello il brigadiere Cozzolino  pi basso di me; il brigadiere Ruotolo  secco secco e il brigadiere Velon tiene un sacco di capelli. Perdonatemi, vi prego!
Maione si pass una mano sul viso.
- Amitra', io ti odio. Veramente, ti odio. E prima o poi ti ammazzo, parola d'onore; gi non so come sei sopravvissuto ieri, col bambino che mi ha fatto un pernacchio in cortile, ti credi che non l'ho sentito? E nemmeno lo sei riuscito a prendere. Fai entrare a questo autista, e ricordati: io non ho la panza, sono robusto; e non  vero che non ho capelli, li porto molto corti per comodit. Vai, vai. E cerca di non farti vedere mai pi.
La guardia schizz via, grata al destino che ancora una volta gli aveva dato scampo. Dopo meno di un minuto la porta si apr per lasciar entrare un ometto smilzo, dai grandi e acquosi occhi azzurri, che reggeva con le due mani un berretto da autista.
- E' permesso? Siete voi il brigadiere che mi andava cercando?
Maione lo squadr.
- Non lo so. Dipende. Chi vi ha detto che stavo cercando proprio a voi?
L'ometto, come recitando una poesia, rispose:
- Dunque, io mi chiamo Laprece Salvatore, e fino a tre mesi fa facevo l'autista presso l'avvocato Piro Ludovico, che  venuto a mancare a causa del di lui ammazzamento. Una mia... conoscente, la signorina Durante Elvira, che presta servizio presso il bordello non autorizzato di madame Sonia a Santa Lucia, che ho incontrato per caso oggi, mi ha detto che una sua amica, la signorina Bambinella di San Nicola a Tolentino, che lavora privatamente in casa ma che mo' a quanto pare non lavora pi perch si  fidanzata, le ha chiesto informazioni sul mio conto.
Maione fissava l'uomo a bocca aperta.
- E allora?
- E allora, siccome questa signorina Bambinella ha detto a Durante Elvira che le informazioni gliele aveva chieste un amico suo brigadiere, Durante Elvira le ha chiesto se per caso questo amico suo se la intortava o no. E la signorina Bambinella si  messa a ridere e ha detto no, ma quando mai, quello  anziano, senza capelli e con la panza. Io allora ho pensato di venire qua per sapere come mai questo brigadiere si interessava a me, e se mi poteva per caso aiutare a cercare un lavoro, ch da quando sono stato ingiustamente licenziato non riesco a trovarlo perch nemmeno le referenze mi hanno dato.
Il brigadiere consider seriamente di far scontare all'ex autista le colpe di Bambinella, della guardia Amitrano e dello scugnizzo pernacchiatore; poi decise di concedergli la condizionale e di approfittarne per sentire dalla sua voce qualche informazione sull'indagine nascosta che stava portando avanti con Ricciardi.
- Va be', Laprece, lasciamo stare come siete venuto a conoscenza del fatto che ci servivano informazioni. S, sono proprio io che ho chiesto alla sign... a quella persona di farmi avere qualche notizia. Anche se, come vedete coi vostri occhi, non sono n anziano n senza capelli n tantomeno grasso. Allora, ditemi: per quanto tempo avete prestato servizio come autista presso la famiglia Piro?
L'uomo assunse un'aria sognante.
- Per tre anni, brigadie'. Mi occupavo della manutenzione della macchina, una Fiat 525 nera da sessantotto cavalli, bella come il sole; mi dovete credere, brigadie', a me quella vettura mi manca come una persona di famiglia.
- E come si svolgeva il vostro servizio?
- Accompagnavo l'avvocato dovunque doveva andare. E il resto del tempo, una volta messa a punto la macchina, aspettavo ordini; quindi mi aggiravo nei dintorni.
Maione sogghign.
- E mentre vi aggiravate nei dintorni avete incontrato la signorina Durante Elvira, che si aggirava pure lei, e avete fatto amicizia. Va bene, andiamo avanti: come mai siete stato licenziato? Avete fatto qualcosa che non andava?
Laprece assunse un'espressione indignata.
- No, brigadie', ma quando mai? Io nel lavoro sono sempre stato, come si dice, irresponsabile!
Maione sospir.
- Irreprensibile. Si dice irreprensibile. E allora per quale motivo vi hanno cacciato, secondo voi?
L'uomo si strinse nelle spalle.
- Brigadie', me lo sono chiesto mille volte. I soldi li tengono e la macchina gli serve, con tutto che l'avvocato  morto ammazzato. A me mi hanno detto che non volevano sostenere la spesa mo' che il padre non ci sta pi.
Maione riflett un attimo e chiese:
- Vi ricordate qualche fatto strano che  successo negli ultimi giorni prima della morte di Piro? Che so, un incontro particolare, un appuntamento inconsueto; magari lui stesso vi ha detto qualcosa, vi ha confidato...
L'autista neg con decisione.
- No, brigadie', e quando mai? Quello, pace all'anima sua, l'avvocato teneva un caratteraccio, figuratevi se si metteva a chiacchierare con me: io guidavo e lui si leggeva le carte sue. Ogni tanto mi diceva di andare piano, ma non mi ricordo che abbiamo mai parlato d'altro. E nemmeno abbiamo incontrato nessuno.
Il brigadiere si gratt la testa.
- Insomma, niente fuori dall'ordinario.
Laprece riflett un attimo, poi mormor:
- A pensarci bene, una cosa strana successe proprio il giorno stesso della morte dell'avvocato.
- Cio?
- Allora: il giorno prima eravamo andati al convento delle monache della Madonna Incoronata; sapete, dopo Pomigliano d'Arco, c' il monastero e il collegio. L'avvocato era l'amministratore e ogni tre o quattro mesi mi chiedeva di portarlo l. Lui conferiva con la superiora e io mi rinfrescavo un po'; la suora del refettorio mi faceva un caff buonissimo e mi dava pure dei biscotti che fanno loro, una roba speciale. Anche questa visita and cos, come al solito. Il giorno dopo, per, l'avvocato mi ordin di portarlo di nuovo l, come se si fosse scordato qualcosa. Non capitava mai di andare nello stesso posto due volte in due giorni.
- E vi disse per quale motivo ci voleva tornare? Era nervoso, arrabbiato, o...
- No, no. Era silenzioso, come sempre. E io non gli chiesi nulla, naturalmente. Mi fece piacere di poter mangiare qualche altro biscotto delle monache. La visita comunque dur poco, una mezz'ora, e lo riportai a casa.
Il brigadiere aveva preso appunti su un foglietto per poter riferire con precisione a Ricciardi. In fondo annot anche l'indirizzo di Laprece.
- Lapre', mi raccomando, tenetevi a disposizione ch magari vi dobbiamo chiedere qualche altra cosa.
L'ometto allarg le braccia.
- Brigadie', pi a disposizione di cos non posso stare. Vedete? Giro ancora col berretto da autista, cos magari qualcuno mi vede e mi assume. Ma chi capisce che sono uno che porta la macchina, se vado girando a piedi? Insomma, vedete voi se mi potete aiutare, anche a portare la macchina vostra, per esempio.
Maione lo guard storto.
- Non vi preoccupate, non abbiamo bisogno. Io guido benissimo! Andate, e tanti saluti alla signorina Elvira.
Laprece sospir.
- Eh, e quando la vedo pi a Elvira adesso che sto disoccupato. Beato voi che, siccome un lavoro lo tenete, potete ancora frequentare la signorina Bambinella! Mi ha detto Elvira che  bravissima a fare...
Prima che Maione potesse agguantarlo per il collo l'ometto intu le sue intenzioni e con un frettoloso saluto balz fuori dalla stanza. In un battito di ciglia era uscito dal portone.
Veloce per essere un autista a piedi, pens rabbioso il brigadiere.

35.

Marangolo parlava, sommessamente, e sembrava parlare al mare e alla collina, e alle onde che lambivano gli scogli e alle barche che dondolavano lente.
Parlava a s stesso, pens Ricciardi.
- Quando la vidi per la prima volta aveva sedici anni. Era il suo compleanno, il 17 di luglio; i suoi genitori fecero una festa nella villa al Vomero dove si ritiravano d'estate. I miei e i suoi erano amici, mezzi parenti perfino; siamo tutti mezzi parenti, come sapete. Io avevo trentott'anni, ero una specie di scapolo d'oro, tutti a chiedersi chi avrei sposato. La cosa mi divertiva, ma non ci pensavo, non mi piaceva l'idea che a decidere la mia vita fosse mio padre e glielo dissi in faccia. Non avrei dovuto nemmeno esserci, con gli amici avevamo pensato di andarcene al mare a Posillipo, a passare una giornata in barca. Invece no. Invece cedetti alla richiesta di mia madre, prendemmo la carrozza e ce ne salimmo al Vomero per la festa della figlia piccola dei Borgati di Zisa, la signorina Bianca.
Tacque per un attimo, gli occhi socchiusi. Un muscolo gli guizz sulla mascella. Il mare continu il suo lento respiro.
- Non la vedevo in pratica da quand'era nata. Conoscevo il fratello pi grande, che  morto in guerra, e la sorella che vive a Roma. Di lei avevo solo la vaga memoria di averla tenuta in braccio quand'era in fasce. C'era parecchia gente, al ricevimento. Le signore si riparavano con gli ombrellini, le vesti lunghe tenute con la mano guantata per non inzaccherarle nell'erba; gli uomini sudavano nelle marsine e sotto i cappelli a cilindro. Ero rassegnato ad annoiarmi a morte. Non sapevo che di l a poco la mia vita sarebbe cambiata per sempre.
Diede un sorso dalla tazzina, con una smorfia, e tir il cordone di un campanello. Con un breve cenno comand a Ciro, il cameriere, un altro caff e quando l'uomo glielo port continu il suo racconto, senza mai guardare se Ricciardi lo stesse ascoltando.
- Usc dopo qualche minuto dal nostro arrivo. Ancora oggi  la pi bella tra le donne del nostro ambiente, ma quel giorno, quando la guardai scendere la rampa di scale davanti alla porta della villa, di colpo mi sembr di essere in un sogno. Tutti i rumori attorno a me cessarono, l'aria si ferm, la brezza estiva smise di soffiare. Perfino il mio cuore smise di battere per non infastidire la perfezione del momento. Non era solo bella, era un angelo sceso in Terra. I capelli mandavano fiamme prese dal sole. Il collo era quello di un cigno. Le labbra, il naso sembravano disegnati da un maestro pittore. E gli occhi, barone. Quegli occhi. Li avete presente, quegli occhi? In un viaggio in Oriente ho visto una pietra che ornava una corona reale, ero sicuro fosse dello stesso colore. Ho speso una fortuna per averla, ma quando ho potuto confrontarla mi sono reso conto che era solo una pallida, vana imitazione. Non esiste altrove, quel colore. Senza poter leggere il sorriso di quegli occhi, la vita non vale niente. Niente.
La voce di Marangolo aveva un suono ipnotico. A Ricciardi parve di essere lui stesso al fianco del duca nel momento in cui gli era apparsa Bianca. Si chiese come fosse quando uno sguardo, un singolo sguardo, ti rapisce e ti porta via. A lui era successo un po' alla volta, dietro un vetro, osservando un altro vetro. Due anime divise da due lastre trasparenti, fragili e insuperabili. Il racconto continuava.
- Era giovane. Era troppo giovane. Le parlai, cercai di esercitare il fascino che derivava dalla mia ricchezza immensa. Quanto sbagliavo. Quanto sbagliai. Ci sono donne, barone, che a queste cose non fanno caso. Ci sono donne che di un uomo amano le debolezze, non la forza. Non seppi capirlo. E non ebbi il coraggio di corteggiarla esplicitamente; troppa differenza di et. Quando capii che avrei dovuto era troppo tardi. C'era gi Romualdo.
Un altro sorso di caff. Il sole ora batteva sulla finestra. Il colorito innaturale dell'uomo si fece pi evidente.
- Era un bellissimo ragazzo anche lui; devo ammettere che insieme erano perfetti. Lei mi sembrava felice, fu questo che mi imped di lottare per la mia stessa esistenza. Vedete, barone, per me contava solo il suo bene. Contava vederla sorridere. In questi anni ho fatto molto per Bianca, e lei ha creduto che fosse perch sono generoso. Non  vero. I miei erano atti di estremo egoismo; compravo a un prezzo basso il cibo necessario alla mia anima: quel sorriso. Avete visto, no? Tira appena su il labbro superiore, inclina la testa, e gli occhi mandano una luce strana, come quella del pomeriggio tardo, l'ultimo raggio di sole prima della notte. Ero presente quando si fidanz. Ero presente quando si spos. Ero presente quando Romualdo cominci a divorare tutto quello che aveva attorno. Compresa l'anima di Bianca.
Ricciardi ascoltava attento. Un gabbiano si avvicin alla finestra e si appollai su uno scoglio, fermandosi a guardare il mare senza espressione.
Il duca e l'uccello avevano una strana, grottesca somiglianza.
- Ho assistito alla rovina di Romualdo. A un certo punto ho provato a parlargli, volevo capire cosa spingesse a tanta follia un uomo che aveva avuto la fortuna indicibile di sposare una donna cos. Mi ha detto a muso duro di farmi i fatti miei. Forse avrei dovuto mettere fine al suo destino allora. No, barone, non ammazzandolo, per carit. Non  da me. Avrei dovuto comprare tutti i suoi debiti e costringerlo a smettere. Ma non resistetti alla voglia di scoprire fin dove sarebbe arrivato.
Ricciardi mormor:
- E dov' arrivato?
Marangolo si volt, un po' sorpreso, come se avesse dimenticato che il commissario era li.
- Si  giocato tutto quello che aveva. Poi anche quello che non aveva. E quando i tavoli della societ civile hanno smesso di accettare le sue cambiali, ha cominciato a perdere con gente che non perdona chi non paga.
- E dopo?
Il duca si volt di nuovo verso il mare.
- Storia recente, questa. Di un anno fa, pi o meno. Bianca venne da me; lo faceva di rado, un po' pi spesso da quando mi ero ammalato. A modo suo mi vuole bene, e questo suo affetto pietoso mi ferisce pi dell'odio.
Toss in un fazzoletto.
- Mi disse che lo avevano picchiato. Che aveva trovato una camicia strappata e un fazzoletto sporchi di sangue. Non dormivano pi insieme da tempo, ma lei lo sentiva entrare e uscire. Lo aveva udito lamentarsi durante la notte, e lui aveva evitato di incrociarla per quasi due giorni, fino a quando si erano trovati faccia a faccia: Bianca aveva visto il volto tumefatto e il braccio rigido lungo il fianco. Ebbe paura, e venne a dirmelo. M'informai e seppi con che gente si era messo. Rischiava la vita, e non sapeva come cavarsela. Fu allora che decisi di aiutarlo: quando lessi sul volto di Bianca la morte del sorriso.
Ricciardi annu. Aveva capito.
- E qui che entra in scena Ludovico Piro.
Senza voltarsi il duca contrasse i muscoli della faccia.
- Esatto. C'era questo piccolo, patetico usuraio che tentava disperatamente di introdursi nel nostro ambiente. Uno di quelli ammaliati dalla falsa lucentezza di un mondo che non capiscono e dal quale saranno sempre esclusi. Intravide la possibilit di realizzare il suo sogno pi ardito quando lo feci chiamare proprio in questa stessa stanza. Gli dissi che avrebbe dovuto avvicinare Romualdo e offrirgli aiuto, applicando il comune interesse. Io avrei finanziato l'operazione, lui avrebbe potuto lucrare il margine. Naturalmente, se e quando Romualdo non avesse fatto fronte al debito, sarei stato io a onorare le cambiali. L'unica condizione era che nessuno, nessuno mai sapesse da dove venivano quei soldi.
Il gabbiano sullo scoglio lanci un alto strido verso il mare. Il suono, forte e improvviso, fece sobbalzare Ricciardi sulla poltrona. Marangolo non sembr nemmeno accorgersene.
- Ben presto, di cambiale in cambiale, Ludovico divent l'unico creditore di Romualdo. Gli restava il palazzo, il cui valore  inferiore all'ammontare del debito, ma io non potevo consentire che Bianca perdesse la casa in cui viveva. Di tanto in tanto andavo a trovarla, ma lei aveva intuito qualcosa, non so come. Le ultime volte, accampando una scusa, un'indisposizione o un impegno, evit di incontrarmi. Ero addolorato, ma almeno potevo pensare di averla salvata dalla rovina. E gi tanto, no?
Ricciardi non rispose alla domanda. Chiese invece:
- E cos arriviamo a quella fatidica sera, duca. Che cosa  successo?
Marangolo si volt e and a sedersi in poltrona. Ora sulla faccia gli si leggeva l'approssimarsi della morte.
- Piro aveva deciso di non accettare la proroga delle cambiali di Romualdo. Non so perch. Lo mandai a chiamare, ma non venne. Andai a casa sua, non mi ricevette. Gli mandai a dire che volevo saldargli integralmente il debito, mi fece rispondere che non era interessato. Voleva la rovina di Romualdo. Lo voleva in galera per debiti, o suicida. Le cambiali erano a suo nome, non potevo fare nulla.
Ricciardi fissava il duca al di sopra delle mani intrecciate, la posizione che assumeva quando era al massimo della concentrazione.
- Si potrebbe pensare, alla luce della storia che mi avete raccontato, che eravate voi a volere la rovina del conte. Voi, finalmente certo che la sua parabola si sarebbe presto conclusa, galera o colpo di pistola che fosse. Cos avreste avuto quello che avevate desiderato per tutta la vita.
Il duca trasal, e nella penombra della stanza parve un teschio. Si distese, mesto.
- Si potrebbe pensare, se non fosse che sto per morire. Se non fosse che il mio fegato ha deciso che non c' molto tempo ancora, a onta di quello che vanno blaterando per spillarmi altri quattrini i medici che pago profumatamente. E se non fosse che conosco Bianca, e so che mai e poi mai starebbe vicino a un uomo per riconoscenza o per piet.
Vedete, barone, a Bianca  rimasta solo la sua reputazione, e l'opinione che ha di s stessa. Non ha altro. Un nome e un'immagine in uno specchio. Quindi io non avr mai Bianca, per il semplice motivo che non mi ama.
Ricciardi si alz.
- Perch Piro ha messo fine a questa pantomima? Il suo era un guadagno enorme e sicuro. Poteva continuare e non sarebbe successo niente. Perch lo ha fatto?
Marangolo giunse le mani, le dita intrecciate.
- Non lo so. Giuro che non ne ho idea: Me lo sono chiesto mille volte, e non riesco a capire per quale motivo un uomo cos venale, meschino e vile abbia voluto tirare il collo alla gallina dalle uova d'oro. Rimettendoci la pelle, per giunta.
- Quindi voi siete convinto che sia stato il conte di Roccaspina a uccidere Piro. E cos?
Marangolo sembrava sfinito.
- S, barone. E stato lui. Chi altro avrebbe avuto interesse a farlo? Piro voleva mettere le cambiali all'incasso, il nome dei Roccaspina sarebbe stato protestato e sarebbe stata la rovina. L'alternativa era porre fine alla propria stessa vita.
- Quindi per quale motivo siete andato dalla contessa, quella sera?
- Per avvertirla. Per dirle che le cose stavano precipitando, che non mi chiedesse il perch, ma io sapevo, ne ero certo, che il marito avrebbe potuto compiere il gesto estremo. Solo che pensavo al suicidio, non all'omicidio di Piro. Lo confesso, Romualdo mi ha sorpreso: non lo ritenevo capace di un atto del genere.
Ricciardi assent. Il gabbiano si alz in volo con un altro strido e spari alla vista. Il mare continuava indifferente il suo perenne movimento, ma adesso metteva paura.
Il commissario salut il duca, ma quando stava per andarsene si volt verso di lui e chiese:
- Un'ultima domanda. Voi sapevate, lo avete detto, che la contessa non vi avrebbe mai voluto; e avevate ottimi motivi per odiare il conte di Roccaspina, che vi ha tolto la possibilit di averla e che poi le ha rovinato la giovent.
Per quale motivo lo avete aiutato?
Marangolo sorrise di nuovo.
- Davvero non lo capite, Malomonte?
Io la amo. La amer fino alla morte. E anche dopo.

36.

Enrica aveva sentito l'urgenza di andare vicino al mare.
Non le accadeva spesso. Piuttosto, quando era libera dalle lezioni ai ragazzi, dalla cura dei fratelli o dalle faccende domestiche, era incline a starsene a casa. Inoltre c'era da preparare il cambio di stagione, un'impresa ciclopica che consisteva nel riporre gli indumenti estivi e mettere in opera quelli invernali, molti dei quali avrebbero dovuto essere lavati e stirati. Ma stavolta, cedendo a un impulso, aveva preso il cappello e senza avvisare nessuno era uscita.
Aveva bisogno di un po' d'orizzonte, e di azzurro.
L'azzurro era il colore di quella citt, diceva il padre. Vedi, tesoro? Azzurro il cielo, per quasi tutto l'anno. Azzurro il mare, che spunta inatteso dietro le curve, o alla fine di una salita. Azzurra la luce che entra nelle case, dalle finestre e anche dai portoni, appena li apri. Una citt azzurra. Quindi per trovare equilibrio e serenit, le diceva, cerca l'azzurro. Starai subito meglio.
Aveva bisogno di equilibrio, Enrica? Non era serena? Perch aveva avvertito questa necessit? Fin da piccola era sempre stata capace di trovare l'equilibrio senza difficolt. Anche se tutto attorno a lei si spostava, cambiava o si alterava, il suo carattere era in grado di ricollocare l'umore. su una nuova prospettiva. Era un dono, lo sapeva, lei non era il tipo che si dispera, che piange sul latte versato, che si agita inutilmente. Era sentimentale e intimista, ma anche molto razionale. Sapeva accettare i cambiamenti, se non aveva la forza di orientarli.
Si adattava.
E allora perch, pensava mentre percorreva la lunga, leggera discesa che dalla grande piazza portava al mare, adesso si sentiva cos inquieta?
Dipendeva forse da Manfred?
Aveva temuto quella cena, cui si era sentita costretta per compiacere la madre. Aveva temuto il nuovo incontro con quell'ufficiale di un esercito straniero che veniva ancora ricordato come nemico; un vedovo, un tedesco orgoglioso del proprio Paese, che molti guardavano con sospetto. Aveva temuto le diversit profonde tra le sue idee politiche e quelle del padre, radicalmente differenti. Aveva temuto che la madre, nella sua ansia di risolvere la solitudine di quella figlia zitella, si comportasse come una commerciante che magnifica della mercanzia un po' avariata pur di venderla. Si era preoccupata per i fratellini, la cui ingenuit avrebbe potuto tradire i pettegolezzi tra vicine di casa di cui erano stati testimoni, rendendoli perci molesti.
Aveva temuto che la serata si risolvesse in un disastro.
Lo aveva temuto o segretamente lo aveva sperato?
Una vocina fastidiosa cercava di farsi spazio nella sua mente, giocando con i sentimenti contrapposti che l'affollavano: la zitt.
Timori inutili: nulla era accaduto. Manfred, e conoscendolo c'era da aspettarselo, era piaciuto a tutti, incluso il padre, uomo poco abituato a esternare; Enrica ne aveva letto lo sguardo, e interpretato il sollievo. La madre, ovviamente, ne era pazza, ormai non parlava d'altro; la mattina aveva in pratica convocato un'assemblea di condominio per fornire ai vicini un preciso resoconto della cena, comprensivo di una patetica imitazione dei mugolii di apprezzamento dell'ospite per il cibo. Quanto ai fratelli, non mollavano un secondo i giocattoli di legno intagliato che erano stati loro regalati, e Susanna si era lanciata in intricate, asfissianti ipotesi sulle somiglianze dei figli che Enrica avrebbe avuto dopo l'ormai inevitabile matrimonio con quell'atletico, bellissimo e simpaticissimo maggiore della Reichswehr, la "Difesa dello Stato" come lui le aveva spiegato, che poi in buona sostanza era l'esercito tedesco.
Forse, riflett Enrica quando finalmente si ritrov sul lungomare e tir un lungo respiro pieno di sale e di scogli, pi che il bisogno di azzurro a spingerla fuori era stata la voglia di silenzio.
E lei? Lei cosa aveva provato vedendo Manfred mangiare nei suoi piatti, bere dai suoi bicchieri, sedere nel suo salotto in mezzo alla sua famiglia? Aveva forse provato un senso di intrusione, come con Sebastiano e gli altri pretendenti che la madre aveva cercato di rifilarle?
No. Doveva essere onesta. Le aveva fatto piacere, si era sentita gratificata dall'interesse di un uomo al quale nulla mancava per essere desiderabile e interessante. Era colto, sensibile, intelligente, perfino bello. Nessuna zona d'ombra, nessun mistero: Manfred era quello che si vedeva, e quello che si vedeva era pi che soddisfacente.
Enrica aveva apprezzato la sua conversazione, aveva gradito il modo in cui aveva sorvolato sui temi che potevano risultare sgraditi al padre, nonostante i tentativi del cognato di trascinarlo su posizioni pi estreme. Magari le condivideva, certe opinioni, ma aveva mostrato sensibilit nei confronti di Giulio. Ed era rimasta colpita da come aveva saputo trattare i piccoli, ai quali aveva dato spazio e coi quali si era subito inteso. Sarebbe stato un padre meraviglioso, Manfred.
Dei figli di chi?, si intromise di nuovo la vocina fastidiosa. Tuoi? S, rispose, miei, perch no? Non ho il diritto anch'io di essere felice? Non posso avere una casa e una famiglia mia? Dove? In Germania?, chiese la vocina. In Baviera? E saranno biondi, i tuoi figli? Parleranno un'altra lingua?
Star a me farne i figli che desidero, si disse con orgoglio. Sar io a farli crescere da italiani.
Fece scorrere lo sguardo sugli scogli, mentre il mare accarezzava la terra come un velluto. Dove sei?, pens all'improvviso. Dove sei, adesso? Perch non sei qui, con me, a spiegarmi?
L'ora del pranzo stava svuotando la via. Il sole colpiva gli occhi di Enrica attraverso le lenti; la leggera brezza che si alzava dal mare la costringeva a tenere il cappello con una mano, mentre l'altra reggeva la borsa. Si volt.
E lo vide.
Le parve che mente e cuore si fossero messi d'accordo per giocarle un brutto scherzo. Il cuore salt un battito; ne salt un altro. Poi recuper il tempo perduto mettendosi a galoppare impazzito nella sua gola e nelle sue orecchie. Dio mio, pens. Dio mio, dove scappo adesso?
Ricciardi se la trov davanti mentre usciva dal circolo, la mente piena di vento e sabbia come se fosse esposta a una tempesta nel deserto. Il colloquio col duca Marangolo aveva affondato rami in un terreno intimo che lui non avrebbe mai voluto smuovere, e ora si sentiva a disagio. Il riferimento al padre, alla propria famiglia, e a un passato di cui, in modo colpevole, non si era mai curato. Essere chiamato col titolo e col nome ai quali da anni aveva voltato le spalle, comprendere per la prima volta di non essere, probabilmente, l'uomo che i genitori avevano sperato che diventasse, lo avevano scosso in profondit.
E l'amore. Era stato al cospetto di un sentimento enorme ed estremo, che aveva riempito una vita come quella del duca, una vita che avrebbe potuto essere piena di ogni altra cosa. L'immagine di una ragazza in una mattina di luglio e l'esistenza di quell'uomo era cambiata, per sempre. Eppure era chiaro che Marangolo non avrebbe fatto a meno di quell'amore irrealizzato. Se lo teneva stretto fra le braccia, non si pentiva di nulla, se non di non aver fatto ancora di pi per una donna che non lo aveva voluto.
Aveva pensato a s stesso, Ricciardi. Alla punizione che si infliggeva ogni giorno, e all'amore che provava per Enrica. Alla certezza che anche lui sarebbe stato solo testimone del futuro della donna che amava, un futuro che lo escludeva.
Uscendo aveva incrociato Livia. Al di l di un'ampia vetrata, illuminata dal sole sul terrazzo del circolo, rideva in mezzo a una corte di sei uomini che cercavano di farsi notare, ammaliati dalla sua bellezza. Si erano guardati per un attimo, e la risata della donna si era spenta all'improvviso, lasciando trasparire i segni della sofferenza e della mancanza di sonno sotto il cappellino rosso e i capelli acconciati all'ultima moda, sotto il belletto e il rossetto. Gli occhi le si erano riempiti di dolore e malinconia, ma era stato un attimo: subito aveva ripreso a ridere, civettando con i corteggiatori, sfidando le occhiatacce delle altre donne in disparte.
Lui era uscito in fretta, sentendo montare in petto un malessere che era nausea di s stesso, e coscienza di non appartenere n al mondo di Livia n a quello di Enrica.
Livia ed Enrica al di l di un vetro, e lui sempre dal lato sbagliato.
Poi, in strada, mentre cercava di concentrarsi sul caso Roccaspina, una donna, l'unico altro essere che passava in quel momento lungo quel tratto di strada, si era voltata verso di lui.
Ed era Enrica.
Restarono l a guardarsi, entrambi sconvolti dalla coincidenza del pensiero con la realt, entrambi consapevoli della mancanza di vie di fuga da un incontro al quale non erano preparati, al quale non sarebbero mai stati preparati, entrambi con la testa piena di vento e sabbia e senza la capacit di articolare un pensiero, figurarsi una parola.
Entrambi col cuore in gola.
Ricciardi si avvicin. Avrebbe, per una volta, voluto indossare il cappello, cos avrebbe salutato con un gesto, ma al solito ne era privo.
- Buongiorno. Io... chiedo scusa. Non mi aspettavo di trovarvi qui, e... Chiedo scusa.
Enrica avrebbe voluto sorridere amabilmente. Avrebbe voluto dire solo buongiorno a voi, e proseguire per la propria strada maledicendo il momento in cui aveva sentito il bisogno del mare.
Invece il suo cuore prese possesso della bocca.
- Scusa? Mi chiedete scusa? E di che cosa, mi chiedete scusa? Di avermi scritto, di avermi... guardata per tanto tempo e poi di esservene andato? Di non avermi pi cercata? Di avermi fatto credere che voi... che voi e io...
Gli occhi le si riempirono di lacrime, appannandole le lenti. Si morse il labbro inferiore, inspirando forte. Non piangere, stupida. Non piangere, accidenti a te.
Alle sue spalle un gabbiano fissava il mare annoiato.
Lui aveva gli occhi sgranati, come se avesse paura, come se si trovasse in un incubo da cui non riusciva a svegliarsi.
Alle sue spalle i due bambini morti si abbracciavano.
- ... un altro.
Aveva appena mormorato. Non sapeva che cosa voleva dire.
- Che dite? Che cosa, un altro?
Mise fuori l'aria dai polmoni in un solo respiro.
- Un altro! C' un altro, un'altra persona nella vostra vita. Non  forse cos? Io, io... - si batt con l'indice sul petto, - io vi ho visti. Ho visto che... Vi ho visti.
Enrica pens alla finestra illuminata che aveva scorto la sera precedente, mentre andava a riporre le stoviglie, al brivido caldo che aveva sentito in petto. E sent gonfiare dentro di s una rabbia infinita, la reazione all'orgoglio calpestato.
Quell'uomo, che l'aveva illusa e abbandonata; quell'uomo che aveva visto molte volte con la donna forestiera; quell'uomo che le aveva fatto immaginare di essere innamorato di lei, adesso la rimproverava per avere invitato una persona a cena. Per quello che ne sapeva lui, poteva benissimo essere un amico del cognato, o un lontano parente: come osava accusarla?
Strinse la mascella e sibil.
- Voi, come vi permettete, voi, di dire a me che c' un altro? Quale diritto avete? Mi avete mai detto, o scritto, che mi volete bene? Io, io vi avrei aspettato chiss quanto, non lo capite? Bastava un gesto, un gesto solo e io... Ma a che serve? A che serve tutto questo... - Agit la mano attorno, incoerentemente. Le lacrime le scendevano lungo le guance in un flusso inarrestabile. - A che serve tutto questo mare, me lo sapete dire? A che serve, il mare?
Con quest'ultima, assurda domanda si gir per andarsene.
Dopo pochi passi si ferm e disse:
- Scusatemi. Vi porgo le mie condoglianze per la signora Rosa. Io, sapete, le volevo molto bene.
Ricciardi rimase con una mano alzata a met, gli occhi sgranati nel nulla.
Non riusciva a capire a cosa servisse tutto quel mare.

37.

Maione friggeva dalla voglia di raccontare a Ricciardi di Laprece, l'autista licenziato troppo in fretta, ed era curioso di sapere com'era andato l'incontro con il famoso duca Marangolo, l'uomo che la sera prima del delitto era stato a casa Roccaspina. Cos, appena gli dissero che il superiore era rientrato, si avvi di corsa su per le scale.
Ormai era sera e il brigadiere cominciava a essere in ansia; il commissario era uscito la mattina poco dopo le dieci e lui aveva gi dovuto coprirne l'assenza in una delle inutili riunioni di quell'idiota di Garzo. Si era inventato una chiamata di Modo dall'ospedale per un ferimento sospetto, e aveva avvisato l'amico medico per telefono caso mai qualcuno avesse avuto la bella idea di verificare. Il dottore aveva soffocato una risata: ferimenti sospetti ne aveva quanti ne volevano, quindi non c'era che da scegliere, e al massimo c'era il suo mal di testa, di cui, rifer sibillino al brigadiere, Ricciardi sapeva qualcosa.
Maione aveva riagganciato senza approfondire. Gli era rimasta una sensazione di inquietudine: il commissario continuava a comportarsi in maniera strana, non era quello che lui credeva di conoscere bene.
La preoccupazione crebbe ai massimi livelli quando, dopo aver bussato e inutilmente atteso il permesso di entrare, si decise ad aprire la porta dell'ufficio. Ricciardi era seduto al proprio posto, la testa chinata sul tavolo come se stesse leggendo qualcosa. Ma non c'era nulla davanti a lui.
Maione raccolse la giacca del superiore, che giaceva a terra ai piedi dell'attaccapanni, e l'appese.
- Commissario... commissa'... state bene, s? Vi porto qualcosa, un poco d'acqua, un surrogato... no, il surrogato  meglio di no. Per favore, commissa', rispondetemi, non mi fate agitare.
Ricciardi alz lentamente il viso verso di lui. Era terreo, gli occhi infossati, i capelli attaccati alla fronte in ciuffi scomposti come se fosse rimasto a lungo sotto la pioggia. Il brigadiere sent il cuore balzargli in petto.
- Commissa', che avete? Vado a chiamare il dottore, forse tenete la febbre, forse...
Ricciardi alz la mano per fermarlo.
- No. No. Stai tranquillo, Raffaele. Ho fatto... ho fatto una lunga camminata, avevo bisogno di schiarirmi le idee. Fa caldo, fa ancora caldo fuori, e ho sudato un po'. Stai tranquillo.
Maione lo scrutava.
- Commissa', perdonatemi, non posso stare tranquillo. La perdita della signora Rosa  stata forte, io lo capisco. Per voi vi dovete riprendere e stare un poco pi sereno, questo fatto che non dite niente non va bene. Facciamo cos: stasera venite a mangiare da me, e vedrete che vi sentirete subito meglio.
Ricciardi lo fissava come se il brigadiere stesse parlando un'altra lingua. Poi sorrise con dolcezza, cosa che, se possibile, spavent il sottoposto ancora di pi.
- Non  il caso, credimi. Ho solo voluto godermi una bella giornata di settembre. Allora, ci sono novit?
Dopo un attimo di silenzio perplesso, Maione decise di assecondare il commissario e di ricondurlo al caso sul quale stavano indagando.
Pot finalmente raccontargli della visita di Laprece, abbondando nei particolari e cercando di riportare fedelmente le parole dell'autista. Alla fine Ricciardi annu. Maione non riusciva a liberarsi dalla sgradevole impressione che stesse male o fosse ubriaco, o entrambe le cose.
- Ha detto cos? Che siccome il padre era morto, non avevano pi bisogno di lui? E ti  sembrato che dicesse la verit? Era sincero, insomma?
Il brigadiere si strinse nelle spalle.
- E s, commissa', credo di s. E a voi, com' andata? Che vi ha detto il duca?
Ricciardi raccont a Maione il colloquio con Marangolo senza omettere nulla. Il tono della sua voce era piatto, inespressivo; gli occhi verdi guardavano nel vuoto. Il brigadiere era sempre pi a disagio. Alla fine disse:
- Insomma, commissa', stiamo raccogliendo un sacco di notizie importanti ma ancora non riusciamo ad allontanarci dall'ipotesi pi probabile, cio che l'assassino di Piro  il conte di Roccaspina. Pure il duca ne  convinto, e l'autista non ha detto niente di interessante.
Ricciardi mormor:
- E no, Raffaele. Qualcosa l'autista ce l'ha detto: Piro  andato al convento della Madonna Incoronata per due giorni consecutivi, e non era una cosa che usava fare. Alle coincidenze, lo sai, io non ci credo. Dobbiamo parlare un'altra volta con la signora. Dobbiamo capire se ha omesso qualcosa.
Maione tir fuori l'orologio dal taschino.
- Ma mo' non  tardi, commissa'? Magari domani...
Ricciardi si alz di scatto dalla scrivania.
- No, meglio fare subito. Altrimenti, magari, vengono a sapere che abbiamo parlato con l'autista e si organizzano per non risponderci. Ricorda che ci stiamo muovendo per vie non ufficiali e possono bloccarci da un momento all'altro. Ma tu non ti preoccupare, torna pure a casa, vado da solo.
Maione era gi alla porta; teneva aperta la giacca di Ricciardi.
- Figuratevi se vi faccio andare a voi solo, commissa'. Gi  chiaro che ho sbagliato a non venire con voi stamattina. Andiamo.
Incontrarono la moglie di Piro a pochi metri dal suo portone, mentre rientrava. Aveva il viso segnato e gli occhi rossi, sembrava avesse appena finito di piangere.
Ricciardi, un po' imbarazzato, le disse:
- Buonasera, signora. Volevamo parlarvi, ma forse  meglio se passiamo in un altro momento.
- No. No, figuratevi; tanto ormai devo abituarmi alle difficolt. Volete salire?
Il commissario scosse il capo.
- Non  il caso,  una cosa rapida. Ci basta un minuto. La donna tir fuori un fazzoletto dalla manica e si soffi il naso.
- Dite pure.
- Il rapporto d'affari che vostro marito aveva col conte di Roccaspina, avete idea di che natura fosse? La donna fece una smorfia.
- Quel maledetto assassino doveva a mio marito molti soldi, questo so. Ve l'ho detto, aiutavo Ludovico a tenere i registri.
- E vostro marito che diceva di questo grosso credito?
Non temeva che non fosse onorato?
- No. Non ha mai avuto questa paura. Ogni volta che la somma aumentava, io gli chiedevo se non fosse meglio fermarsi, ma lui rideva e diceva: questi sono i soldi pi sicuri che abbiamo. Non ho mai saputo il perch. Mio marito, vedete, non amava parlare di certe cose. Per era disordinato, e io gli ero necessaria per i conteggi.
- Ed  stato cos fino all'ultimo? - chiese Maione. - Fino al litigio avvenuto il giorno prima del delitto?
- Certo. Fino a quel litigio, che vi confermo non so per quale motivo avvenne, Roccaspina era il miglior cliente di mio marito, almeno cos sosteneva Ludovico.
Ricciardi prov a insistere.
- E voi non sapete da dove vostro marito prendesse i soldi che prestava a Roccaspina,  cos?
Costanza Piro aggrott la fronte.
- Che volete dire, commissario? Mio marito investiva i soldi degli enti che amministrava, retribuendo gli interessi e vivendo della differenza. Un lavoro rischioso e difficile, ma Ludovico era un uomo di grande coraggio e intelligenza. Si meritava ogni lira che guadagnava; il suo unico pensiero era la famiglia. E io, ora, sono sola e non so che fare.
Cominci a piangere, singhiozzando nel fazzoletto. Maione e Ricciardi si scambiarono un'occhiata. Poi il commissario si conged.
- Grazie, signora. Non vi disturbiamo oltre. Buona serata.
La donna fece un breve inchino col capo e si volt verso il portone, ma prima che rientrasse Ricciardi la chiam.
- Un'ultima cosa, signora. Sapete dirmi per quale motivo vostro marito, il giorno in cui  morto e pure quello prima, si  fatto accompagnare dall'autista al convento della Madonna Incoronata?
La Piro si blocc, una mano che teneva aperto il battente, come se fosse diventata una statua di sale. Ruot il capo di pochi gradi e, senza nemmeno guardare i due poliziotti sibil, secca:
- A ben pensarci, signori, s, mi disturbate. Mi disturbate assai. E devo pregarvi di non tornare pi, perch abbiamo gi abbastanza dolore senza bisogno che veniate qui a rinnovarcelo. Spero di non rivedervi, altrimenti sar costretta a chiedere a qualcuna delle amicizie altolocate di mio marito, e credetemi che ce ne sono, di difendere la nostra pace familiare. Buona serata.
E spar nell'androne.

Secondo interludio
Il vecchio smette di suonare alla fine del ritornello. Il ragazzo ne osserva le mani.
E' incredibile la metamorfosi che subiscono quando non si muovono sopra il piccolo strumento. Sulle corde volano come farfalle, ogni singolo tocco  fermo e preciso, la pressione delle dita non ha mai incertezze. Appena l'eco della musica si dissolve nell'aria, lasciando in eredit la struggente nostalgia delle note, tornano a essere due artigli adunchi percorsi dal tremore.
Il ragazzo si accorge di nuovo di aver trattenuto il fiato, e permette al respiro di uscire in un soffio sommesso. Pe' te ne vul caccia, pensa. Lui brucia la sua stessa mano, per volerla cacciare via.
Durante la seconda strofa gli  successo qualcosa. Ha smesso di pensare all'esecuzione, alla sequenza degli accordi, alle soluzioni musicali. Non ha pi seguito con le mani, imitando il percorso delle dita sul manico dello strumento come se stesse suonando lui stesso anzi, come se stesse accompagnando il vecchio alla chitarra.
Ha smesso.
E ha seguito il racconto. La storia dell'uomo di quarantacinque anni che nella prima strofa guardava la falena volare in cerchio nella notte, irresistibilmente attratta dalla sua stessa rovina; e quell'attrazione era la lettera che lei, la bellissima ragazza, gli aveva scritto. Io vi amo, non lo capite? Vi amo. L'uomo, che ritiene impossibile quell'amore, cerca di difenderla, nella prima strofa; le dice: falena, questa  una candela, non un fiore. Pu attirarti con la sua luminosit, ma non ti nutrir. Ti far morire, invece. E morire tra atroci tormenti.
Cos era la prima strofa, e adesso il ragazzo pensa che questa seconda parte significa tutt'altro.
Il vecchio appoggia lo strumento nella custodia e si alza dalla poltrona. Il ragazzo si solleva a met dallo sgabello, per aiutarlo, ma il vecchio gli fa cenno di no. Trascina il passo verso la finestra, scosta l'anta spalancandola per intero. Tutto l'azzurro del mondo esplode nel riquadro, in contrasto con la penombra grigia e polverosa in cui  immersa la stanza. Dal suo posto il ragazzo guarda il profilo affilato e sghembo del vecchio, il reticolo fittissimo delle rughe, l'occhio strizzato nella luce. Le mani tremanti, aggrappate al davanzale, lo fanno sembrare appollaiato, in tutto simile ai piccioni che tubano sulla vicina grondaia.
A mezza voce chiede: a che serve, tutto questo mare?
Il ragazzo sta pensando ancora alla strofa che si  appena conclusa. L'ha cantata ogni sera per anni, ma  la prima volta che la sente.
Maestro, dice, lui ha paura. E cos? Ha paura. Lui difende s stesso, non la ragazza. Almeno, non solo lei.
Il vecchio non distoglie gli occhi dal mare, ma gli risponde: si, bravo. Cominci a capire la storia. La seconda strofa non spiega la prima, non porta il paragone della falena nel mondo reale. La ragazza e la falena sono due cose distinte e separate. Volano tutt'e due, la falena di fiore in fiore, la ragazza di uomo in uomo. Perch lei, la ragazza, cos ingenua e fragile non , o almeno non sa di esserlo. E allora lui s, ha paura per s stesso come ha paura per lei. Ma lo sai che sta dicendo?
Il ragazzo mormora: s, lo so. Credo, almeno. Sta dicendo che non pu farci niente. Che non lo pu impedire, che non ha la forza. Prega lei di andarsene, perch lui non ce la fa.
Il vecchio si volta e gli sorride, e la faccia rugosa si raggrinzisce ancora di pi.
Precisamente, dice. Le spiega, prova a spiegarle che sta giocando con una cosa che in realt brucia, ferisce e infine uccide.
Il giovane alza gli occhi neri sul vecchio che si staglia nel riquadro della finestra, con tutto quel mare inutile alle spalle.
Ma come and, Maestro? La lettera, lui... Le rispose? La volle? Lei se ne and? Rimase? Come fin?
Il vecchio non risponde subito. Si trascina verso la poltrona, si siede con un lieve lamento. Le ossa scrocchiano con un rumore secco. Una mano tremante si allunga verso lo strumento e lo riporta in grembo, come se il grembo fosse un'altra custodia.
Dice, a bassa voce: non conta. Conta la canzone, quello  il racconto. Ma  bello che ti chiedi che  successo a loro due, com' andata. E bello perch hai capito che la canzone  una storia. Bravo.
Fa un accordo: dolce e disperato, sofferente e pietoso. Una richiesta di aiuto, il racconto di una lacerazione senza pace. In un solo, misero accordo. Il ragazzo pensa: non ce la far mai. Non potr mai essere cos bravo; e con le mani in quelle condizioni. Io non sapr mai suonare cos. E se non suono cos, non posso raccontare una storia.
Lo ha solo pensato, una serie di lampi sconnessi nella testa, ma il vecchio si ferma e si volta a fissarlo dagli occhi immersi nelle rughe.
No, non lo pensare nemmeno. Devi solo eliminare le barriere, ci vuole un poco di tempo, ma una volta capito questo, che stai raccontando una storia con le mani, allora sarai bravissimo. Pure pi bravo di me, perch a te le mani non ti tremano.
Il ragazzo sente un lungo brivido sulla schiena; devo stare attento a quello che penso, riflette assurdamente. Questo mi sente pensare.
Il vecchio riprende a raccontare la sua storia con le mani. Per l'ultima strofa.

Torna, va', palomma 'e notte, dint'a ll'ombra addo' si' nata! Torna a 'st'aria 'mbarzamata ca te sape cunsul!

Dint' 'o scuro e pe' me sulo 'sta cannela arde e se struje, ma c'ardesse a tutt'e dduje, nun 'o ppozzo suppurt!

Vattenn' 'a lloco!
Vattenne, pazzarella! Va', palummella, e torna, e torna a 'st'aria accuss fresca e bella! 'O bb ca i' pure mm'abbaglio chianu chiano, e ca mm'abbrucio 'a mano pe' te ne vul cacci?

(Torna, va', farfalla di notte, nell'ombra dove sei nata! Torna a quest'aria imbalsamata che ti sa consolare!

Nel buio e solo per me
questa candela arde e si strugge, ma che arda tutti e due, non lo posso sopportare!

Vattene da l! Vattene, pazza!
Va', farfallina, e torna, e torna a quest'aria
cos fresca e bella!
Lo vedi che anch'io
mi abbaglio piano piano e che mi brucio la mano per volerti cacciare via?)

38.

Ricciardi scendeva gi per la strada grande, diretto all'ufficio, dopo una notte quasi del tutto insonne.
Era stato difficile aspettare l'alba, con le immagini che si rincorrevano dietro e davanti agli occhi, volti ed espressioni, e sole e mare e bambini morti abbracciati a ricordargli il dolore. E nelle orecchie la confusione non era certo meno, con le parole del duca e della moglie di Piro e soprattutto di Enrica: tutto si affastellava nella sua mente stanca e vigile, assonnata e sveglia, macinando senza sosta il passato e il futuro per ricostruire un presente senza senso.
L'aveva incontrata, non poteva crederci. L'aveva incontrata dopo averla spiata la sera prima dallo spiraglio delle tende e le aveva perfino detto di quell'uomo, ripensando alla notte di Ischia e a quello che aveva visto nascosto dietro le fronde, e lei gli aveva gettato la colpa addosso. Ma qual era la sua colpa? Era solo. Era rimasto senza nessuno a pensarlo. Mentre Enrica aveva una famiglia numerosa come un esercito. E qualcuno che la baciava sotto le stelle.
E poi, che diamine voleva dire: a che serve tutto questo mare? Che avrebbe dovuto risponderle?
Ricciardi camminava, lo sguardo chino e le mani in tasca. Camminava avendo nella testa lo stesso vento e la stessa sabbia del giorno prima. E il vento portava in giro in maniera disordinata anche le poche, confuse idee sul caso Roccaspina, al quale sentiva di non dedicarsi abbastanza.
La composta sofferenza della contessa che gli aveva chiesto aiuto avrebbe meritato la chiarezza di un rifiuto, invece di una carenza di attenzione.
La via andava popolandosi, un po' in ritardo rispetto al reticolo dei vicoli che si dipanavano a monte e a valle. Il commissario ascoltava i richiami da una casa all'altra, il suono delle imposte che si aprivano al nuovo giorno. Sempre cos, alle sette di mattina: un altro mondo, un minuscolo universo di volti e sentimenti.
Un gruppetto festoso di ragazzi gli pass davanti di corsa, con la cartella in spalla. Qualche scuola aveva cominciato ad accogliere gli alunni per i corsi di preparazione al passaggio di classe; era quel periodo ibrido in cui gli ultimi bagnanti in calzoncini e a piedi nudi incrociavano i primi scolari in divisa.
A poca distanza il commissario vide una figura che per statura avrebbe potuto tranquillamente essere uno dei giovani in transito per il mare o una scuola, ma la cui divisa non lasciava adito a dubbi. Quando gli arriv vicino si ferm incuriosito.
- Don Pierino, buongiorno. Come mai in giro cos presto e da queste parti?
Il piccolo prete gli rivolse un largo sorriso.
- Semplice, commissario. Aspettavo voi. Mi potete concedere un minuto?
Ricciardi aveva incontrato don Pierino un anno e mezzo prima, nel corso dell'indagine sull'omicidio del marito di Livia. Avevano simpatizzato, pur essendo diversi che di pi non si poteva. Il prete era allegro, estroverso, appassionato di musica lirica, il poliziotto, che fra l'altro provava un certo fastidio per le rappresentazioni basate sulla finzione dei sentimenti, l'esatto l'opposto. Per condividevano un sincero, profondo senso di partecipazione all'altrui dolore, un territorio abbastanza ampio per ospitare, se non una vera e propria amicizia, almeno un rapporto di buona confidenza.
- Ma certo, padre, - disse perci Ricciardi. - Che succede? Avete bisogno di aiuto?
Don Pierino alz una mano.
- Eh, di aiuto ne servirebbe eccome: gente che si ammala, bambini che non hanno da mangiare, capifamiglia sbattuti in carcere senza avere i soldi per difendersi da accuse strampalate; povere donne costrette a prostituirsi per dare da mangiare alle famiglie, vittime dell'usura, e chi pi ne ha pi ne metta. Ma queste sono cose che conoscete gi, e anzi voi siete tra i pochi che combattono dalla mia stessa parte, credete che non lo sappia?
- Facciamo del nostro meglio, padre. Ma ditemi, allora, cosa posso fare per voi?
Il prete prese Ricciardi sottobraccio e gli indic la strada in direzione della questura.
- Vi accompagno fino all'angolo, se non vi dispiace. Vorrei parlarvi di una questione. Si incamminarono.
Erano una coppia davvero strana. Ogni tanto incrociavano qualcuno che riconosceva l'uno o l'altro, e le reazioni erano, a seconda del caso, molto diverse. Ricciardi dovette ammettere che don Pierino, era evidente, risultava assai pi apprezzato. Certo un prete fa pi simpatia di un poliziotto, pens, ma forse il suo atteggiamento un po' fosco contribuiva.
- Commissario, - disse il sacerdote, - vi devo chiedere uno sforzo d'immaginazione. Immaginate un prete, diciamo un vice parroco, bellissimo e buonissimo, alto e biondo, in odore di santit. Ci riuscite?
Suo malgrado, e nonostante la nottataccia, Ricciardi si trov a sorridere.
- S, non ho difficolt, soprattutto in questo momento. Andate pure avanti.
- Ecco, supponete che un giorno questo straordinario modello di bellezza e virt riceva la visita in sacrestia di un suo amico, una persona buona e rispettabile, ma assai riservata: uno di quelli che prima di fare una confidenza personale si lasciano torturare. E supponete che questa persona si metta a chiacchierare come non  mai successo, e che il vice parroco si renda conto di come le sue parole nascondano grande sofferenza. D'accordo?
Ricciardi era incuriosito, non aveva la minima idea di dove don Pierino volesse andare a parare.
- S, padre, - rispose.
- Ecco, - riprese don Pierino, rallentando l'andatura, - secondo voi quel vice parroco alto e biondo e santo cosa dovrebbe fare? Accogliere le confidenze del suo amico, non in confessione sia chiaro, e cercare di dargli conforto oppure prendere l'iniziativa di dargli una mano?
Il commissario si blocc.
- Padre, se si tratta di cosa che riguarda il mio lavoro, vi prego, non abbiate timore. Possiamo intervenire con discrezione e senza rivelare la provenienza di una notizia di reato che...
Don Pierino scosse il capo con vigore.
- No, no, commissa', che avete capito? Nessun reato, ci mancherebbe altro! Lo so che in quel caso mi sarei potuto rivolgere a voi, ma sarei venuto a trovarvi in ufficio. Invece, come vedete, mi sono messo ad aspettarvi a un angolo di strada. Mi sono ricordato quante volte vado a officiare per qualche infermo e vi incrocio da queste parti di mattina presto.
- Ma allora di che si tratta, padre?
Don Pierino riprese a camminare.
- Dunque, commissa', la faccenda  un po' delicata. E io, credetemi, non so bene da dove incominciare. Sembra strano, sapete, ma non  che un prete sia uno che per forza ama farsi i fatti altrui. Lo dobbiamo fare per mestiere, ma non ci piace. Perlomeno, non a me.
Davanti al portone di un palazzo, agli occhi di Ricciardi si present il suicida volante deceduto due giorni prima. Era vivido e reale; gli parve quasi che se avesse allungato una mano avrebbe potuto toccarne il cranio sfracellato e l'addome deformato dalle costole sfondate. Inginocchiato sulla strada nel punto in cui era morto, sopra una macchia bruna che non era ancora stata lavata via, ripeteva: amore mio, non passer un solo minuto ancora senza di te.
Preso di sorpresa, Ricciardi trasal. Don Pierino segu il suo sguardo e si sofferm sulla strada macchiata di sangue.
- Lo avete saputo, eh? Il professor De Stefano. Quando era viva la moglie veniva sempre a messa, poi, morta lei, non ci  venuto pi. Spesso ho pensato di venire a trovarlo, ma una volta una cosa, una volta un'altra...
Ricciardi sentiva la voce del poveretto pulsargli in testa. L'amore che uccide, l'amore che non lascia niente in piedi dietro di s, l'amore che distrugge. Due ragazze passarono ridendo, le gonne a pieghe svolazzanti dietro la camminata svelta e piena di vita, i tacchi che percuotevano il marciapiede, le borsette a tracolla che dondolavano sui fianchi. La vita. La morte.
Amore mio, non passer un solo minuto ancora senza di te. - Per favore, venite al punto. Devo andare in ufficio. Don Pierino lo fiss costernato. Il cambio di tono di Ricciardi, la freddezza delle sue parole lo avevano disorientato. - Ma... ho detto qualcosa che vi ha fatto dispiacere,
commissario? Se  cos scusatemi, io parlo, parlo e magari non mi rendo conto.
Ricciardi si pass una mano sugli occhi.
- No, padre. Anzi, scusatemi voi. E che da qualche tempo non riesco a dormire bene e ho sempre un po' di emicrania.
- S, s, vi capisco. Non ci vediamo da quando vi venni a trovare per parteciparvi le condoglianze per la povera signora Rosa, e a essere franchi, in effetti, non avete un bell'aspetto. Questo mi conferma che forse  stata una buona idea venire a cercarvi. Vi devo fare una domanda, commissario. Una sola domanda.
- Prego.
- Per quanto tempo ancora volete condannarvi a questo dolore che, qualsiasi sia la ragione, vi portate in corpo?
Ricciardi si ferm di nuovo e guard il prete. Dietro di lui l'immagine orrenda del suicida continuava a ripetere la folle litania del suo amore. Speriamo che da qualche parte, anche all'inferno, tu abbia il conforto che chiedi, pens.
- Padre, siate pi chiaro.
Don Pierino esitava, poi si lanci.
- Questo vice parroco alto e biondo della mia favoletta vuole molto bene al suo amico. E il suo amico adora la figlia, una ragazza delicata e gentile, dall'animo vulnerabile. Una ragazza che potrebbe, sentendosi allontanata dall'uomo che ama davvero, fare per la propria vita una scelta che magari non  quella giusta, della quale pentirsi, e che pagherebbe con l'infelicit. E allora il vice parroco alto e biondo vorrebbe tanto dire all'uomo che ha in mano il cuore della giovane di smetterla di alzare mura in cui lui stesso rischia di rimanere rinchiuso. Dirgli di aprirsi alla vita e ai sentimenti.
Ricciardi si volt e fiss nel vuoto, che per lui vuoto non era.
Amore mio, ripet il morto.
- E secondo voi, padre, cosa risponderebbe quest'uomo al vice parroco alto e biondo? Non gli direbbe forse che le mura esistono e che non  lui a costruirle, ma la vita, il destino? Non gli direbbe che a volte si vorrebbe, si vorrebbe tanto, ma che esistono ostacoli insuperabili?
Don Pierino scosse il capo, deciso.
- No, non potrebbe dirlo. Perch nulla  insuperabile, con un po' di buona volont. La felicit si conquista, non si pu attenderla come se fosse dovuta. Il Signore ci ha dato la possibilit di scegliere, commissario. E il regalo pi grande che ha fatto all'umanit.
Non passer un solo minuto ancora senza di te.	
- Amare qualcuno significa volere il suo bene, padre. Voi dovreste saperlo. E quando si  sicuri di essere il male, ci si deve allontanare. Per impedire che proprio chi si ama di pi bruci sulla fiamma della candela.
Don Pierino, colpito dalla gravit delle ultime parole di Ricciardi, rimase qualche istante in silenzio. Poi la sua voce usc pi commossa.
- Vedete, commissario, le anime sono fragili. Esseri bellissimi e fragili, di cristallo, lasciano passare la luce e il calore, ma non sono in grado di trattenerli. Le anime sono di vetro, e a strapazzarle troppo possono incrinarsi e dare riflessi sbagliati. Non sottovalutate l'anima, commissario. Abbiate il coraggio di guardare al suo interno, la superficie  trasparente, ve lo consentir.
Ricciardi distolse lo sguardo dall'immagine del morto.
- Ditelo al vice parroco alto e biondo. Ognuno ama come pu, e nella maniera che crede pi giusta. Buona giornata.
E si allontan.
Rimasto solo all'angolo della strada, Don Pierino sussurr poche parole, la bocca distorta in una piega amara:
- Io pregher per voi ogni giorno, commissario Ricciardi. Ogni singolo giorno.

39.

Bianca Borgati dei marchesi di Zisa, contessa Palmieri di Roccaspina, aveva nel borsellino tre lire e settantacinque centesimi. Il che voleva dire che poteva permettersi di prendere il tram per Poggioreale, sia all'andata sia al ritorno.
Si era decisa dopo averci pensato molto. Non sapeva se sarebbe venuta a capo del mistero, ma era certa di voler dire al marito, guardandolo in faccia, che tra loro era finita. Qualsiasi cosa avesse in mente e comunque volesse agire, all'uscita dal carcere non l'avrebbe trovata.
Percorse il vicolo sul quale dava il portone del palazzo, tenendo lo sguardo fisso davanti a s, dritta come un fuso, come se indossasse abiti regali invece del solito, liso vestito nero e delle scarpe la cui tomaia, a forza di essere lucidata, era ridotta a un velo. Al solito, prima di uscire aveva dovuto sottoporsi all'esame di Assunta, l'anziana serva che si prendeva cura di lei fin da quando era una bambina. Tutto controllavano quegli, occhi severi, dalla spilla che fissava il cappellino ai capelli, dalla tenuta dei bottoni ai fermagli degli orecchini. La rovina economica, il tracollo, le minime disponibilit di denaro non avevano cambiato l'atteggiamento della governante: la signora contessa era sempre e comunque la signora contessa, anche se era diventata povera. E da signora contessa doveva apparire in pubblico.

Bianca sapeva bene che non era cos. Avvertiva addosso gli occhi dei commercianti, degli ambulanti, delle donne del vicolo e degli sfaccendati che tiravano la giornata senza far altro che spettegolare. Le pareva di sentirne i sussurri, la maligna soddisfazione per la caduta dell'ultima esponente di una famiglia che era stata sinonimo di fortuna e grandezza. Anche di questo, doveva ringraziare Romualdo.
Adesso era sulla strada grande, dove poteva meglio confondersi tra l'indaffarata e varia umanit che inseguiva le proprie faccende. Era strano, ma non ce l'aveva con il marito per il suo vizio, n per i devastanti effetti che questo aveva avuto sulla sua vita; aveva pagato e stava pagando in prima persona per gli errori che aveva commesso. Quanto a lei, una volta Carlo Maria Marangolo le aveva detto che la riteneva eccezionale proprio per la capacit di distinguere le cose importanti da quelle futili, in mezzo a gente che non stabiliva alcuna differenza tra le une e le altre. Bianca gli aveva risposto che anche in quello, come in tutto il resto, la sopravvalutava, ma le parole dell'amico le avevano fatto piacere.
Tenendosi lungo il muro, fiancheggi una delle piazze ridotte a un immenso cantiere per il risanamento dell'area. Pensava spesso alle opere che il regime aveva avviato in citt, se fossero un bene, come tutti dicevano, se ne sarebbe scaturito davvero una specie di piccolo paradiso. Non aveva una risposta, ma un po' le dispiaceva per le piccole botteghe, i bassi, i vicoli, gli antichi edifici che venivano rasi al suolo per lasciare spazio a piazze e palazzi squadrati, bianchi e dalle austere finestre rettangolari di marmo. Le davano un po' i brividi, quelle architetture, sembravano gigantesche bare collettive.
Una parte in questa repentina trasformazione l'aveva senz'altro avuta la scossa di terremoto del luglio di due anni prima; la citt, costruita in tufo giallo, l'aveva assorbita bene, ma i cornicioni caduti erano stati una buona scusa per accelerare il progetto. Voglia di distruggere per assecondare la voglia di ricostruire.
Del resto non era questo che Bianca stessa stava facendo?
No, pens mentre si destreggiava tra i banchi di frutta e verdura di un piccolo mercato rionale. Io non volevo distruggere niente. Io volevo solo una vita normale.
Attravers la piazza del Municipio, godendosi la piacevole ombra degli alberi allineati al centro. La sagoma scura del castello incombeva come un protettore forte e gentile. I bambini giocavano col cerchio e la palla sotto l'occhio vigile di mamme e bambinaie. Ecco, pens Bianca. Una vita normale. Bambini, casa: niente di pi, niente di meno di quanto hanno queste donne che passano la mattina nei giardinetti pubblici per trovare un poco di fresco. Senza lusso n vacanze in montagna, o ricevimenti e gioielli e carrozze e automobili.
Magari, pens tra s, un'automobile in quel momento le avrebbe fatto comodo per andare a Poggioreale. Il pensiero la fece sorridere: arrivare al carcere con l'autista, cos, per non attirare l'attenzione.
La fermata del tram che aveva scelto era quella di via Depretis. Avrebbe potuto prenderlo allo stazionamento di piazza Dante, la distanza da casa sua era pi o meno la stessa, ma sarebbe stata accompagnata dagli occhi di tutto il vicolo, felici di immaginarla in coda con mogli e madri di delinquenti incalliti, assassini e ladri all'ingresso della terribile fortezza dove Romualdo aveva scelto di vivere i prossimi decenni della sua vita. Perch non aveva dubbi in proposito: era stata una scelta consapevole. Il marito era innocente.
La fermata era affollatissima, per nessuno assomigliava vagamente a quella donna alta, raffinata e altera, che pareva una regina consunta negli abiti ma non nella bellezza. Studenti, madri di famiglia coi figli, uomini con cappelli chiari e cravatte a farfalla. Bianca si mise un po' in disparte, disponendosi a un'attesa che per fortuna non fu lunga. La vettura* si ferm con uno stridio di freni e un piccolo fiume di gente sal incrementando la ressa a bordo.
Con difficolt riusc a introdurvisi anche la contessa, poco avvezza agli spintoni necessari per farsi spazio. Pag i cinquanta centesimi al bigliettaio, che le lanci uno sguardo di pigra curiosit. Quando la vide, un elegante signore di mezza et si alz immediatamente per lasciarle il posto, lei ringrazi con un sorriso e un cenno del capo, e si sedette. Al suo fianco una donna grassa con due bambini in braccio le lanci uno sguardo ostile; da uno dei piccoli, malamente fasciato, veniva un odore terribile. Bianca tir fuori dalla borsa un fazzoletto che si premette sulla bocca.
La donna comment ad alta voce.
- Se la signora ci ha il naso sensibile, pu pure fare il viaggio a piedi o attaccata alla porta come a loro!
Il tram camminava infatti con un certo numero di ospiti abusivi: un folto gruppo di scugnizzi si era attaccato al retro e alle piattaforme laterali che servivano per montare a bordo, e schiamazzavano allegri a ogni curva e a ogni suono della caratteristica tromba. Il mezzo si faceva strada tra autovetture, carrozze e carretti trainati da asini, cavalli e uomini che trasportavano ogni genere di mercanzia. Man mano che dal centro si spostava verso i quartieri pi popolari, il tram fiancheggiava file di baracche che parevano sul punto di dissolversi in nuvole di polvere, davanti alle quali torme di bambini giocavano nudi e scalzi tra oche e galline.
Chiss di quante citt  fatta questa citt, pensava Bianca cercando di distrarsi dall'odore e dalle occhiatacce della sua vicina di posto. Chiss quanti sentimenti ribollono, affondano, tornano in superficie e di nuovo affondano, lasciando tracce solo in chi ne  toccato.
Le venne in mente Ricciardi. Forse, riflett, perch immaginava che, per forza di cose, un poliziotto si confrontasse con le tracce dei sentimenti. Pregando il commissario di scoprire quale motivo avesse spinto Romualdo ad accusarsi di un delitto che non aveva commesso, lo aveva autorizzato a scavare impunemente nella loro vita; quindi anche nella sua.
Sapeva che era andato a incontrare Carlo Maria, e continuava a domandarsi che cosa i due uomini si fossero detti.
Un buon amico, Carlo Maria. Un vecchio, caro amico. Era certa che provasse nei suoi confronti, e da tanto tempo, sentimenti delicati e forti, una donna si accorge sempre se qualcuno si innamora di lei, ma non aveva mai voluto che le si dichiarasse esplicitamente. Le era troppo caro per opporgli un rifiuto.
Adesso era malato e avrebbe voluto confortarlo, ma temeva di illuderlo e di ferirlo. Non aveva per potuto evitare di mettere a parte Ricciardi del ruolo che il duca aveva avuto nella vicenda. Bianca non aveva voluto saperne pi di tanto, ma era convinta che le facesse da angelo custode e che, a modo suo, avesse cercato di aiutare Romualdo a non precipitare in una rovina ancora maggiore.
Perlomeno, come lo stesso marito le aveva detto, avrebbe salvato il palazzo.
Ogni mattina alcuni fornitori portavano ad Assunta generi alimentari e a ogni inizio di stagione della biancheria per la casa. Bianca era sicura che fosse Carlo Maria a mandarli, ma nessuno aveva mai rivelato il nome del benefattore.
Povero amico mio, pens, fai tutto quello che puoi, ma certe cose sono al di l anche del potere dei tuoi soldi.
Mentre il tram si avvicinava sferragliando allo stradone in fondo al quale c'era il carcere, Bianca pens che forse Ricciardi, quel singolare, tenebroso individuo dagli stranissimi occhi verdi, scoprendo ci che era realmente accaduto le avrebbe regalato un modo, forse l'unico, per trovare una qualche serenit. O magari ci sarebbe riuscita lei stessa, da sola, di l a poco, guardando in faccia per l'ultima volta il marito.
Si mise in fila con gli altri visitatori, mantenendo gli occhi fissi davanti a s; si sentiva addosso gli sguardi curiosi della folla.
Tutti, guardie e familiari di detenuti, appartenevano alla stessa gente.
Tutti tranne lei.
Con la mano guantata present l'autorizzazione firmata dal direttore e rilasciata su richiesta di Attilio. Fino all'ultimo l'avvocato le aveva sconsigliato di andare, perch Romualdo non voleva vederla, salvo poi offrirsi di accompagnarla, ma non insistendo di fronte al suo fermo rifiuto.
Bianca sospettava che Moscato non avesse piacere a incontrare Romualdo, e si era chiesta per quale motivo: forse perch sapeva che non sarebbe stato pagato, che avrebbe dovuto considerare l'opera sua un tributo all'antica amicizia.
La fecero passare nella sala delle udienze, al solito affollata di gente. Stavolta non ebbe incertezze e si sedette, ben consapevole di quello che sarebbe comparso al di l della pesante grata di metallo arrugginito.
Cos credeva, almeno. Invece quando Romualdo entr il cuore le si strinse in gola. Nei due mesi passati dalla sua ultima visita, quando lui le aveva intimato di non andare mai pi a trovarlo, si era ridotto della met. Sembrava uno scheletro riesumato dall'interramento e vestito con i panni di un uomo sano.
Al suo confronto, Marangolo con la sua malattia allo stadio terminale pareva un atleta.
I capelli rasati coprivano il cranio a esclusione di ampie macchie di calvizie. La pelle, tirata sugli zigomi, pendeva floscia sulle guance, e gli occhi sparivano nelle orbite. Sulle labbra screpolate aveva grumi di sangue rappreso.
L'uomo rimase in piedi di fronte alla moglie. La guardia al suo fianco gli fece cenno di sedersi, ma lui rifiut.
- La signora non si trattiene, state tranquillo. Questione di un minuto.
Bianca era rimasta a bocca aperta. Inizi a piangere, annaspando alla ricerca del fazzoletto che teneva nella manica. Romualdo sbuff.
- Risparmiami la tua compassione, moglie. Non ne ho alcun bisogno. Perch sei qui? Credevo di essere stato chiaro. Credevo che almeno le tue visite mi sarebbero state risparmiate.
La guardia, tenuta dal regolamento a restare presente, sembrava a disagio. Era abituata a dialoghi di tenore opposto.
Bianca recuper a fatica il respiro.
- Romualdo, si pu sapere che stai facendo? Vuoi ucciderti cos? Vuoi morire in galera, come un qualsiasi... un qualsiasi...
Il marito fin la frase per lei.
- ... Un assassino qualsiasi, proprio cos. Quello sono, un assassino qualsiasi. Vorrei che tu te ne ricordassi.
Bianca non sapeva che cosa dire. Si era preparata un discorso, ma non ne trovava pi nemmeno una parola. Raccolse le idee.
- Lo so che non volevi che venissi, e adesso che ti vedo capisco anche perch. Pure il tuo avvocato evita di incontrarti. Ma io devo dirtelo, ho deciso di capire per quale ragione hai fatto questo.
L'uomo rise, amaro.
- S, ho visto lo scagnozzo che sei andata a cercare per rimestare in affari che non ti riguardano. Non m'interessa, tanto non c' niente da scoprire e non cambia nulla. Ti ho chiesto di disinteressarti della mia vita, Bianca. Io mi disinteresser della tua. Cercati un uomo. Magari il mio caro avvocato trover il modo di farti sposare quel povero Marangolo. Su, dgli un po' di gioia prima che il suo fegato se lo porti all'inferno.
Il volgarissimo riferimento a Carlo Maria fu un colpo di lama nel cuore.
- E meschino e irriconoscente da parte tua. Vuoi ferire me e intanto scarichi livore sull'unica persona che ha cercato di aiutarti.
Di nuovo Romualdo rise, senza ritegno.
- Aiutarmi? Finanziando uno strozzino e permettendogli di alimentare la mia rovina? Se non ci stesse pensando la natura forse avrei dovuto uccidere pure lui. Ma non mi interessa quello che pensi. Voglio solo che non torni pi qui.
Bianca si alz. Una furia fredda le montava dallo stomaco come bile. Si pentiva di aver provato pena nei confronti di quel demonio.
- Hai ragione. Sono venuta per dirti addio, infatti. Andr in fondo a questa storia perch voglio conoscere il motivo del tuo gesto. Ma qualunque sia, e lo scoprir, stanne certo, non cambier il fatto che tu ora sei l'opposto dell'uomo che credevo di volere al mio fianco per tutta la vita. Ringrazio Iddio di non aver avuto figli da te.
L'uomo le rispose sprezzante, fissandola negli occhi.
- C' pi dignit in me, che ho fatto quello che ho fatto, di quanta non ne abbia mai avuta tu; tu che sai dell'amore di quell'uomo e ne vivi senza restituirne un grammo. E sai perch, Bianca? Perch tu di amore non ne hai. Non lo conosci l'amore. E mai lo conoscerai. Ora, per favore, lasciami tornare ai miei numerosi impegni: ho degli scarafaggi in cella che vedo molto pi volentieri di te.
Bianca si morse il labbro per non scoppiare in lacrime e si gir per andarsene. Romualdo la vide allontanarsi, fendendo la folla di povera gente che era venuta a portare un sorriso ai parenti in carcere.
Quando fu uscita dalla grande sala, solo allora, il conte di Roccaspina si concesse di piangere.
Poi chiese alla guardia di portarlo via.

40.

Dall'androne di un palazzo, Maione e Ricciardi fissavano l'ingresso del liceo Vittorio Emanuele secondo. Era quasi l'una e stavano per uscire gli alunni che seguivano i corsi preparatori.
Quella mattina i due avevano discusso a lungo del caso Piro, anche approfittando della perdurante, straordinaria bonaccia lavorativa. Mai c'era stato, a memoria loro, un altro periodo simile: nessun grave caso di violenza, nessun reato che costringesse a interventi immediati, n una di quelle situazioni che qualche volta sfuggivano all'omert dei quartieri pi popolari, dove le controversie di solito venivano regolate a fil di coltello e di rado i feriti gravi ricorrevano a medici e ospedali, tenuti all'obbligo di denuncia.
Da due settimane non succedeva praticamente nulla.
Un paio di risse c'erano state, s, e qualcuno era pure rimasto a terra, ma niente che necessitasse di un'indagine: si verbalizzava che la tale guardia, intervenuta nel tale posto alla tale ora, aveva proceduto all'arresto di tizio per le lesioni praticate a caio, e tutto finiva l.
Cos Ricciardi e Maione, sbrigate in fretta le incombenze quotidiane, avevano potuto dedicarsi alla loro indagine non ufficiale; il brigadiere nel vano intento di distrarre il commissario, il commissario nell'intento altrettanto vano di liberarsi delle attenzioni premurose del brigadiere.
Avevano concordato sulla stranezza del cambio di atteggiamento della moglie della vittima, la sera precedente, appena avevano nominato l'insolita doppia visita dell'avvocato al convento della Madonna Incoronata. Una reazione inspiegabile al termine di un colloquio fin li pi che urbano, se non addirittura collaborativo.
Certo, occorreva tener conto della minaccia formulata dalla Piro di rivolgersi a qualche personaggio altolocato, ma secondo Maione, e Ricciardi era d'accordo, la donna aveva millantato: se davvero ne avesse avuto il potere, lo avrebbe fatto subito, all'indomani della prima visita. Era probabile invece che, come le questioni finanziarie, anche le relazioni coi notabili fossero competenza esclusiva della buonanima.
Valeva pertanto la pena di approfondire.
Maione aveva parlato con il portinaio dello stabile, che gli pareva avere una faccia nota. In effetti, da giovane, l'uomo si era concesso qualche furtarello che sperava dimenticato, e al brigadiere era bastato ipotizzare una pubblicit della faccenda presso i condomini del palazzo per sciogliergli la lingua e assicurarsi nel contempo la sua discrezione.
Era cos venuto a sapere che la figlia di Piro aveva gi ripreso ad andare a scuola in uno dei licei pi importanti della citt. Un semiconvitto di consolidata tradizione, per essere precisi, che per reclamava a s anche una vigorosa attitudine al rinnovamento, avendo il nuovo direttore, secondo le sue stesse parole "ex combattente e fascista della vigilia", appena avviato un processo di rigorosa uniformazione dell'istituto ai principi del regime.
Gli allievi erano ormai pi di mille, per la quasi totalit iscritti all'Opera nazionale fascista, duecento dei quali femmine. Fra queste, appunto, Carlotta Piro.
Le attivit proposte erano molteplici, come venne a sapere Maione telefonando in segreteria; oltre allo studio propriamente detto, musica, teatro e discipline ginniche varie. Anche prima dell'apertura dell'anno scolastico allieve e allievi erano chiamati a preparare i numerosi saggi in programma.
A quanto pareva, Carlotta non si tirava indietro. Quel giorno, in particolare, avrebbe partecipato agli allenamenti per una gara di ginnastica interscolastica. Il portinaio, parecchio sudato e visibilmente ansioso di compiacere il brigadiere, non ebbe difficolt a indicare l'orario di uscita della ragazza da scuola: all'una, perch prima delle due era sempre a casa.
L'idea di parlare a Carlotta era stata di Ricciardi. Anche se al primo incontro aveva avuto una reazione molto emotiva, sembrava pi pronta della madre a esprimere quello che aveva dentro. E magari ricordava qualcosa che il padre si era lasciato sfuggire, pure per caso, sul convento della Madonna Incoronata, qualcosa che la signora Piro non aveva trattenuto o per qualche motivo non voleva rivelare.
Valeva la pena provare: erano a un punto morto, e qualsiasi notizia poteva essere utile per dare nuovo impulso a quelle loro indagini inconsuete.
Il portone del convitto si apr e i maschi si precipitarono fuori di corsa, tutti vestiti di scuro, in giacca e cravatta nonostante facesse ancora caldo. Le ragazze uscirono dopo di loro in uno sparuto gruppetto. Carlotta era l'unica a indossare un abito nero, per il lutto recente, ma come le altre rideva e chiacchierava in modo concitato.
Una giovane che voleva essere felice, pens il commissario. Voleva dimenticare in fretta la morte che era entrata in casa sua.
Dall'ombra in cui si erano appostati, i due poliziotti la videro fermarsi con un paio di amiche all'angolo della strada; alcuni maschi le raggiunsero e si misero a parlare con loro. Uno dovette dire qualcosa di molto divertente, perch arriv uno scoppio di risate. Un altro tir fuori le sigarette, e Carlotta ne prese una.
Sembrava lontanissima dalla ragazza che piangeva in casa alla presenza della madre.
Con un gesto aggraziato, tolse lo spillone e lasci che il mantello castano dei suoi capelli le scendesse sulle spalle; uno dei compagni le tir una ciocca, e lei lo spinse via ridendo.
Ricciardi e Maione erano quasi dispiaciuti all'idea che le avrebbero tolto il sorriso dal volto.
Dopo un po' il gruppetto si separ, salutandosi allegramente.
Quando Carlotta pass davanti all'androne la chiamarono. Lei sobbalz e li fiss disorientata.
- Ah... salve. Ma che ci fate, qui? Cercavate me?
Maione volle rassicurarla, bonario.
- In effetti ci auguravamo di incontrarvi, signori'. Ci sta qualcosa che vorremmo chiarire con voi, forse ci potete aiutare.
La ragazza strinse gli occhi, diffidente.
- Ho gi detto tutto quello che dovevo dire. E avete parlato pure con mia madre, ieri sera, quindi non capisco proprio che vogliate da me.
Ricciardi intervenne.
- Vostra madre, signorina, non sembra convinta che noi vogliamo fare luce sulla morte di vostro padre. E col suo comportamento un po' reticente ci impedisce di comprendere alcuni aspetti ancora oscuri. Ora, nell'interesse di tutti, sarebbe opportuno che rispondeste a qualche domanda. A meno che, naturalmente, non abbiate qualcosa da nascondere. In tal caso ci muoveremo diversamente.
La giovane trasal; l'ipotesi che avesse qualcosa da nascondere l'offendeva, a dir poco.
- Mio padre  stato assassinato. E l'uomo che l'ha assassinato, quel cane vigliacco, ha confessato e rimarr in prigione fino alla fine dei suoi giorni. Che c' da mettere in chiaro?
Era il momento di incalzarla, decise Ricciardi.
- Vostro padre, nei due giorni precedenti l'omicidio, si  fatto accompagnare al convento della Madonna Incoronata. Conoscete per caso la ragione di quella doppia visita?
Carlotta sembrava confusa.
- Ma... mio padre non diceva mai a nessuno quello che faceva e come si svolgeva il suo lavoro. Era molto riservato. Credo che il collegio dell'Incoronata fosse uno degli enti di cui amministrava le finanze e...
Maione non la lasci finire.
- Questo lo sappiamo, signori'. Quello che non sappiamo  perch ci  andato due volte in due giorni. La ragazza lo fiss fredda.
- E per quale motivo dovrei saperlo io, brigadiere? O mia madre, o mio fratello? Perch non ci lasciate in pace? Non avete nessun rispetto per il dolore di una famiglia che forse non ha pi un futuro?
Ricciardi cambi argomento.
- Allora vi prego di fare uno sforzo: parliamo del litigio che vostro padre ebbe con Roccaspina. Potete dirci qualcosa di quella circostanza?
Gli occhi della ragazza si accesero di una nuova determinazione.
- Io ero qui, a scuola, ma mia madre e la cameriera mi hanno raccontato tutto. Mi hanno riferito che quell'assassino urlava come un pazzo. Credo che mio padre gli avesse negato qualcosa, forse dei soldi, o una dilazione nei pagamenti, e lui gridava che non sarebbe finita cos, che se mio padre persisteva nel suo atteggiamento lui sarebbe stato costretto a fare qualcosa. S, ha detto cos.
Ricciardi sembr perdersi in un suo pensiero. Poi fece un cenno di assenso.
- Corrisponde a quanto risulta anche a noi. Forse  tutto, signorina. Ci siete stata di grande aiuto.
Carlotta era sollevata, ma ancora dubbiosa.
- A mia madre e a me non piace si dubiti del fatto che quel maledetto Roccaspina abbia ucciso mio padre. E un vile assassino, si  introdotto in casa nostra di notte ed  scappato. Noi dormivamo e mio padre moriva. Mia madre pensava che fosse rimasto alzato a lavorare e io sono uscita pensando che dormisse, invece era morto. Non ce l'ha nemmeno lasciato salutare. Non ci piace che qualcuno tenti di salvare l'assassino solo perch  un nobile e ha le amicizie giuste.
Qui occorre chiarire, pens Maione.
- Non vi preoccupate, signori': non  certo il caso nostro farci indirizzare dalle persone importanti a guardare solo da una parte. Se  stato Roccaspina, sconter la pena che deve scontare.
Lei lo fiss.
- E infatti cos sar, brigadiere. Cos sar.
E se ne and, col sole del pomeriggio che le brillava sui capelli giovani.

41.

Falco annot l'ora precisa in cui vide Ricciardi incamminarsi col brigadiere verso la questura dopo aver parlato con la ragazzina.
No, il suo non era affatto un "lavoro come un altro", come lui stesso aveva detto schermendosi. Se seguivi una pista non dovevi lasciarti ingolosire da quello che trovavi sulla strada. Anche se era un rischio che si correva spesso, soprattutto in una citt come quella, dove i rapporti e le relazioni si intrecciavano di continuo; per non bisognava distrarsi, non bisognava distogliere lo sguardo dall'obiettivo. Certo, se incappavi in qualcosa di grosso dovevi avvertire i superiori il prima possibile, ma in nessun caso mollare l'osso, mai.
Per, adesso, Falco non stava lavorando. Stava seguendo un'idea.
Si alz dal tavolino del caff, ripieg il giornale e si stiracchi nell'aria ancora calda del primo pomeriggio settembrino. Certo che l'estate resisteva, pens. Si allungava verso l'inverno, riducendo il tempo dell'autunno. Non era un bene, questo: la pioggia facilitava il lavoro. Rendeva invisibili dietro gli ombrelli quelli che per mestiere osservavano, e pi individuabili, tra i rari passanti, quelli che venivano osservati, mentre il freddo chiudeva al riparo dei locali le conversazioni da origliare.
Meglio la pioggia.
Ora, per, se non altro, il tempo era perfetto per gli appostamenti; il confortevole tepore non metteva a rischio le articolazioni e consentiva di scegliere angoli ottimali per guardare e ascoltare.
Era contento, Falco, che Livia stesse reagendo. Aveva cercato di scuoterla, convincendola a truccarsi, vestirsi e uscire. Aveva fatto leva sul suo orgoglio di donna, le aveva detto che non doveva dare la soddisfazione di una depressione dolorosa a quelli che le avevano contestato il trasferimento in una citt provinciale, la rinuncia alla rutilante vita sociale della capitale e il coinvolgimento con un uomo che non la meritava e che magari non provava nemmeno attrazione verso il genere femminile.
Fino ad allora era stato sempre molto attento a non parlar male a Livia di Ricciardi. Sarebbe stato un errore fatale. Avrebbe rischiato che Livia si chiudesse nei suoi confronti, stuzzicata nell'amor proprio. E adesso bastava darle ragione e pilotare il malessere di lei verso le logiche conseguenze.
C'era, per, anche la questione von Brauchitsch. Ci pens mentre seguiva a distanza le sagome donchisciottesche di commissario e brigadiere. Il maggiore tedesco che era oggetto del massimo interesse e che nessuno dei suoi colleghi aveva ancora trovato il modo di avvicinare con efficacia. Il maggiore era andato a cena a casa Colombo, e a quanto si era riusciti a sapere aveva anche chiesto a Enrica, la figlia maggiore del cavaliere, di vedersi per un gelato proprio quel pomeriggio. La stessa Enrica, inoltre, aveva incontrato Ricciardi all'uscita del circolo nautico, vicino al mare, il giorno prima.
Una coincidenza? Un'opportunit? Falco non lo sapeva, ma non c'era dubbio che la cosa andava seguita, e con attenzione.
Aveva quindi richiesto e ottenuto, in un breve colloquio con l'uomo dalla virgola in fronte, di potersi occupare lui stesso dell'incontro fra la ragazza e il militare tedesco. Nell'occasione aveva anche saputo di una strana passeggiata di Manfred al porto, nei paraggi delle strutture militari; cosa perlomeno inusuale per un funzionario culturale addetto all'archeologia nella zona del Vesuvio. Gli aveva inoltre riferito, l'uomo dalla virgola, se non proprio di un mascheramento, di un abbigliamento se non altro particolare, perch secondo il rapporto della sorveglianza von Brauchitsch si era vestito come un marinaio di un mercantile nordico, blusa, pantaloni larghi e berretto calzato a fondo per coprire la chioma, e giunto in prossimit del molo al quale era ormeggiato l'incrociatore Goffredo da Buglione si era messo a camminare incerto come se si fosse perso, avvicinandosi alla nave. Quando una sentinella, piuttosto tardivamente, l'aveva apostrofato domandandogli chi fosse aveva chiesto subito scusa esprimendosi in una lingua che sembrava norvegese, per poi tornarsene senza altre divagazioni alla pensione dove abitava.
Tutto, insomma, lasciava pensare a una conferma dei sospetti iniziali, e cio che il maggiore non fosse in citt solo per assicurarsi che la comitiva degli archeologi tedeschi fosse ben supportata sotto l'aspetto logistico. E ci induceva ad accentuare ulteriormente la sorveglianza.
L'uomo dalla virgola gli aveva altres precisato che Roma per ora non valutava alcun intervento. Bisognava piuttosto scoprire come le informazioni che il militare tedesco raccoglieva arrivassero in Germania, e di conseguenza come giungessero a lui gli ordini. Nel frattempo non bisognava lasciarsi sfuggire nessuna sua mossa, n in pubblico n tantomeno in privato.
Questo concordava con ci che Falco desiderava, cio liberarsi, se possibile, di Ricciardi. Enrica, un tramite essenziale per il controllo di von Brauchitsch, era a rischio a causa della sua infatuazione passata, e forse ancora presente, per il commissario; Livia non avrebbe guardato avanti, a una nuova vita, finch lo avesse considerato ancora raggiungibile. La conosceva un po', ormai, e non gli sembrava donna da rassegnarsi a una sconfitta sentimentale. No, la rimozione doveva essere radicale.
A distanza di sicurezza osserv la schiena di Ricciardi, il soprabito che gli svolazzava attorno alle gambe. Si chiese oziosamente che cosa avesse per interessare tanto le due donne. Poteva anche capire la giovane Colombo: era comprensibile che una ragazza approdata ai venticinque anni e in cerca di un fidanzato per farsi una famiglia si innamorasse del primo che la guardava da una finestra. Ma Livia? Una donna che poteva avere chiunque, la pi bella e affascinante che Falco avesse mai incontrato. Per di pi piena di talento artistico, intelligente, colta.
Mentre camminava assecondando la lieve discesa della strada, si domand che cosa provasse realmente per lei. La protezione che doveva garantirle era diventata una questione personale, oltre che lavorativa, riempiva i suoi pensieri molto pi di quanto avrebbe dovuto, trattandosi di lavoro.
Be', si chiese, e allora? Aveva forse un'etica da rispettare chi faceva il suo mestiere? Niente di male a mischiare un po' di pepe al dovere. Anzi, magari avrebbe acuito la sua sensibilit e reso migliore il risultato.
Si chiese se quello che Livia, tra le lacrime e mezza ubriaca, aveva detto del commissario fosse vero. Non che contasse molto, in realt, l'importante era poter costruire un quadro plausibile. Aveva imparato presto che,
soprattutto in un campo come il suo, fatto di ipotesi e di riscontri, pi della realt era fondamentale la percezione che se ne dava.
Gli ostacoli, pens Falco mentre si teneva al riparo dal popolo dei passeggiatori pi o meno indaffarati, in un modo o nell'altro vanno rimossi. E pi importante  quello che c' dietro l'ostacolo, pi convinzione e determinazione vanno messe nell'opera. Tu, commissario Ricciardi Luigi Alfredo della squadra mobile presso la Regia questura, sei un ostacolo non molto alto, obiettivamente, ma ti trovi su una strada importante, quindi devi essere spostato. E forse sappiamo anche come.
La sera prima aveva dato un'occhiata al fascicolo dell'omicidio di Piro Ludovico. Si era incuriosito per l'impegno che Ricciardi, con l'aiuto di Maione, stava mettendo nell'indagare, al di fuori delle proprie competenze, su un caso chiuso da mesi. Sapeva che a sollecitare quell'interesse era stata la contessa di Roccaspina, che dai verbali risultava aver sempre sostenuto l'innocenza del marito; forse il commissario sentiva la necessit di occuparsi di qualcosa in un periodo particolarmente tranquillo. O forse aveva solo avuto compassione della contessa, che risultava essere in condizioni economiche disperate.
Tra s e s, Falco apprezzava l'attitudine alla compassione di Ricciardi: non era una persona malvagia, e magari, in altre circostanze, lo avrebbe perfino ammirato. Era capace nel suo lavoro e poco abile nei rapporti sociali, che pure lui, in sostanza, non aveva in simpatia.
Ma era un ostacolo. E andava rimosso.

All'improvviso Maione si gir, scrutando tra i passanti che camminavano nel loro stesso senso. Il suo istinto gli aveva suggerito che qualcuno, tra tutta quella gente, li stava seguendo.
Lasci passare qualche secondo e ripet il gesto. Non vide nessuno. Rassicurato, riprese la strada.

42.

Dopo la poco fruttuosa chiacchierata con Carlotta Piro, Ricciardi e Maione si trovavano di fronte a una secca alternativa: prendere atto dell'assurdit di portare avanti un'indagine tanto complessa, che si scontrava contro un muro di omert e che nessuno aveva autorizzato se non la loro coscienza, ,o procedere a dispetto di tutto e tutti.
Maione si lasci cadere sulla sedia davanti alla scrivania del superiore.
- Lo sapete qual  la cosa peggiore, commissa'? Che in questa inchiesta privata, che dobbiamo fare pure di nascosto, chi dovrebbe avere a cuore la verit  pi difficile da interrogare. La famiglia Piro, per esempio, pare abbia interesse a che nulla venga fuori.
Ricciardi rifletteva guardando fuori dalla finestra.
- Infatti  cos. Credo che l'attivit della nostra vittima avesse alcuni risvolti un po' illegali, e pi noi scaviamo, pi i parenti hanno paura. Non possono riportarlo in vita, ma possono difendere la sua memoria.
- E pure i soldi che tengono ancora da parte, commissa'. Qualcuno potrebbe pure fargli causa per recuperarne un po', e secondo me la vera paura della signora e della figliola  di rimanere senza un centesimo. Per questo hanno licenziato pure l'autista, no?
Ricciardi scosse la testa.
- No. Non credo. Penso che l'autista sia stato licenziato per cercare di nascondere qualcos'altro, forse proprio il fatto che Piro era andato due volte al convento dell'Incoronata. A proposito, Raffaele, ma tu sai dov'?
- Ma certo, commissa'. Non sarei di questa citt, se non lo sapessi. Perch, volete che ci vado?
- Ci andiamo insieme. Probabilmente non caveremo un ragno dal buco, ma ci dobbiamo provare. Del resto non abbiamo altro. Anche se, di tutte queste informazioni, qualcosa che non mi quadra c'.
Maione si alz in piedi.
- Pure io ho questa sensazione, commissa'. Altrimenti vi avrei gi suggerito di lasciar perdere. Sapete che faccio, adesso? Vado a vedere se c' la macchina disponibile, la 501 almeno.
Ricciardi si pent immediatamente di aver parlato; se c'era una cosa che lo terrorizzava era andare in automobile con Maione, che aveva una guida, a voler essere gentili, terribile. Ma era troppo tardi: il brigadiere era gi uscito dalla stanza. Gli rimaneva solo sperare che la vettura fosse impegnata per servizio.
Quasi subito sent un leggero bussare alla porta; tir un sospiro di sollievo e and ad aprire, disponendosi a un trasferimento coi mezzi pubblici. Invece, si trov di fronte Bianca di Roccaspina.
Il volto della donna era devastato dal pianto e dal dolore. Ricciardi lanci un rapido sguardo al corridoio, accertandosi che non ci fosse nessuno, e la fece passare.
- Contessa, che succede? Avevamo chiarito che sarebbe stato meglio se non foste pi venuta qui.
Bianca lo fissava con gli occhi arrossati e le labbra tremanti; sembrava sul punto di cedere all'emozione.
- Scusatemi, commissario. Io... io non so proprio dove andare. Non volevo tornare a casa in queste condizioni, la gente... Io ho solo la mia dignit, sapete. E' l'unica cosa che mi rimane.
Ricciardi si sent stringere il cuore.
- Mi dispiace. Mi dispiace molto. Ditemi,  capitato qualcosa?
Bianca sospir. Sembrava pi giovane del solito, ma anche pi stanca.
- Sono stata in carcere. Volevo... Attilio mi aveva avvertito... Mi aveva riferito che Romualdo non aveva piacere di vedermi, e io nemmeno ci tenevo a vedere lui. Ma, sapete, volevo dirgli... Pensavo fosse giusto dirgli che  finita. Che non lo amo pi e che se anche questa storia si risolvesse con la sua libert, io non rimarrei con lui nemmeno un altro minuto. Mi capite, commissario? Io dovevo dirglielo.
Ricciardi provava pena. Per quella donna, per l'uomo che aveva visto in galera, e la ragione era un qualche misterioso motivo che restava sotto la superficie della sua coscienza, per s stesso.
- Contessa, perch mi dite queste cose? Io...
La donna continu come se lui non avesse parlato.
- E quando l'ho visto sono rimasta agghiacciata. E una larva: prostrato, devastato. Non c' traccia in lui dell'uomo che ho conosciuto. Mi ha spaventata.
Il commissario ricord gli occhi del conte, incassati nelle orbite, e annu.
Sul viso di Bianca le lacrime scendevano incontrollate.
- Quella voce, commissario. Quella voce. Sembrava che un'altra anima si fosse impadronita del suo corpo e lo divorasse dall'interno. Com' possibile, com' possibile vivere con una persona per anni e non sapere chi ? Ditemi come  possibile, vi prego.
E sconvolta, pens Ricciardi. Terrorizzata, smarrita e sconvolta. Sola, abbandonata, povera e per di pi vittima della propria dignit. Nella sua mente l'immagine di Bianca si sovrappose a quella di Livia, anche lei preda della disperazione, bellissima e straziata, le righe di trucco sulla faccia; e di Enrica, vicino al mare, una mano a trattenere il cappellino, gli occhiali appannati dal pianto.
Dio, pens Ricciardi, che crimine hai commesso inventando l'amore.
- Avrei voluto sentire l'odio, credetemi. Avrei voluto leggere quello nel suo sguardo, invece di un disprezzo beffardo, di una gelida indifferenza. Io non la conoscevo quell'indifferenza. E il peggio  che nel mio cuore la provo anch'io; fino a oggi non lo avevo ammesso nemmeno con me stessa. Che far, adesso? Che far?
Lo fissava, le labbra strette e le mani contratte attorno al manico della borsa, le spalle rigide per mantenere un contegno. Lo fissava come se lui potesse risponderle.
Ma Ricciardi, l'uomo con la testa piena di vento e sabbia, l'uomo dall'anima di vetro cos facile a rompersi in mille pezzi, risposte non ne aveva. Non ne aveva per s, figurarsi per altri.
- Contessa, vi prego. Le storie nascono, invecchiano e muoiono, come le persone. Io non so che dirvi, perch la mia vita... Io non so che dirvi. Ma vi faccio una promessa, far di tutto per dare una spiegazione a quello che  accaduto. Solo, vi prego, cercate di non soffrire cos. Siete una donna giovane, avete ogni possibilit di...
Bianca alz la mano.
- Vi prego, commissario. Oggi, qui, in questo stesso momento, io sento di non aver nessun futuro. E sono sola come mai sono stata. Non so nemmeno se ho ancora un'anima.
Allora Ricciardi sent sulle spalle tutta la stanchezza delle notti insonni, la mancanza quotidiana di Rosa, la terribile solitudine della sua vita, la rabbia di Livia, il distacco che aveva letto negli occhi di Enrica. Assurdamente, nella nebbia di un sordo dolore, si chiese di nuovo a che serviva tutto quel mare.
E come in sogno, contro la sua natura schiva e riservata e al di l di ogni ragionamento, allung la mano e l'appoggi sulla guancia di Bianca bagnata di lacrime.
La pelle era rovente e serica, piena di vita e smarrimento. La mano guantata di nero si sollev e si pose su quella del commissario, come per trattenerla. Aveva bisogno di sentirsi ancora viva, Bianca; aveva bisogno di sentirsi ancora vivo, Ricciardi.
Rimasero cos per qualche secondo, gli occhi viola in quelli verdi, l'una affacciata sull'abisso della solitudine dell'altro, in un contatto profondo e consapevole, quasi fossero stati una cosa sola.
La magia fu interrotta da un paio di colpetti alla porta. Si staccarono proprio mentre entrava Maione con un largo sorriso sulla faccia.
- Oh, buonasera, contessa -. Osserv la donna per un istante, poi decise che era meglio non fare domande e si rivolse al superiore. - Siamo stati fortunati, commissa': la macchina sta nel cortile. Dice Amitrano che nessuno l'ha voluta prendere perch i freni non funzionano bene. Ho detto che faccio un giro di prova, cos non ci dobbiamo giustificare con nessuno, ho fatto bene? Andiamo, che se siamo veloci ce la facciamo a tornare prima della fine del turno!

43.

Nemmeno mezz'ora dopo, Ricciardi scese nel cortile del convento della Madonna Incoronata con un senso di lieve spaesamento: non si spiegava come e perch fosse ancora vivo.
La guida di Maione, lo sapeva, era letale di suo, ma combinata all'usura del sistema frenante della fatiscente autovettura in dotazione alla squadra mobile, una Fiat 501 vecchia di tredici anni, trasformava l'eventualit di non sopravvivere quasi in una certezza.
Lungo il tragitto avevano rovesciato due carretti, sfiorato un sidecar con il frontale e fatto cadere nei fossi di lato alla strada almeno tre ciclisti. I pedoni, pi mobili e attenti, erano riusciti a darsi alla fuga, ma una gallina non era stata altrettanto fortunata ed era perita sotto la ruota anteriore sinistra, tra le urla e le maledizioni della proprietaria, che Ricciardi aveva visto scuotere il pugno fino alla curva successiva. E in tutto questo il brigadiere non sembrava accorgersi di nulla, gli occhi fissi sulla carreggiata e una punta di lingua che gli spuntava di lato, in piena e assoluta concentrazione. Manovrava lo sterzo a scatti, senza coerenza col tracciato n con le buche, sempre pi numerose man mano che si inoltravano in campagna. Ricciardi si teneva alle maniglie con entrambe le mani e nonostante ci aveva picchiato la testa contro il tetto tante volte da farsi venire una feroce emicrania, nonch un senso di nausea 
insopportabile. Quando trionfalmente l'improvvisato autista fren con un terribile stridore di metallo contro metallo nel cortile del convento, il commissario si catapult all'esterno, resistendo alla tentazione di baciare il suolo come un navigatore del Cinquecento.
Maione, sorridendo, tir fuori l'orologio dal taschino.
- Ventidue minuti, commissa'. Non c' niente da fare, sono il miglior pilota di tutta la questura. Quando ho fatto il corso di guida ero il pi bravo, e il pi bravo sono rimasto.
Ricciardi rispose flebilmente.
- Ricordami di parlare con l'istruttore, se mai ritorniamo vivi.
L'arrivo teatrale almeno un effetto lo aveva ottenuto. Dieci tra suore e ragazze con la divisa del personale del convento fecero capolino dal portone dopo essersi frettolosamente rifugiate all'interno.
Il brigadiere si qualific e chiese di poter essere ricevuto insieme a Ricciardi dalla madre superiora.
Una suora che li scrutava con molta diffidenza li condusse attraverso un dedalo di corridoi e scale fino a una porta di legno scuro, e buss. Una voce femminile, energica e sbrigativa, li invit a entrare.
La madre superiora era una donna bassa e sovrappeso, dal colorito roseo e gli occhi azzurri molto vivaci; sedeva dietro un'enorme scrivania ingombra di carte. Vedendo i due uomini si alz per riceverli.
- Sono suor Caterina, - disse.
Ricciardi e Maione si presentarono a loro volta, poi il commissario disse:
- Madre, scusateci per essere venuti senza preavviso. Stiamo svolgendo alcune indagini integrative in merito all'omicidio dell'avvocato Ludovico Piro, avvenuto nello scorso mese di giugno. Le nostre ricerche sono finalizzate all'istruzione del processo. Ci fareste la cortesia di rispondere a qualche domanda?
Gli occhi della donna ebbero un guizzo, seguito da un sorriso.
- Ma certo, per quello che  nelle nostre possibilit vi aiutiamo volentieri. Suor Carla, puoi tornare al tuo servizio, grazie.
La suora che li aveva accompagnati lanci un ultimo sguardo torvo ai poliziotti e se ne and senza salutare. Suor Caterina riprese posto dietro la scrivania.
- Vi chiedo scusa per il comportamento della mia consorella; non riceviamo molte visite da fuori. Allora, il povero Ludovico. Una storia brutta, brutta assai. Non vi nascondo che siamo state molto preoccupate: la madre generale dell'Ordine ci ha scritto diverse volte per avere ragione dei conti. Per fortuna, per, Piro era un tipo preciso, e abbiamo ricostruito la situazione finanziaria con completezza. Certo, ora dovremo trovare un altro amministratore, l'avvocato ci seguiva da parecchio tempo; come vedete dal disordine, cerco di occuparmene io, ma temo di non essere granch capace.
Ricciardi non perse tempo.
- Ci rendiamo conto, e immaginiamo stia succedendo la stessa cosa in tutti gli enti di cui l'avvocato si occupava. Abbiamo appreso che era stato qui il giorno prima della morte. Potete confermarlo?
Suor Caterina non smise di sorridere.
- Certo. In effetti mi sono un po' meravigliata per il fatto che nessuno sia venuto a chiedere notizie sulla visita di Ludovico. Immagino sia perch l'assassino, che il Signore possa perdonarlo,  stato subito trovato.
- E posso chiedervi come mai era venuto?
La superiora rimest con le mani grassocce sulla scrivania.
- Ma certo, stavo guardando i rendiconti proprio adesso -. Apr un grosso quaderno. - Ecco, questo ce lo port quel giorno insieme ad altri documenti; ci ha consentito di avere un dato di partenza aggiornato su cui proseguire. Depositi bancari, immobili... Ribadisco, Piro era molto scrupoloso.
Ricciardi diede una veloce scorsa al registro. In effetti sembrava tutto in ordine.
- Ditemi, madre, voi sapevate in quali attivit Piro investiva gli importi liquidi?
Suor Caterina arross quasi impercettibilmente, ma non cambi espressione.	
- Non proprio, come  naturale. Piro era il nostro fiduciario, perci, appunto, avevamo fiducia in lui.
Maione sbuff, mascherando dietro un colpo di tosse un sospiro di fastidio. Non sopportava l'ipocrisia.
- E scusate, madre, ricordate qualche particolare insolito di quella visita?
La suora scosse la testa, serafica.
- No, niente. Piro si  trattenuto un'ora circa, mi ha mostrato i numeri, illustrato i movimenti finanziari dei mesi successivi, che purtroppo non ha potuto realizzare, e se n' andato.
Ricciardi annu pensoso.
- Ma come vi sembrava? Intendo: tranquillo, agitato o... Suor Caterina rispose piuttosto in fretta.
- Tranquillo, assolutamente tranquillo. Una visita normale, uguale alle altre.
Maione chiese:
- E ogni quanto vi veniva a trovare, Piro, per rendervi conto degli investimenti che non conoscevate? La superiora non sembr raccogliere l'ironia.
- Alla fine di ogni trimestre. Era molto regolare.
- E non lasci nulla in sospeso, no? Le informazioni che vi diede erano complete.
- Certo.
Ricciardi scambi una rapida occhiata con Maione. Era venuto il momento di assestare la stoccata.
- Quindi  stato strano, insolito, che si sia ripresentato il giorno dopo, no?
La suora fu colta di sorpresa. Evidentemente non credeva che la seconda visita di Piro fosse nota alla polizia.
Arross e abbass lo sguardo sulle carte.
- Non credo di ricordare bene, ma non mi pare che...
Maione l'interruppe, secco.
- Madre, siamo certi che l'avvocato Piro  stato qua pure la mattina del giorno in cui lo hanno assassinato. Abbiamo la testimonianza del suo autista, che l'ha accompagnato. Ci ha detto che si  trattenuto poco. Vi prego, fate mente locale.
Suor Caterina non accennava a perdere il rossore, ma aveva riguadagnato freddezza. Con gli occhi in faccia a Maione, ammise.
- S. Adesso ricordo. E vero, Ludovico  tornato il giorno dopo.
Ricciardi si sporse in avanti.
- E ci potete dire il perch?
La donna resse lo sguardo.
- No, commissario. Non posso dirvi il perch. Si trattava di una questione personale, e noi non siamo abituate a divulgare le faccende dei nostri fedeli amici. Anche se purtroppo sono defunti, anzi particolarmente se lo sono.
Ricciardi e Maione si scambiarono un'occhiata veloce.
- Madre, si tratta di informazioni importanti che potrebbero far luce su...
La suora si alz.
- Non credo proprio. Ripeto, si trattava di una questione personale che non pu avere alcuna attinenza con quanto  accaduto dopo. E comunque era solo una richiesta d'informazioni.
Maione tent di insistere.
- Ma almeno possiamo sapere se fece il nome di qualcuno, o...
La suora si avvicin a passetti veloci alla porta e la spalanc.
- Vi ho gi spiegato che non posso e non voglio dirvi nulla su questo. E vi devo pregare di lasciarci subito, perch sia il convento sia il collegio necessitano di molto lavoro e non possiamo perdere troppo tempo in queste inutili conversazioni. Il processo a carico dell'assassino, ne sono certa, avr elementi a sufficienza. Buonasera.

Salito sull'automobile, Maione picchi il pugno sul volante.
- Mannaggia, commissa', ci eravamo quasi arrivati. Avete visto, prima ha fatto finta di non ricordarsi, poi ha dovuto ammettere, ma non ha voluto dire niente. Ve lo assicuro, quella capa di pezza sa qualcosa, quant' vero Iddio!
Ricciardi fece girare lo sguardo sul cortile del convento, dove gruppetti di suore e ragazze in divisa blu li osservavano curiosi.
Poi guard Maione, quasi con affetto e disse:
- Se torniamo vivi, e sono sicuro di no, ci sono alcune cose che voglio approfondire. All'improvviso mi  venuta un'idea.

44.

Manco a dirlo, l'invito di Manfred aveva creato un vero e proprio subbuglio nella famiglia Colombo. Era atteso, certo, ma non cos prest.
Questi tedeschi se puntano un obiettivo non perdono tempo per raggiungerlo, aveva detto Maria, e con soddisfazione, perch l'obiettivo era la figlia; ma il concetto possedeva un'inquietante sfumatura militaresca che diede i brividi a Giulio.
Enrica avrebbe gradito che l'invito le fosse recapitato in modo discreto, cos da poter differire quell'incontro; da pi di ventiquattr'ore se ne stava quasi sempre chiusa in camera, accampando un lieve malessere dovuto alla mezza stagione e, forse, a una forma di influenza presa da qualche bambino al quale dava lezione.
Il padre si era affacciato nella stanza diverse volte, per chiederle in un sussurro se avesse bisogno di qualcosa; come lei era soggetto a emicranie, sapeva quanto fossero dolorose. Questo per la forma: nella sostanza voleva rendersi conto dello stato d'animo della figlia. Per uno spirito deduttivo come il suo, le condizioni in cui la mattina precedente era rientrata da una lunga passeggiata solitaria rendevano quell'indisposizione pi che sospetta.
Ma l'invito non era stato discreto affatto. Aveva fatto irruzione il giorno prima in forma di biglietto aperto, consegnato insieme a un gigantesco mazzo di fiori e ritirato dalla madre e dalla sorella al cospetto di tutto il pianerottolo, riunito in seduta plenaria. In pratica, Enrica era stata l'ultima a saperlo.
Manfred le chiedeva di dedicargli un'ora del pomeriggio successivo. Se non fosse stato possibile, pregava di comunicarlo allo stesso fattorino, per, aggiungeva con la strana grafia diritta e un po' gotica, sperava con ardore in una risposta positiva.
Siccome tale risposta fu rilasciata di slancio direttamente dal comitato di ricevimento floreale, che non comprendeva la ragazza, fu positiva eccome. E l'appuntamento mediante fattorino fissato alle sedici.
La domanda, fin dall'immediato, fu una e una sola: che ti metti? Nella foga della scelta dell'abito, corredata da una discussione sulla marea di aggiustamenti ai quali sarebbe stato necessario sottoporre uno degli inadeguati capi dello scarno guardaroba di Enrica, nessuno si cur della mancanza di entusiasmo dell'interessata. Giulio a parte, ovviamente, al quale, tuttavia, fu fornita la giustificazione della persistente emicrania.
Lui, per, continuava a chiedersi che cosa fosse successo in quella passeggiata per la quale era partita un'Enrica e ne era tornata un'altra.
La ragazza, dal canto suo, era a dir poco distratta. L'incontro casuale, assurdo e inaspettato con Ricciardi l'aveva sconvolta. Non era preparata, e invece di assumere un atteggiamento formale e distaccato aveva parlato senza pensare, cosa che per lei equivaleva a camminare nuda per strada.
Aveva ripensato per ore a quello che aveva detto lei e a quello che aveva detto lui, e non si capacitava. A che serve tutto questo mare?, gli aveva chiesto. Ma che domanda era? Che significava? Non ne aveva la pi pallida idea, eppure in quel momento le era sembrata l'unica cosa sensata da dire.
La spallata alle certezze che a fatica si era costruita l'aveva poi data l'espressione dell'uomo. Avesse mostrato indifferenza, cortesia o semplice gentilezza sarebbe stato facile per lei salutare, magari con un cenno del capo e un sorriso, e tirare dritto anche se col cuore in tumulto. Ma non era stato cos: era pi sconvolto di lei.
L'immagine dei suoi occhi sgranati, della bocca aperta, del ciuffo di capelli sulla fronte era vivida e univoca. Sorpresa, sconcerto; perfino paura. E quelle parole assurde: io vi ho visti. Ma che aveva visto? Che aveva potuto vedere, se non un ospite qualsiasi seduto alla tavola di famiglia in una sera di settembre?
Tra s per doveva ammetterlo. Manfred non era l'ospite qualsiasi di una sera di settembre, era l'uomo che in una notte di luglio l'aveva baciata sotto la luna e che, per dolore e per paura della vita che sarebbe venuta, per il passato e per il futuro, lei non aveva respinto.
Ma quel bacio, Ricciardi non poteva certo averlo visto.
Con la testa altrove e senza entusiasmo aveva perci subito la concitazione della parte femminile della famiglia, alla quale le vicine facevano da coro greco; uno dei momenti peggiori fu la massiccia offerta in prestito di orribili gioielli e accessori pacchiani, tutti rifiutati con cortesia.
Quanto al vestito, il comitato opt infine per una gonna con camicetta e giacchino cru a pois con una cloche dello stesso tessuto e guanti in tinta, con borsetta e scarpe beige; la madre ottenne di stringere un po' in vita la blusa per dare risalto al seno, punto forte di Enrica. La ragazza non ebbe nemmeno la forza di reagire.
Alle sedici in punto del giorno dopo la sorella Susanna, di vedetta dietro le imposte, annunci l'arrivo di Manfred. So' tedeschi, disse ammirata per la puntualit, neanche si trattasse di una questione di orgoglio nazionale. Enrica scese e l'uomo la salut sfiorandole la mano con le labbra, e mandando in visibilio una tribuna di familiari sul balcone.
Solo Giulio, se non fosse stato al negozio, si sarebbe accorto dello sguardo lanciato da Enrica verso una certa finestra del palazzo di fianco. Una finestra chiusa.

Per fortuna la passeggiata al braccio di Manfred non fu pesante. Il maggiore aveva tante cose da narrare a proposito di quel suo primo periodo di stanza in citt, e lei pot trincerarsi dietro educati e interessati monosillabi. Le raccont dell'ambiente del consolato, della simpatia degli impiegati e dei camerieri italiani, e della prosopopea del console. Camminando verso il centro, incontro a una leggera brezza che saliva dal mare, riport divertenti aneddoti della giornata negli scavi archeologici; le disse di un professore tedesco convinto di parlare un ottimo italiano e che invece nessuno capiva, il che generava assurdi equivoci con gli operai locali, che si esprimevano solo in dialetto.
In breve Enrica sent sorgere dentro di s la tranquillit che Manfred le aveva sempre dato. Era come muoversi in un territorio nuovo eppure conosciuto, confortevole e vicino a quella serenit cui aspirava cos tanto. Rise perfino, attirandosi gli sguardi curiosi e compiaciuti delle persone che li incrociavano. Lui era in divisa, bello ed esotico, e molte ragazze gli indirizzavano occhiate inequivocabili. Ci gratificava Enrica, sebbene in modo piuttosto blando; non le procurava per alcuna fitta di gelosia, e invece avrebbe dovuto. Anche questo, disse tra s, era indicativo di qualcosa, ma non avrebbe saputo dire di cosa.
Manfred commise l'inconsapevole errore di portarla al Gambrinus. Un luogo per lei pieno di significati, piacevoli e spiacevoli. Ci andava col padre, ci aveva incontrato pi volte Ricciardi, vi aveva visto quella donna, Livia, bellissima e sicura di s come lei non sarebbe mai stata. Nell'attesa che un cameriere gli sgomberasse un tavolino alz gli occhi in direzione di una lingua di mare che si stendeva lontana nel pomeriggio, come una minaccia. A che servi?, pens. A che cosa servi?
Si sedette, mentre Manfred le spostava cortesemente la sedia. Ordinarono lei un gelato alla crema, lui un bicchiere di vino bianco. Dall'interno arrivavano attutite le note del pianoforte, ma a poca distanza un ragazzo magro suonava un'altra canzone, facendo volare le dita sul mandolino.
Tutto si poteva dire della citt, comment Manfred, tranne che mancava la musica.
Perch, che si poteva dire della citt?, chiese Enrica.
Il maggiore si strinse nelle spalle, facendo un gesto vago verso la lieve salita che portava a Monte di Dio. Niente, lo sai, le solite cose.
Quali solite cose?, domand lei. Intravedeva dietro la vetrata un tavolino non occupato. Ben due volte vi aveva visto seduto Ricciardi, lo sguardo assorto verso l'esterno mentre sorbiva il suo caff, davanti a s un piattino con una sfogliatella mangiata a met.
Manfred sorrise un po' imbarazzato. Il disordine, lo sporco. I delinquenti. Quello che si dice.
Enrica strinse gli occhi dietro le lenti. A poco pi di un metro tre ragazze cercavano di attirare l'attenzione del bel soldato biondo ridacchiando, lanciando occhiate e accavallando le gambe.
Ah, questo dicono, della citt.
L'ufficiale si agit un po' sulla sedia, senza smettere di sorridere. Ma  gente che non la conosce, che ne parla cos, senza averla mai vista.
Enrica sentiva montare dentro una strana rabbia. Sapeva che Manfred l'aveva invitata per parlare d'altro, per stabilire di nuovo il contatto di quella notte al chiaro di luna, e capiva che, forse, la sua reazione eccessiva a una frase innocente era un modo di aggrapparsi al primo pretesto per rinviare una situazione che non avrebbe saputo come fronteggiare.
Non ancora, almeno.
E tu, replic, tu che la citt la conosci non sai spiegare che c' ben altro? Che ha mille straordinarie bellezze?
A Manfred si appann il sorriso, ma solo per un momento. Sei ingiusta, rispose. Lo sai che non lascio mai passare una vacanza senza venire qua, e che ho scelto questa destinazione fra le tante che mi offrivano. E sai che fra i motivi che mi hanno spinto a questo ci sei tu.
Il tavolino dietro la vetrata. Una sedia vuota sulla quale sedeva un fantasma che sorseggiava il caff e guardava lei, proprio lei.
Questo non c'entra nulla, disse. La senti questa musica? Il mandolino, non il pianoforte. Sembra suonata per i turisti, per avere qualche centesimo d'elemosina. Ma non  cos:  un'espressione,  il canto della citt. E una storia, un racconto. Questo posto racconta storie, Manfred. Le racconta parlando, suonando, cantando e anche solo coi suoi colori. E voi, in quel freddo grigio in cui vivete, sapete solo parlare del disordine, dei ladri e dei delinquenti. E l'aria? E le canzoni? E il mare?
Manfred si rabbui. Non capiva la piega che stava prendendo quel pomeriggio, ma non gli piaceva neanche un po'.
Io non la penso cos, Enrica. Io voglio bene alla tua gente, e amo questo posto, se lo ami tu. Sono venuto per...
Non devi amarlo se lo amo io, Manfred. Devi amarlo in assoluto. Perch  bello, e magico, e anche se a volte  disperato e ha bisogno di aiuto rimane l'unico posto al mondo dove si pu essere completamente felici. Non lo capisci?
Il tavolino al di l del vetro. Il mandolino che si lamentava dolcemente. I colori degli abiti delle donne, i camerieri che svolazzavano in marsina, reggendo in bilico sulle abili mani guantate vassoi pieni.
Enrica si alz all'improvviso.
Scusami, disse. Non sto bene in questi giorni. Ho mal di testa. Mi accompagneresti a casa?
Manfred si alz a sua volta, l'aria costernata. Certo, tesoro, certo. Scusami. Rimandiamo, ma sappi che torner a invitarti, magari domani o dopodomani. Viviamo nel grigio e nel freddo, ma non siamo grigi e freddi, e quando troviamo qualcosa di importante, non ci rinunciamo facilmente.
Le offr il braccio, galantemente, dopo aver lasciato i soldi sul tavolino. Le ragazze l accanto rivolsero uno sguardo velenoso a quella donna acida e alta, molto meno bella di ognuna di loro, che aveva il potere di comandare come un cagnolino un uomo cos attraente. Sar ricca, mormor una, facendo ridere tutte.
Il mandolino del ragazzo magro continuava a raccontare una struggente storia di amore e dolore.
Prima di prendere la via del ritorno, Enrica ringrazi la lingua azzurra che diventava bruna nella sera, all'orizzonte.
Dopotutto, si disse, ecco a che cosa serve tutto questo mare.

45.

Canta lu addu e tocola la cora: iamo a mangia c  benuta l'ora, mormor Nelide. Canta il gallo, muovi il didietro: andiamo a mangiare, ch  venuta l'ora.
Qualche volta le pareva di sentire la voce di suo padre, che battagliava coi campi, col freddo e col caldo da sempre, senza mai un lamento. Parlava solo per proverbi, il padre. Zi' Rosa lo pigliava in giro per questo, ma lei se li ricordava uno per uno, e li usava proprio come lui.
Dietro di s, appena ai margini della sua vista, intravide un movimento e annu; Rosa c'era. La sua presenza la faceva sentire pi sicura e tranquilla, perch sapeva che se avesse sbagliato qualcosa l'anziana zia morta non avrebbe perso tempo e in un modo o nell'altro gliel'avrebbe fatto capire, correggendola prima che l'errore diventasse irreparabile.
La casa non era un problema. Il problema, l'unico che aveva, era il barone di Malomonte.
Rosa lo chiamava il signorino, perch da piccolo lo aveva tenuto sulle ginocchia e perch per lei il barone era il padre di Ricciardi, un omone gioviale delle cui bravate al paese si favoleggiava ancora. Ma per Nelide, per i suoi parenti e per tutta la gente di Fortino, il vero e unico signore di Malomonte era quell'uomo sottile e silenzioso, dai grandi, tristi occhi verdi: Luigi Alfredo Ricciardi. E lei era la persona che doveva averne cura.
Il problema era che il barone non stava bene. Non stava bene per niente.
Rosa sospir lieve alle sue spalle. La ragazza strinse gli occhi mentre passava in rivista gli ingredienti della cena. Zi' Ro', pens, non vi preoccupate. Magari passa. Magari sente la mancanza vostra. Come la sento io.
Le cose dovevano andare avanti, per, e toccava a lei quel compito. Certo, poteva sbagliare: ma sulo chi nun face nienti nun sbaglia nienti, si diceva dalle sue parti. Per non sbagliare, non fare.
E si diceva pure che, per stare meglio, un uomo doveva mangiare bene. Panza chiena core cuntento, insomma. Cos si era consigliata con la zia e aveva deciso: cocozza caso e ova, pizza di vurraina e parmigiana di melanzane.
Il reperimento degli ingredienti era stato, al solito, materia di riflessione.
Fino a quando si trattava del pecorino, dell'olio e del cacioricotta attingeva dalle provviste della dispensa, quelle rifornite dal carretto che arrivava dal paese.
Ma la borragine, la cipolla e soprattutto la zucca andavano acquistate in zona.
A Nelide torn in mente quel verduraio circondato dalle donne, 'o Sarracino, cos l'avevano chiamato; ma a lei servivano ortaggi, non teatro. Era quindi scesa con la sporta, gli occhi fissi davanti a s, determinata a non dare confidenza a nessuno e a tornare quanto prima a casa. Il corpo tozzo, le spalle larghe e gli avambracci forti, cui si aggiungevano gli
occhi piccoli e la mascella squadrata, scoraggiavano chiunque dall'intrecciare una conversazione con quella strana donna orgogliosa di essere una cafona, fiera di un dialetto poco comprensibile e per nulla disponibile al sorriso.
Tanino, il verduraio spavaldo, l'aveva vista comparire da lontano e l'aveva chiamata al di sopra della testa delle ragazze che lo circondavano fingendo di essere interessate alla sua merce.
- Signori', e dove ve ne andate con quella borsa vuota? Chi ve la pu riempire, se non Tanino vostro?
Tutti avevano riso in modo sgangherato, interpretando un doppio senso volgare che forse il ragazzo non aveva voluto. Nelide si ferm, si volt e lo trapass con uno sguardo durissimo. Poi disse:
- Nun c' 'ngnuranza senza presunzione, nun c' pezzenteria senza rifietti. Ogni ignorante  presuntuoso, ogni pezzente  difettoso. Cos si dice, dalle parti mie.
Aveva parlato a bassa voce, quasi a s stessa; ma l'avevano sentita tutti. A Tanino mor in faccia il sorriso, mentre gli altri ambulanti ridevano ancora pi forte. Un anziano venditore di pasta chiese, gentilmente:
- Che vi serve, signori'? Voi siete nuova di qua, lasciatelo stare a 'o Sarracino, quello vuole solamente scherzare.
Nelide ringhi:
- Vurraina, cocozza e cepudde. Borragine, zucca e cipolla.
- Le trovate fra un'oretta, viene Vittorio, un verduraio un poco meno canterino. Forse vi trovate meglio con lui. Tornate dopo.
Nelide aveva fatto un leggerissimo cenno di assenso e si era voltata per andarsene a casa, accompagnata dai mormorii del vicolo. Era una tosta, la nuova governante del commissario Ricciardi. La zia vecchia, pace all'anima sua, qualche volta sorrideva: questa mai.
Mezz'ora dopo aveva sentito bussare alla porta di casa. Asciugandosi le mani sul davanti del grembiule era andata ad aprire, e si era trovata davanti un'immagine inattesa.
C'era Tanino, un po' ansante e sorridente, con una sporta fra le mani. Alle sue spalle si intravedevano le teste sussurranti di una mezza dozzina di serve curiose.
- Signori', - disse il ragazzo, - io con voi sono stato un poco sfortunato. Voi non ridete, e io con le donne che non ridono non ci riesco a chiacchierare.
- A parl  art' leggiera, - disse Nelide. Parlare  facile.
- Non tengo tempo da perdere, giuvino'. Il signore mio tra poco torna, e io devo ancora preparare.
'O Sarracino sorrise.
- E io per questo sto qua, signori'. Non si deve mai dire che Tanino 'o Sarracino lascia andare una cliente da un altro verduraio. La merce mia  la migliore, guardate qua: una borragine che  'na seta, una cocozza che  puro oro, certe cipolle che sono...
Nelide grugn.
- S, s, va bene. Quanto vi devo dare? Tanino assunse un'aria nobilmente offesa.
- Signori', questo  un mio personale omaggio di me, per dimostrarvi che vi sappiamo accogliere come... Nelide lo fiss, diffidente. - Cio non volete nulla? Il ragazzo annu.
- Nulla! - dichiar con orgoglio.
Nelide riflett per un secondo o due, poi disse: - Va bene. Arrivederci.
E senza ringraziare prese la sporta e sbatt la porta sul muso di Tanino, tra le risate delle donne dietro di lui. Il ragazzo disse, allegro, al legno scuro: - Ricordatevi, signori'! Avete detto: arrivederci!

Lucia aveva preparato il polpettone: un piccolo, straordinario evento familiare che veniva in genere adeguatamente festeggiato.
La realizzazione prendeva tempo e i costi erano elevati, soprattutto tenendo conto dei lupi che stava allevando sotto le mentite spoglie di figli. Andava anche considerata la fame di Raffaele, che la sera arrivava reggendosi a stento in piedi, pronto a divorare un bue vivo. Ma quando ci voleva ci voleva, e siccome in quel meraviglioso settembre il brigadiere aveva preso una bella gratifica su proposta di Ricciardi, Lucia riteneva che la cosa andasse celebrata con tutta la famiglia; ai festeggiamenti privati avrebbe pensato dopo, quando i bambini si sarebbero addormentati sazi e felici e loro si sarebbero trovati finalmente da soli nella stanza in fondo, quella con l'alto letto e il com con la campana di vetro con la Madonna che, Lucia ci contava, avrebbe capito la situazione e sarebbe stata indulgente.
Aveva perci passato l'intero pomeriggio di fronte alle parti che avrebbero, di l a poco, costituito il suo famoso polpettone, sotto lo sguardo attento di Benedetta e Maria, le figlie, che parevano osservarla come se stessero studiando da madri di famiglia. Con loro Lucia aveva preso l'abitudine di raccontare quello che andava facendo gesto per gesto.
Prendete questa fetta di carne magra, vedete? Dev'essere bella grande, ma tenera. La dovete spianare bene, ma non la dovete rompere, se no esce la roba di fuori. Conditela con sale e pepe. A parte fate un tritato sottile sottile di prosciutto, aglio, prezzemolo e un poco di maggiorana. Non troppo; la maggiorana  terribile, se si esagera poi si sente lei sola. Mo' la mollica di pane, strizzata bene dopo averla bagnata nell'acqua, con due rossi d'uovo. Mischiate fino a quando diventa tutta una cosa, poi stendete sulla carne e cospargete di pinoli e uva passa.
Le bambine erano uno spettacolo, occhi spalancati e bocca aperta; Maria, pi golosa, ogni tanto allungava un dito per assaggiare, mentre Benedetta, la figlia adottiva, assorbiva gli insegnamenti come una spugna.
Adesso arrotolate la carne e legatela; si deve preparare la padella, lo sapete che non abbiamo finito. Lo strutto, la pancetta di lardo, qualche anello di cipolla, il sedano e la carota. Ecco qua. Poi bagnate con una tazzina d'acqua e un cucchiaino di conserva nera.
A tavola il risultato di tanta fatica dur cos poco da farle venire lo sconforto per essersi data tanta pena; ma i mugolii estatici degli uomini di casa erano una soddisfazione.
Lucia per notava che Raffaele sembrava distratto. Non che non divorasse tutto quello che gli capitava a tiro, sia chiaro, ma era taciturno in modo insolito, e non le piaceva l'espressione che aveva in faccia.
Come se fosse triste.
Quando la cena fin e i ragazzi furono a letto, asciugando i piatti mentre lui leggeva il giornale, gli chiese:
- Raffae', si pu sapere che tieni? Non hai detto una parola per tutta la sera, valeva proprio la pena di fare il polpettone se poi te lo dovevi mangiare cos.
Maione si riscosse, depose il giornale.
- Scusami, Luci', hai ragione. E' che sto un po' in pensiero per il commissario.
Lucia gli sorrise, scuotendo il capo.
- Proprio non ci riesci, eh? A non fare il padre, dico. E la cosa di te che mi piace di pi, perci non mi posso lamentare: ma con Ricciardi non puoi, lo sai. Lui  cos, taciturno. Come te quando faccio il polpettone.
- E s, scherzaci, tu. Intanto non  come al solito, io lo conosco bene. Ha qualcosa in petto, qua, - si batt il torace, - e non se ne riesce a liberare. Mo' non sta nemmeno pi incontrando la signora Livia; io ci speravo, una donna cos bella che...
Lucia gli lanci uno strofinaccio addosso.
- U, non ti permettere, hai capito? Bella, bella: mica  tutto, la bellezza. Magari una  bellissima ma non dice niente, e un'altra  meno bella ma ci si innamora.
Raffaele protest, ridendo.
- E tu che ne puoi sapere? Sei bellissima e io mi sono pure innamorato di te, quindi abbiamo fatto una cosa completa. Lui invece pare che non ci pensa proprio, a una famiglia. E ha gi pi di trent'anni.
- Lo vedi? Pare che stai parlando di un figlio. Ma non  tuo figlio, e ha il diritto di campare come vuole lui. Ci sta gente che non gli interessa la famiglia, forse lui  cos.
- No. Se fosse felice figurati, sarei felice pure io appresso a lui. Ma lui felice non , nessuno me lo pu levare dalla testa. E chiss che ha nel cuore.
Lucia gli si avvicin, ancheggiando.
- Lui nel cuore non lo so, ma tu nello stomaco tieni mezzo polpettone mio, e questo lo sai che vuol dire? Che devi digerire. E qui, a casa Maione, ci occupiamo sia di far mangiare sia di far digerire. Sempre se ti interessa, naturalmente.
Maione scatt in piedi e con un unico movimento prese in braccio Lucia, avviandosi verso la camera da letto. Lei rise, ma lui la zitt dolcemente. 
- Silenzio, ch se si svegliano quei diavoli abbiamo finito di digerire!
E la port via, pensando a quanto fosse fortunato ad averla incontrata, una mattina di quasi quarant'anni prima vicino a una certa fontana.
Tra s, sorridendo, disse: io ti amo.

46.

Tra s, piangendo, disse: io ti odio.
In questa notte di fantasmi sospesi che cantano le loro maledette canzoni d'amore, io ti odio. Ti odio con quanta forza ho in petto, per quanto sono capaci le mie fibre di far male e di urlare.
Ti odio per la mia mente occupata da te, in lungo e in largo, senza che io abbia lo spazio per fare un passo nel resto della vita.
Ti odio perch sei rimasta sola a guidarmi come una stella solitaria nel buio, e non so nemmeno se ricorderai il mio volto o i miei occhi quando i tuoi giorni ti avranno portata via da questa furia.
Ti odio per il silenzio che ti ho regalato e nel quale mi avvolgo per non impazzire. Ti odio perch sono gi impazzito, e senza ritorno, la prima volta che ti ho vista.
Ti odio.

Tra s, piangendo, disse: io ti amo.
Ora che ho cancellato la speranza di averti, so che ti amo. Per quanto il ventre si attorciglia nella malinconia, io ti amo.
Ti amo per la nostalgia che mi hai regalato di me stessa, perch mi ero innamorata dell'idea di te e di me, di essere donna alla luce del giorno invece che in questa perenne notte di lustrini e fumo e vino, percorrendo sui tacchi gli sguardi degli uomini e sentendomi addosso il desiderio senza gioia e sorriso.
Ti amo per questa solitudine, per la bellezza di riconoscermi senza falsi fiori e lettere e calici. Per avermi regalato me stessa com'ero prima di dimenticarmi, mentre mi illudevo di accarezzare la linea del ventre e una piccola guancia morta.
Ti amo per avermi fatto sentire donna, per avermi dato la preoccupazione di te e per avermi lasciato sognare di poter dare pace a quel tuo dolore verde, che cresce nell'anima e nel vuoto come una pianta forte e perversa. Ti amo per il dolore che ho conosciuto, per la grandezza di poterlo guardare in faccia senza dover fuggire da me portandomi in spalla, come un peso che mi schiaccia.
Ti amo per avermi insegnato l'amore senza conoscerlo tu stesso, per avermi spiegato senza parlare che non c' pace se non nella morte. Ti amo in questo deserto, dove l'unico suono che si sente  quello della mia condanna, ed  una canzone disperata che non conosco ma che capisco, come si capiscono le magie.
Ti amo per la musica che mi hai restituito. E ti amo per le spalle che mi hai dato andandotene via. Ti amo.

Tra s, piangendo, disse: io ti odio.
Ti odio nel buio di un palazzo e di un corpo dove credevo di averti avuto e invece non c'eri. Ti odio per le strade che hai percorso senza di me, senza nemmeno spiegarmi perch te ne andavi.
Ti odio perch sono ancora giovane, e il ventre mi si contrae in primavera quando sento l'odore greve dei fiori e della frutta matura, e dalla notte arriva il sentore del mare. Ti odio per le mani che non hai lasciato che mi sentissi addosso, e per la vecchia che sembro.
Ti odio perch nemmeno riesco a volere il tuo male, in nome di un sentimento di cui conosco il nome ma non la faccia, che appartiene a un altro tempo e a un altro spazio.
Ti odio per il carcere in cui sei e in cui hai lasciato me, prigioniera di un nome che non voglio pi ma di cui non mi so liberare.
Ti odio per avermi lasciato una strada che percorro passo dopo passo senza sapere dove mi porta, e senza saper tornare indietro.
Ti odio.

Tra s, piangendo, disse: io ti amo.
Ti amo e Dio sa quanto non vorrei, per poter rinascere a una vita nuova che mi merito e che i miei giorni chiedono con forza, ma che dentro di me non voglio.
Ti amo perch nessuno  come te, e nessuno voglio che lo sia, per quanto potrei forse convincermi e immaginare e illudermi, per quanto io sia capace di fare quello che mi propongo di fare, quieta e determinata come in ogni cosa della mia vita. Ti amo nella luce e nel buio, quando mi volto a guardarmi e mi ritrovo sola, nuda al centro di una stanza con le pareti di specchi, senza l'appiglio di una menzogna.
Ti amo ogni volta che sento una canzone, ti amo ogni volta che vedo un bambino che sorride, ti amo se accarezzo un cane per strada.
Ti amo per il mio cuore, che batte pazzo solo a passare vicino a una finestra.
Ti amo per i miei occhi che si riempiono di lacrime e rabbia ogni volta che penso a te lontano.
Ti amo anche se non dovessi vederti mai pi, e le mie gambe dovessero allacciarsi ad altri fianchi, e le mie braccia dovessero stringere un altro corpo.
Ti amo perch mi manchi da morire, senza averti mai avuto.
Ti amo.

Tra s, piangendo, disse: io ti odio.
Ti odio per averti dovuto illudere, mentre la notte di sangue appena passata ormai taceva nella luce dell'alba.
Ti odio per il rimorso che mi d il pensiero di te, per le porte chiuse e le finestre aperte, per il mare che non smette di suonare alla porta dell'alba e per questa immensa, maledetta estate che non si rassegna a finire.
Ti odio per quel sorriso che mi hai fatto, per aver preso il mio male e averlo indossato come il pi comodo degli abiti, e per indossarlo ancora.
Ti odio per averti dovuto mentire, e per l'attesa che avrai di me al di l del muro, per il pensiero che avrai di trovarmi, e mai mi troverai.
Ti odio per il silenzio a cui saremo costretti, tu e io. Per non poter parlare e parlare e raccontare.
Ti odio per aver dovuto fare quello che ho fatto, solo per amarti. E ti odio perch lo rifarei mille e mille volte, per il sangue che ho avuto davanti agli occhi e per la rabbia che ha cavalcato la mia mano.
Ti odio.

Ti amo, disse ridendo Lucia dopo l'amore. Ti amo, brigadiere Maione Raffaele.
E ti amer per sempre.

47.

La soluzione gli era venuta in mente nel cortile del convento dell'Incoronata, mentre, rassegnato a una fine prematura, si disponeva al tentativo di ritorno in questura nella vecchia Fiat guidata da Maione.
Come ogni volta, era stato un improvviso, totale ribaltamento di prospettiva. Bastava cambiare la chiave d'interpretazione e quello che prima era contraddittorio, senza senso e discordante andava all'improvviso a comporre un quadro ben leggibile e privo di incoerenze.
Lungo il viaggio non aveva quasi fatto caso ai disastri sfiorati per un pelo e alla fuga dei passanti all'approssimarsi dell'automobile: la sua mente continuava a ricombinare i frammenti che fino ad allora aveva messo da parte a uno a uno, nella speranza che prima o poi servissero a qualcosa. Per quanto assurdo fosse il pensiero originante, tutto ritornava.
Non disse niente a Maione. Voleva continuare a rifletterci, e lo fece per molte ore fino a quando, a notte alta, croll in un sonno profondo e senza sogni. All'alba era gi sveglio e pronto a tentare una verifica della propria ipotesi.
Il copione, per, a questo punto cambiava parecchio rispetto a quello abituale. Qui non si trattava di andare a prendere un colpevole e costringerlo a confessare. Qui non c'erano prove testimoniali da mettere a confronto.
Qui non si doveva prevenire un pericolo di fuga. E soprattutto, qui non si poteva contare sull'investitura ufficiale della polizia, su un'indagine da gestire alla luce del sole per trovare il responsabile del delitto al di l di ogni dubbio. Stavolta tutto era concluso e determinato, e nessuno sarebbe stato contento di fronte a un sovvertimento dell'ordine spontaneamente ricostituito dalla confessione di Roccaspina.
Nessuno sarebbe stato contento, no. Nemmeno la contessa, che gli aveva chiesto la verit. Perch se c' un morto, cara contessa, la verit non lenisce alcun dolore. Lo aveva imparato da cos tanto tempo che gli pareva di averlo sempre saputo.
A passo svelto e nella lattiginosa luce del primo mattino si rec a casa Roccaspina. Giunto al portone non buss, si appoggi invece al muro, controllando l'orologio; un pescivendolo che esponeva la propria merce nelle vasche di legno, bagnandola con acqua di mare, lo guard con diffidenza. Aspett dieci minuti. Alle sette e mezza in punto part, avviandosi nella direzione che immaginava fosse percorsa dal conte quando era libero, nelle sue strane uscite mattutine che nessuno si spiegava.
Attravers prima qualche vicolo di un altro pezzo di citt che si preparava alla nuova giornata. Ogni tanto qualcuno alzava gli occhi sul suo viso, non riconoscendolo come abituale passante, e subito distoglieva lo sguardo. Un uomo solo, ben vestito, veniva interpretato come un'intrusione, un potenziale pericolo.
Divenne di nuovo anonimo nella strada grande, dove gi molte erano le biciclette degli operai che andavano ai cantieri nuovi o nelle fabbriche in periferia, e le donne con le grandi ceste in testa piene di ortaggi, ricotta e frutta da vendere in giro per le piazze e i cortili. Ricciardi
continuava a camminare, rimuginando sui particolari della vicenda che lo avevano messo sulla strada di quella che pensava essere la soluzione.
Sapeva ci che era accaduto. Ne era ragionevolmente certo, perch era l'unica spiegazione compatibile con quanto gli era stato riferito e che aveva visto. Quello che non sapeva era il perch. Conosceva gli effetti di certi pensieri e di certe passioni sulla gente, e poteva anche immaginare cosa avesse mosso la mano assassina, ma gli sembrava davvero assurdo.
Si ferm. Quello doveva essere il punto preciso in cui le due strade confluivano verso la meta quotidiana, quindi il primo posto utile per incontrarsi da soli.
Non dovette attendere molto. Nemmeno cinque minuti e vide giungere a passo svelto chi stava attendendo. Chi, secondo lui, aveva ucciso l'avvocato Ludovico Piro, la cui immagine sofferente non aveva potuto udire nell'ultimo pensiero, in una calda notte del precedente mese di giugno.
Usc dall'ombra e salut.
- Buongiorno, signorina Carlotta. Non  la prima volta che un uomo vi attende a quest'angolo, vero?
La ragazza non sembr sorpresa, piuttosto irritata. Serr la mascella e lanci un rapido sguardo attorno, come se stesse valutando la possibilit di chiamare aiuto.
- Cosa diavolo volete? Sto andando a scuola.
Ricciardi la fissava negli occhi.
- Lo so. Come nei mesi prima di giugno. Quanti? Due? Tre? Mesi in cui ogni mattina il conte di Roccaspina veniva fin qui per incontrarvi. Cosa vi dicevate? Che cosa avevate in comune, con tanti anni di differenza?
La giovane pass i libri legati con la cinghia da una mano all'altra.
- Non capisco che cosa vogliate dire e se non smettete subito di importunarmi mi metto a urlare. Non avete alcun titolo per...
- Davvero? Allora mettiamola cos: o accettate di parlarmi con chiarezza, o vado subito dal magistrato che sta istruendo il processo e chiedo di testimoniare. Non  detto che non lo faccia lo stesso, beninteso: ma prima voglio capire qual  stato il motivo dell'omicidio.
Carlotta apr la bocca e la richiuse con uno scatto. Strinse gli occhi.
- Va bene. Sentiamo quali assurdit vi siete immaginato. Anche se continuo a non capire a che titolo vi state occupando della questione di mio padre. Credo che parler con qualcuno dei suoi amici per avere delle spiegazioni.
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Come credete. Prego, accomodiamoci in quel caff. Non ci metteremo molto.
Carlotta si volt e a colpo sicuro and a sedersi all'interno del locale, in un tavolino un po' in disparte in fondo al piccolo ambiente. La sicurezza nella scelta del posto conferm a Ricciardi che la ragazza incontrava Roccaspina proprio li.
Ordin un caff, e Carlotta volle un bicchiere di latte. Ricciardi l'osserv a lungo: i tratti delicati della bambina erano in evoluzione verso la donna che sarebbe diventata: volitiva, forte, consapevole della propria bellezza. Ora che l'aveva davanti, il quadro che aveva delineato nella mente gli sembrava ancora pi convincente.
- Parler per ipotesi, signorina. Immaginer soltanto. E immaginer che voi abbiate iniziato una relazione affettiva con Romualdo Palmieri di Roccaspina; forse incontrandolo presso lo studio di vostro padre, forse al circolo. Un uomo allegro, simpatico, romantico, nel suo essere un giocatore gaudente. Anche bello. Molto affascinante per una ragazza che non si sente pi una bambina, che vuole vivere da donna. Avete cominciato a vedervi nelle rare occasioni che la vostra vita di ragazza di famiglia e di studentessa vi offriva. Per esempio, come adesso, di prima mattina; magari in questo stesso caff e a questo stesso tavolino. Per scambiarvi uno sguardo, una parola dolce. Forse una carezza.
La voce di Ricciardi scorreva leggera. Carlotta fissava nel vuoto davanti a s; pareva stesse sognando.
- Poi dev'essere successo qualcosa. Per vostro padre, Roccaspina era il migliore degli affari; i soldi erano del duca Marangolo, che ne garantiva perfino la restituzione. Nessun rischio: un uomo ricchissimo e malato che fornisce il denaro da prestare concedendo grandi margini di guadagno. E infatti per parecchio tempo tutto  andato bene, con visite frequenti e ottimi rapporti. All'improvviso, per, l'avvocato, lo spregiudicato affarista che pensa solo a fare soldi con l'usura, e che perci non ha scrupoli o remore, decide di tirare il collo alla gallina dalle uova d'oro. Non fa pi da tramite, e interrompe anche i rapporti con Marangolo.
Carlotta scosse piano la testa. Ricciardi riprese.
- In realt aveva scoperto di voi due. Come  successo? Vi ha visti, incontrati per caso? Vi ha sentiti parlare? Gliel'ha detto lo stesso Roccaspina in un impeto di sincerit?
La ragazza non rispose. Ricciardi continu.
- Fu a quel punto, comunque, che vostro padre smise di concedere proroghe e di prestare altri soldi. Roccaspina si trov con le spalle al muro e venne a casa vostra la mattina prima del delitto. Voi eravate a scuola, forse fu proprio per questo che scelse quel momento. Litigarono, duramente. Tutti li sentirono urlare, ma nessuno cap quello che si dicevano. Parlavano di voi,  cos?
Silenzio. Fuori, il flusso dei ragazzi diretti a scuola aumentava, diffondendo nell'aria un allegro suono di risate e chiacchiere. Il commissario riprese.
- Non disse niente a vostra madre, credo; anzi ne sono abbastanza certo. Voleva risolvere la questione da solo. Chiss, forse non intendeva darle una preoccupazione. Decise di andare all'Incoronata, di cui era amministratore e dove guarda caso era stato proprio il giorno prima per lavoro. La Madonna dell'Incoronata  un convento, certo: un antico, famoso convento. Ma  anche un collegio. E l'avvocato Piro, che il giorno prima era andato al convento in qualit di amministratore, il giorno dopo  andato al collegio in qualit di padre.
Carlotta alz per la prima volta gli occhi su Ricciardi, ed erano occhi fiammeggianti. Il commissario vide l'odio puro che abitava in quella mente, ma non ne ebbe paura. Continu.
- L'ho capito tardi, sono stato stupido. Non vedevo. Eppure voi stessa, quando ieri vi ho chiesto se conoscevate il motivo di quel doppio viaggio, vi siete riferita all'Incoronata come al collegio. E lo stesso aveva detto Laprece, l'autista che avete subito licenziato per evitare che ne parlasse. E l'avete licenziato voi, non vostra madre, perch quando  andato a raccontarlo al brigadiere Maione ha detto: perch ormai il padre era morto e io non servivo pi.
Avete una personalit forte, signorina. Vostra madre, che qualcosa deve aver intuito o alla quale avete raccontato addirittura come sono andate le cose, ha paura di voi.
La ragazza fece una smorfia. Tir fuori dalla tasca del vestito una sigaretta, l'accese con calma e si mise a fumare guardando fuori.
Ricciardi non si ferm.
- Quella sera stessa, quando andaste a salutare vostro padre ignara di quanto era accaduto, lui vi comunic la sua decisione di mettervi in collegio per sottrarvi a quella relazione. Cos come aveva detto a Roccaspina stesso, la mattina precedente. Il suo modo radicale di voler risolvere la cosa vi fece montare il sangue in testa. Lui parlava, secco e deciso, e voi camminavate per la stanza, forse negando, forse giustificandovi. Quando vi siete trovata alle sue spalle, dal lato della finestra, lo avete colpito. Un colpo solo, mortale. Non avreste mai acconsentito a farvi chiudere in un collegio.
Carlotta non aveva cambiato espressione, il gomito sul tavolino, la sigaretta che le si consumava tra le dita, gli occhi fissi sulla strada.
- Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Impossibile che a quell'ora e con quel caldo, in una zona cos silenziosa e abitata, qualcuno si sia introdotto dall'esterno. Infatti nessuno  entrato: l'assassino era gi in casa. E l'arma del delitto, quella che non si trovava? Io un'idea me la sono fatta.
Con un gesto rapido, Ricciardi si sporse sul tavolino e sfil lo spillone che reggeva la crocchia di Carlotta. I capelli, liberati, caddero come una cascata sulle spalle della ragazza, che nemmeno cambi posizione. Il commissario guard l'oggetto, tenendolo a met strada tra lei e lui: un cuneo d'argento, appuntito e lungo una ventina di centimetri, sormontato da una decorazione geometrica.
Come nell'omicidio Rummolo. Anche allora uno spillone. Anche allora i Roccaspina.
- Qualcosa del genere. La rabbia, la disperazione, uno scoppio di follia. Siete tornata in camera, senza dormire: chiss quanto ci avete pensato, a che cosa fare. I minuti, le ore passavano e si avvicinava il momento in cui vostra madre si sarebbe svegliata e, non trovando vostro padre, sarebbe andata a cercarlo. Allora avete chiesto aiuto all'unica persona che avrebbe fatto di tutto per salvarvi. Di tutto.
Carlotta spense la sigaretta nel posacenere e cominci con calma a raccogliere i capelli nella sua solita acconciatura. Recuper lo spillone dal tavolino e lo inser di nuovo.
- Andaste a cercarlo sotto casa, o lo aspettaste qui, al solito posto e alla solita ora. Gli diceste tutto, forse che lo avevate fatto per lui, per voi. Per mantenere vivo il vostro amore. Lo pens lui da solo o glielo suggeriste voi, che se avessero scoperto la verit la vostra vita sarebbe finita? Una parricida, un'assassina senza scusanti. Lui invece, se avesse confessato, avrebbe potuto godere dell'attenuante dei seri motivi, dello scoppio d'ira, della provocazione: tutti avevano sentito il litigio, tutti sapevano dei grossi debiti e del fatto che vostro padre lo teneva in pugno. E anche il suo nome avrebbe avuto un peso, la reputazione della sua famiglia. Si convinse, o forse lo convinceste. E lui confess.
Tacque. La ragazza tir un profondo respiro e fiss gli occhi freddi su di lui; poi fece un lento, ironico applauso.
- Bravo. Bravo, commissario. Avete una bellissima fantasia. Io apprezzo molto questi nuovi romanzi, voi certo li avrete letti, che parlano di assassini e di complotti, e di bravi e astuti poliziotti che svelano i misteri. Avete mai pensato di scriverne uno? Magari potrei aiutarvi. Questa che mi avete raccontato  proprio una bella trama, ma va un po' integrata. Che ne dite, vogliamo lavorarci?
Fu il turno di Ricciardi di tacere. La ragazza cominci.
- Dunque, vediamo. Prima di tutto andrebbero sviluppati meglio i personaggi, non credete? Il padre della protagonista, per esempio. Avete detto bene, uno senza scrupoli, che pensa solo ai soldi. Ma dovremmo aggiungere che non si preoccupa minimamente della felicit della famiglia: un arrivista, uno che non prevede che le persone possano scegliere. E se il nobile che poi confessa invece che povero fosse stato ricco, allora la differenza di et non avrebbe contato nulla. N il fatto che fosse gi sposato. Nella finzione narrativa potremmo fargli presentare la figlia al duca Marangolo, un vecchio in punto di morte, nella speranza che si invaghisca di lei; magari  proprio in quell'occasione che incontrano il conte. Che ne dite? Bello, no? La ragazzina che il padre vuole gettare fra le braccia del nobile vecchio e ricco si getta invece fra quelle del nobile squattrinato. Mi pare uno sviluppo interessante. Come l'idea di mandare la ragazza in un collegio religioso, magari nella prospettiva che prenda i voti e diventi superiora dell'ente che gli fa guadagnare tanti soldi. S, i voti, figuriamoci.
Accese un'altra sigaretta, sorridendo come se davvero stesse pensando a una storia da scrivere.
- E il conte, anche lui va raccontato meglio! Bisogna spiegare che  sposato, s, ma che con la moglie non ha pi alcun rapporto da molti anni. Perch, facciamo che lei  una donna dura, rigida come un pezzo di legno, senza allegria e senza sogni. Non ha saputo stargli vicina, non lo ha aiutato mai, lo ha abbandonato al suo destino. Ecco, lei  perfetta.
Tir una lunga, compiaciuta boccata dalla sigaretta.
- Ma torniamo al conte. Lui ha trovato nella ragazza, nella sua gioia di vivere e nel suo desiderio di futuro, una nuova speranza. Che ne dite, potrebbe essere il titolo: Una nuova speranza. Se non raccontiamo questo il personaggio  incomprensibile. Ci crolla tutto. E anche la madre della ragazza si deve rappresentare, una donna debole, fragile e piccola, ignorante e totalmente schiava del marito. Facilmente manovrabile,  vero, che deve sempre appoggiarsi a qualcuno per sapere cosa fare. Dal padre alla figlia. Forse sarebbe questa la morale, forse si assomigliano pi di quanto lei sia disposta ad ammettere.
Ridacchi, ironica, e riprese, come invasata.
- Pure i personaggi secondari sono molto importanti in storie come questa. L'autista, per esempio: un maledetto ficcanaso che si fa sempre gli affari degli altri, e magari si era messo a chiacchierare con l'avvocato del motivo per cui era stato all'Incoronata due volte in due giorni...
Ricciardi aveva sentito fin troppo. La interruppe, secco.
- Che cosa gli avete detto, per convincerlo? Come avete fatto a mandarlo in galera al posto vostro?
La ragazza sorrise, soffiando il fumo verso il commissario.
- Ah-ah, commissario. State uscendo dalla narrazione per passare alla vita vera, non si fa. Un rischio che gli scrittori corrono, ma al quale si deve stare attenti. Nel romanzo, magari, la ragazza ha spiegato al conte che quando uscir lei sar l ad aspettarlo. Sar ancora una donna tutto sommato giovane, lo amer pi di prima e gli sar cos grata da offrirgli un futuro che altrimenti non avrebbe. Il conte pazzo deve solo riuscire a stare in prigione il meno possibile.
Ricciardi si alz bruscamente. Sentiva mancare l'aria.
- Mi pare di capire che non avete intenzione di confessare, signorina. Di dire come stanno le cose dando pace alle molte persone che soffrono e soffriranno per ci che avete fatto.
Carlotta si alz con grazia, raccogliendo i libri che aveva appoggiato su una sedia.
- Ma stiamo parlando di un romanzo, commissario. Non ricordate? Io non ho proprio nulla da confessare. In galera c' chi ha davvero ucciso il mio povero pap, rovinandomi la vita. E mi auguro che non gli sia riconosciuta alcuna attenuante, e che anzi lo condannino a morte, perch sarebbe proprio quello che merita. Adesso mi scuserete, ma devo andare a scuola. Sapete, ho un futuro da costruire.

48.

E pazienza, Maione si sarebbe preoccupato non trovandolo in ufficio, ma Ricciardi decise di andare direttamente a casa della contessa di Roccaspina.
Era combattuto. Doveva raccontare a Bianca quanto aveva scoperto, per avrebbe voluto evitarle il dolore di sapere quali erano i veri motivi che avevano spinto il marito a confessare un delitto non commesso.
E c'era dell'altro. Doveva incontrare di nuovo Roccaspina, dirgli che qualcuno aveva capito come erano andate davvero le cose. Aiutarlo a ritrovare il senso della realt, costringerlo a riflettere su ci che stava facendo a s stesso e alla moglie permettendo a quella ragazzina di manovrarlo.
Bianca lo ricevette subito, al solito vestita di scuro. Aveva l'aria stanca, come se non avesse dormito o come dopo un sonno agitato. Guardandole il volto segnato, Ricciardi pens che sembrava molto pi fragile dell'adolescente con la quale aveva parlato fino a pochi minuti prima, conversando di morte e di omicidi in un caff del centro come se fossero invenzioni, invece che la realt.
C'era imbarazzo tra loro.
La carezza del giorno prima in questura aveva lasciato su di lui la memoria della pelle calda, bruciante di lacrime e dolore della donna. E trasmesso a lei, che l'aveva accompagnata con la mano, una vicinanza e un sostegno che non credeva avrebbe pi provato nella sua vita solitaria.
Ora per il commissario doveva dire alla contessa ci che forse lei non avrebbe mai voluto sentire; e scopri con meraviglia di temere che quella rivelazione l'avrebbe allontanata da lui.
Il suo dovere, per, era di parlare.
Le disse dell'intuizione al convento, di come avesse passato tutta la serata e buona parte della notte a ordinare gli indizi nel nuovo quadro, e di come avesse trovato una serie di conferme tali da chiudere il cerchio senza molte possibilit di errore.
Le disse di avere incontrato Carlotta, aspettandola allo stesso angolo dove probabilmente la aspettava Romualdo; e la vide trasalire quando le rivel che quella mattina, alle sette, si trovava sotto al suo portone.
Le disse del colloquio con la ragazza, e della reazione di lei: della freddezza, dell'equilibrio, della capacit di reggere alla ricostruzione della verit.
Le disse che la signorina Piro non aveva manifestato nessuna volont di confessare, ostentando anzi la sicurezza che il conte non avrebbe ritrattato, continuando a tenerla al sicuro.
Quando finalmente tacque, Bianca fissava il vuoto scuotendo la testa. Ricciardi aveva temuto di sconvolgerla, ma lei sembrava piuttosto sprofondata nel dolore.
- Una bambina. E solo una bambina. L'ho vista da lontano, al funerale del padre: sembrava disperata, forte ma disperata. Sosteneva la madre, teneva per mano il fratello. Come si pu fingere cos? Vi prego, commissario, spiegatemelo. Come si pu?
Ricciardi prov a sondare il terreno con cautela, per trarla fuori da quel vortice di sofferenza.
- Ne ho viste tante, signora, credetemi. Davvero tante. E in fondo Carlotta assomiglia al padre, se  vero che era un uomo con cos pochi scrupoli da volerne fare l'amante, di Marangolo.
Bianca si apr. Sorrise, triste.
- Povero Carlo Maria. E' sempre stato vittima della sua fortuna. Il denaro rende soli: sia chi non ce l'ha, sia chi ne ha troppo. Ora che so quello che  successo, commissario, mi sento svuotata. Credevo che avrei provato sollievo, se non altro per la conferma di non essere impazzita. Invece mi sento un fallimento, come donna e come moglie. E anche come amica, avendo causato tanto dolore al duca, che per aiutare me ha dovuto avere a che fare con questa gente.
Ricciardi la fiss con tenerezza.
- Non siete certo voi ad avere fallito. E vostro marito che  caduto in una rete dalla quale non  pi riuscito a venire fuori. E io voglio che almeno lo comprenda. Bianca lo fiss, smarrita.
- Ma... ma com' possibile, commissario? Abbiamo la verit, sappiamo quello che  accaduto per filo e per segno: non basta per far liberare Romualdo?
Ricciardi scosse la testa.
- Purtroppo no, contessa. Se vostro marito non ritratta la confessione, non  possibile riaprire l'indagine. Non abbiamo elementi oggettivi di prova, solo una ricostruzione basata su congetture e testimonianze vaghe. Carlotta Piro non ha fatto ammissioni e nemmeno ha intenzione di farne, e di sicuro la sua famiglia far quadrato attorno a lei. Non penso che dopo tanti mesi otterremo qualcosa in pi. Vi ho detto della reticenza della superiora dell'Incoronata, e credo sarebbe inutile anche la testimonianza del duca Marangolo.
L'unica possibilit  che vostro marito cambi idea. La donna si pass le mani sul viso.
- Commissario, io... Voglio sappiate che nulla di ci che far Romualdo cambier la mia decisione di vivere senza pi essere sua moglie. Tra noi  finita, e che la consapevolezza di questa sua relazione non mi ferisca  un'altra dimostrazione che non significava pi nulla per me. Ma il pensiero che un innocente, manipolato, si rovini la vita mi pesa enormemente. Anche perch, da come l'ho visto, non sopravvivr a una lunga detenzione.
Ricciardi annu.
- Lo penso anch'io, contessa. E intendo andare a parlare subito con lui. Potete per favore contattare l'avvocato Moscato perch ottenga per me un colloquio immediato? Aspetter notizie in ufficio.
Bianca si alz, fissando in volto Ricciardi con quei suoi occhi strani e bellissimi.
- Commissario, non so come potr mai ripagarvi per quello che avete fatto. Mi avete liberato dall'ossessione di qualcosa di incomprensibile che mi avrebbe soffocata. Mi avete ridato la fiducia in me stessa e in chi mi circonda.
Ricciardi non trattenne un mezzo sorriso.
Poi, con un inchino del capo, se ne and.

49.

Ricciardi aveva appena finito di raccontare tutto a Maione, che continuava a scuotere il capo perplesso.
- Commissa', perdonatemi ma io proprio non ci riesco a credere. Quella tiene l'et di Giovanni mio, sedici anni, che gioca a pallone coi compagni, tiene sempre le ginocchia sbucciate e ancora lo devo prendere a paccheri dietro alla testa per fargli lavare le mani prima di sedersi a tavola. Come si pu pensare che una guagliuncella cos intreccia una relazione con uno che, anche se  un fesso,  pur sempre uomo finito, ammazza il padre e tiene pure la lucidit per fregare la polizia, la madre, gli avvocati e i magistrati?
Il commissario fece una smorfia.
- No, Raffaele. Carlotta non ha fregato tutta questa gente. Le  bastato fregare una sola persona, Romualdo Palmieri di Roccaspina. A fregare tutti gli altri ci ha pensato lui. Le donne, sai, crescono prima, quindi stai tranquillo per tuo figlio.
- Eh, commissa', voi scherzate, ma intanto, come avete detto prima, noi possiamo fare veramente molto poco. L'unica  convincere il conte a cambiare la dichiarazione.
Ricciardi si strinse nelle spalle.
- Prover a parlargli. La contessa chieder all'avvocato un colloquio urgente, vediamo che mi dice. Tanto qui  sempre tranquillo, no?
Maione allarg le braccia.
- Tranquillissimo, commissa'. I casi sono due: o i delinquenti stanno ancora in vacanza o tra un po' ci licenziano tutti e ci mettiamo a fare gli investigatori privati come in America. Tanto ci viene bene, no?
Prima che Ricciardi potesse replicare, si sent bussare alla porta. Era Amitrano.
- Commissa', al portone ci sta un certo avvocato Moscato che vi prega di scendere.

Bianca non riusciva a piangere.
Si era chiusa al buio nella sua stanza e aveva convinto Assunta che non aveva fame e non avrebbe mangiato per il mal di testa. Continuava a contemplare la propria vita, i ricordi della passata grandezza e l'attuale miseria, ma non riusciva a piangere.
Avrebbe dovuto, in realt. Ne aveva tutti i motivi, adesso anche quello di essere stata tradita dal marito.
Tradita?
In coscienza poteva dirsi tradita, lei che moglie non si sentiva pi da anni?
La risposta era no.
Scopr con un cauto stupore di invidiare un poco Romualdo, che aveva saputo riscoprire la forza di un sentimento, la sua energia. E questa energia era tanto forte da permettergli di fare un sacrificio enorme: rinunciare al sentimento stesso.
A lei sarebbe mai toccata una fortuna cos?
Si sentiva ancora in grado di provare amore; il suo cuore era voglioso di riempirsi, la sua pelle ansiosa di essere sfiorata, la sua bocca desiderosa di ridere.
Si sentiva ancora viva, ma tumulata in quel palazzo che era il museo della sua memoria.
Chiss, forse avrebbe dovuto venderlo. Dopo averlo salvato dal demone di Romualdo avrebbe dovuto disfarsene e usare i soldi per costruirsi una nuova vita. In fondo la sua reputazione era intatta: aveva ancora il suo nome. Avrebbe potuto riscrivere il proprio destino.
Mentre lo pensava, bussarono alla porta della sua camera da letto. Sent la voce della cameriera.
- Signo', ci sta il duca Marangolo. Dice che  urgente.

Lungo il tragitto per Poggioreale Ricciardi inform l'avvocato Moscato di quanto aveva scoperto.
L'uomo si mostr sconcertato.
- Povero idiota. Ve l'ho detto, commissario, non  mai cresciuto. Non  cattivo, ma nell'anima  rimasto un ragazzo: si crede immortale. Mo' ha cominciato a non mangiare pi, lo avete visto. Pensa che cos i giudici si impietosiranno e gli daranno una condanna pi lieve.
- Bisogna fargli capire che tutto questo  assurdo. Che sta compiendo un sacrificio enorme per niente, che la ragazza, data l'et, sconterebbe pochi anni in un carcere minorile.
Moscato storse la bocca in una smorfia.
- Commissa', quello  pazzo. Non fa che parlare di attenuanti, di cavilli, vuole tornare libero prima possibile. Io credevo fosse per Bianca, anche se ogni volta che accennavo a lei cambiava discorso: non ne voleva sapere niente. Invece  per quella vipera della figlia di Piro. Impressionante: se a sedici anni  cos, c' da chiedersi che cosa diventer da adulta.

Carlo Maria aspettava Bianca in salotto. Aveva un aspetto terribile, il colorito malsano sottolineava i tratti di un volto sofferente. Si reggeva con entrambe le mani a un bastone da passeggio.
- Ciao, Bianca. Mi ricevi, finalmente. Lei lo fiss, addolorata.
- Lo sai perch non volevo riceverti qui. Perch ho a cuore il tuo bene molto pi di tanti che ti stanno attorno.
L'uomo disse, in un soffio.
- Vederti. Vederti  la differenza tra vivere e morire, per me. Non lo capisci? Solo vederti. Non potrei mai volerti vicino a me, non pi almeno, da quando sono malato. Ma vederti  una tale gioia! Mi sembra che il cuore... mi scoppi.
Per la commozione, la voce gli era venuta meno sul finire della frase.
Bianca sent gli occhi riempirsi di lacrime.
- Carlo, io...
L'uomo scosse il capo.
- Non ero venuto qui per dirti questo, Bianca. C' una questione molto grave e urgente da affrontare, e bisogna farlo subito.
La contessa si preoccup.
- Ma che dici? Che altro  successo? Romualdo...
Marangolo scacci il nome del conte come una mosca fastidiosa.
- No, quello stupido di tuo marito stavolta non c'entra. Sta accadendo qualcosa di grave, e bisogna decidere se intervenire o no. La decisione per spetta a te.
- Spiegami, allora, - disse Bianca.
Marangolo trasse un profondo respiro.
- Come sai io ho molti amici. Molti anche dove non ci si aspetterebbe; persone il cui nome  meglio che tu non conosca. Gente che ogni tanto mi viene a trovare gi al circolo e mi fa delle confidenze. Cos vengo a sapere cose che sono molto, molto interessanti;  un modo come un altro per tenersi informati.
- Carlo, io non capisco che cosa...
Il duca la interruppe.
- Ascoltami. Poi sarai tu a stabilire che cosa fare.

Quando Romualdo di Roccaspina vide Ricciardi assunse un'espressione dura e si rivolse al suo avvocato.
- Attilio, francamente non capisco il tuo persistere nel portarmi qui questo individuo. Io non voglio parlargli. Mia moglie e la sua assurda idea di...
Moscato attese che la guardia si allontanasse e gli si rivolse a muso duro.
- Romua', stai zitto. Basta con queste chiacchiere da folle. Il commissario non  qui per sentir parlare te, ma per dirti alcune cose serie. Quindi siediti e ascolta.
Il tono secco di Moscato era una novit assoluta, che prese in contropiede Roccaspina.
Ricciardi approfitt della situazione e pass all'attacco. - Conte, io so quello che  successo. Lo so nei minimi particolari, nelle motivazioni e negli sviluppi. Ascoltatemi e ve ne convincerete.
Parl con freddezza e con precisione. Raccont tutto, ricostruendo momento per momento il quadro che aveva composto del delitto, delle ore che lo avevano preceduto e di quelle che lo avevano seguito.
Durante il racconto, che dur pochi intensi minuti, il detenuto gli tenne gli occhi fissi in volto senza mostrare alcun segno di cambiamento nei tratti patiti e scavati, a parte un silenzioso tremolio delle labbra. Moscato, invece, aveva alzato lo sguardo e sembrava interessato a leggere le scritte sul muro della sala. Proprio sulla testa di Roccaspina c'era scritto: "Bisogna essere disciplinati sopra tutto quando la disciplina costa sacrificio e rinunzia".
Quando Ricciardi tacque intervenne l'avvocato.
- Non ha senso continuare a mantenere questa posizione, Romualdo. E una ragazzina che non sa nemmeno cosa vuole dal domani, figurarsi se  possibile immaginare che sia l fuori ad aspettarti tra vent'anni. Non avr grandi punizioni, essendo, minorenne e donna. Sconter una pena minima, si potr sostenere che il padre era un uomo abituato a plagiare chi gli stava attorno. Ritratta, Romua'. Oggi stesso far istanza per riaprire l'indagine.
Romualdo stette in silenzio per un po', continuando a fissare Ricciardi. Poi rispose, risoluto:
- Se tutto questo fosse vero, e se io davvero ritrattassi, mi sapete dire che ne sarebbe di lei? Una ragazza marchiata dall'avere ucciso il padre. Una donna rovinata, senza possibilit di amicizie, di vita sociale. Che per di pi si  legata a uno spiantato, un uomo in bolletta e tanto pi vecchio di lei. Uno che ha voluto andare in galera per amore, pensate che follia. La metterebbero in carcere, lei, delicata quanto una farfalla, lei, che  libera pi dell'aria. Lei che  il sorriso in persona, non sorriderebbe mai pi. Avendo ucciso solo per amore mio e perch volevano chiuderla in un convento. Se tutto questo fosse vero, e se io accettassi la tua proposta, Atti', che vita sarebbe la mia? Vicino a una donna che odio e che ogni istante mi giudica in silenzio. Ora che ho conosciuto l'amore e che ho avuto la forza di rinunciare a viverlo con l'unico atto di coraggio di una vita inutile. Se tutto questo fosse vero.
Si alz con sorprendente energia, facendo segno alla guardia in fondo alla stanza perch venisse a prenderlo.
- Ma per fortuna di tutti, in primis della mia cara moglie, che potr vivere una nuova vita senza il fardello dei miei debiti, tutto questo non  vero. Io sono l'assassino di Ludovico Piro, lo strozzino infame, e sconter la mia pena. E vi dico un'ultima cosa, commissario: io so benissimo che non mi aspetter. Non voglio che lo faccia. Voglio che viva libera e felice, perch io l'amo.
Usc dalla stanza al braccio della guardia.
In qualche strano modo, nei vestiti troppo larghi che gli ballavano addosso, sembr perfino regale.

Quando arriv nei paraggi della questura Ricciardi si sentiva confuso. Sacrificio e rinunzia, c'era scritto sul muro del parlatorio. Era mai possibile che per amare si dovesse essere disponibili a soffrire cos tanto?
Mentre pensava a questo gli vennero in mente Enrica, Livia, Bianca e le loro tante lacrime. E anche Rosa, la sua preoccupazione per lui.
Chiss se ne vale la pena, si disse.
Concentrato sui suoi pensieri non si accorse della macchina scura ferma nell'ombra all'angolo della strada, n dei due uomini che, appena comparve, ne uscirono per affiancarlo.
Il pi anziano dei due disse, a bassa voce:
- Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, vero? Devo chiedervi di venire con noi.

50.

Erano a poca distanza dalla questura, eppure a Ricciardi non venne in mente di chiedere aiuto, o urlare, o tentare la fuga, o fare alcun tipo di resistenza. L'atteggiamento cortese dei due uomini, la loro voce sicura, l'urgenza dei modi lo presero in contropiede. Quando si rese conto che poteva essere in pericolo, la grande automobile scura era gi in movimento.
Guidava il pi giovane, in maniera tranquilla, non troppo veloce. Il pi anziano aveva preso posto accanto a lui sul sedile posteriore. Aveva l'espressione rilassata, ma sotto la giacca era ben visibile un rigonfiamento.
Una pistola. Quell'uomo aveva una pistola, e la posizione della mano destra diceva che era pronto a usarla. Ricciardi se ne rese conto con un vuoto allo stomaco.
- Chi siete? Dove stiamo andando?
La voce gli usc un po' stridula. Tradiva la paura. Gli dispiacque.
Sorridendo in maniera tutt'altro che rassicurante, l'uomo seduto al suo fianco rispose con un tono che stonava con il contesto.
- Solo una passeggiata, commissario. Non avete niente da temere. Solo una passeggiata tra amici.
Ricciardi fece scorrere gli occhi sullo sportello al suo fianco: non c'erano maniglie per aprire, n per abbassare il finestrino.
- Mi avete rapito o sono in arresto?
La domanda voleva essere ironica, rimarcare l'assurdit della situazione, ma l'uomo la consider seriamente.
- Nessuna delle due cose, - rispose. - Andiamo a incontrare delle persone che vogliono parlare con voi. Non so dirvi altro.
L'automobile fendeva il traffico di carri e vetture pubbliche, allontanandosi dal centro. Ricciardi incroci lo sguardo di un bambino, che prima lo salut con la mano poi ferm il gesto, leggendo la disperazione nei suoi occhi. Non aveva nulla da temere, si ripeteva. Non aveva fatto niente di male.
Anche lui, che non aveva l'abitudine di intrattenersi a chiacchierare nei corridoi della questura, aveva sentito di persone scomparse dalla sera alla mattina e sulle quali organi del ministero dell'Interno avevano steso un'inquietante coltre di silenzio. Per per la maggior parte si trattava di dissidenti, individui che svolgevano attivit politica ed esprimevano in pubblico e sui giornali idee apertamente contrarie al regime. Ricciardi si disinteressava di certe questioni, e si teneva alla larga da ogni discussione sull'argomento.
La mente lo port subito a Bruno Modo. Era l'unico fra le persone con cui aveva confidenza a esprimere a voce alta, anche troppo alta, il proprio pensiero tutt'altro che ortodosso. Pi volte lo aveva esortato a stare attento, a non esporsi. Pochi mesi prima lo aveva anche aiutato a uscire da una situazione pericolosa, e le persone con cui aveva dovuto parlare gli avevano dato atto della sua posizione di indifferenza politica.
Ma allora che voleva da lui quella gente? Possibile che si trattasse di delinquenza comune? Qualcuno che aveva arrestato che voleva vendicarsi, o cose del genere?
No. I due nella macchina non avevano nulla del delinquente comune. Erano silenziosi, anonimi, ben sbarbati, pettinati. Indossavano abiti di buona fattura e cappelli nuovi. Potevano essere due uomini d'affari, o due professori universitari, non fosse stato per il rigonfiamento sotto la giacca.
Si stavano dirigendo verso la periferia orientale. La via larga, in terra battuta, era fiancheggiata sulla destra dalle alte mura del porto mercantile e a sinistra dall'infinita teoria di baracche in cui abitavano le famiglie di operai delle fabbriche che si scorgevano in lontananza.
- Siamo quasi arrivati, - disse l'uomo.
L'automobile svolt in una via laterale, poi in un'altra immergendosi in un reticolo di strade tutte uguali. Stavano girando in tondo, cap Ricciardi. Volevano confonderlo, perch gli fosse difficile ritrovare il luogo. Alla fine, e piuttosto all'improvviso, imboccarono un cancello anonimo che portava nel cortile di quella che poteva essere una piccola fabbrica abbandonata. Non c'era nessuno, n i vetri polverosi delle finestre sembravano celare uffici di qualsiasi genere.
L'autista scese e apr dall'esterno lo sportello del collega, che a sua volta and ad aprire quello del commissario. Ricciardi scese nello spiazzo polveroso. Il silenzio era assoluto. Il cuore gli pulsava in gola: se gli avessero sparato e lo avessero lasciato li, nessuno avrebbe saputo pi niente di lui.
Gli venne in mente Enrica, poi Maione. Chiss cosa avrebbero immaginato, se fosse scomparso. Chiss se si sarebbero trovati tra loro per ricordarlo. L'assurdit del pensiero lo fece quasi sorridere, ma subito dopo gli mont una rabbia fredda: che cosa volevano da lui? Come si permettevano di trattarlo cos?

L'uomo pi anziano lo prese per un braccio, come per condurlo da qualche parte. Ricciardi reag scostandogli la mano con un gesto secco e spolverandosi la manica con ostentazione. L'uomo rispose con una specie di ghigno e indic con affettazione una porta.
Entrarono in un ambiente fresco, immerso nella penombra. C'era odore di muffa e di chiuso. Attraversarono un ampio locale che quando lo stabilimento era in funzione doveva essere stato adibito alla manifattura. Arrivarono a un'altra porta in cima a una rampa di scale.
Il pi giovane dei due buss con discrezione.
Una voce rispose dall'interno.
- Avanti.
La stanza era di medie dimensioni, senza finestre n altre aperture. Il giovane rimase fuori dalla porta, le gambe larghe e le braccia conserte. L'altro condusse Ricciardi davanti a un tavolo dietro al quale c'erano quattro uomini, e si mise in piedi alla sua destra.
A sinistra c'era un ometto dall'aria truce, con una cicatrice sulla fronte; al suo fianco un uomo grasso che fumava un sigaro pestilenziale; poi un distinto signore dai capelli candidi, molto elegante; all'estrema destra un giovane, poco pi di un ragazzo, in camicia nera. No, non si trattava di delinquenti. Ricciardi pens che avrebbe dovuto sentirsi rassicurato, invece avvertiva dentro di s una grande ansia.
Decise di anticipare ogni discorso.
- Signori, non so chi siate n cosa vogliate da me. Per vi devo avvertire che sono un ufficiale di polizia e che la mia prolungata assenza sar di certo notata dai miei colleghi, quindi...
L'uomo dai capelli bianchi lo interruppe.
- Vi abbiamo fatto venire qui proprio perch sappiamo chi siete. In tutti i sensi.
Gli altri tre sogghignarono, come se avessero ascoltato una barzelletta divertente. Ricciardi prov un forte fastidio.
- Allora volete spiegarmi, signor...?
L'uomo scosse il capo.
- No, commissario. I nostri nomi non devono interessarvi.
Ricciardi rifiut di archiviare cos in fretta la questione.
- Credo sia mio diritto sapere con chi sto parlando, non credete?
Gli rispose l'uomo grasso col sigaro. Aveva un forte accento settentrionale che Ricciardi non seppe identificare.
- Siamo persone che hanno a cuore la sicurezza della nazione, caro signore. Convinte che essa passi anche per il decoro e la sanit dei costumi.
Ricciardi lo fiss, perplesso.
- Non capisco che cosa intendiate. Credo debba esserci uno sbaglio.
Il giovane con la camicia nera parl all'improvviso, l'espressione dura, gli occhi stretti.
- Non c' nessuno sbaglio, Ricciardi. Piuttosto c' un reato, una serie di comportamenti contro la legge che ci obbligano a intervenire, e subito. Le citt fasciste sono luoghi ordinati e pieni di romano, virile orgoglio. Non tolleriamo comportamenti rivolti a sovvertire l'ordinamento, anche morale.
Ricciardi si sentiva girare la testa: sembrava un incubo.
- E che cosa avrei fatto, io? Quale comportamento...
L'uomo coi capelli bianchi fece schioccare le dita della mano destra verso quello con la cicatrice in fronte, che parl con voce acuta, quasi in falsetto.
- Dunque, abbiamo qui alcuni rapporti di sorveglianza. Premetto che quest'attivit si  resa necessaria a seguito della segnalazione fatta a un nostro funzionario. Da questi rapporti emerge chiaramente la vostra inclinazione alla pederastia.
La parola cadde nel silenzio come una bomba. Ricciardi disse:
- Che cosa? Ma siete pazzi?
L'uomo in camicia nera rispose secco.
- No. Il deviato, il malato, il contro natura sei tu. E come tale sarai asportato, come si fa con gli ascessi.
Il tizio con la cicatrice in fronte riprese, scartabellando alcuni fogli che aveva davanti.
- Non risulta che abbiate avuto relazioni femminili negli ultimi sei anni. Nessuno vi ha visto frequentare un bordello o incontrare prostitute a casa vostra. Non siete fidanzato n risulta che lo siate mai stato.
- E questo che c'entra? - chiese Ricciardi.
L'ometto continu con la sua vocina sottile.
- In compenso frequentate spesso un uomo, tale Modo Bruno, medico presso l'ospedale dei Pellegrini, gi sotto nostra sorveglianza perch sospettato di attivit politica contro lo Stato. Con quest'uomo vi incontrate senza altra compagnia, e non pi tardi di due sere or sono siete stato a casa sua, dove vi siete ritrovati da soli.
Ricciardi url:
- Ma era ubriaco! L'ho solo aiutato a mettersi a letto, non si reggeva in piedi!
L'uomo grasso col sigaro rise in modo sguaiato.
- Ah, lo ammettete! Lo avete aiutato ad andare a letto, e in che altro lo avete aiutato?
L'uomo dai capelli candidi, che evidentemente a quel tavolo era il pi alto in grado, riprese la parola con un tono che sembrava addirittura conciliante.
- Come  naturale, Ricciardi, in questi casi procediamo con molta discrezione; se qualcuno vuole praticare questo orribile vizio standosene in silenzio per conto suo, non sollevando un polverone ed evitando ostentazioni come, devo darvene atto, fate voi, tendiamo a fregarcene. Voi per siete un rappresentante dello Stato, addirittura un commissario di polizia. Uomini come voi dovrebbero costituire un esempio.
Il giovane con la camicia nera complet il ragionamento.
- Per questo non intendiamo consentire che si perpetui questo sconcio. N possiamo fare un pubblico processo, mettendo in ridicolo l'istituzione stessa di cui tu, frocio infame, fai parte. Cos ti sbattiamo su uno scoglio per tutti gli anni che ti ci vorranno per ridiventare normale, se mai lo sei stato.
Ricciardi non riusciva a crederci. Fece un passo avanti verso il giovane, e l'uomo al suo fianco lo trattenne con forza per il braccio.
- Non potete, senza una prova! Sono vostre congetture, immaginazioni, fantasie! Chi...
L'ometto con la cicatrice in fronte scorse il foglio che aveva fra le mani.
- Sussiste la testimonianza di un'autorevole esponente della societ cittadina, una donna che  stata addirittura onorata dell'amicizia personale della famiglia del duce. Questa donna ha dichiarato a un nostro funzionario che avrebbe voluto intrattenere rapporti con voi, ma che voi 
vi siete rifiutato. E vero?
Livia. Era stata Livia a dire questo di lui? Era mai possibile?
-Io... s, ma  stata una circostanza particolare; lei aveva bevuto e...
Il giovane in camicia nera gli copr la voce, sprezzante. - Io quelle ubriache me le sbatto pure meglio. Forse era brutta, la madame? Forse non era attraente?

L'uomo coi capelli bianchi fece un sorriso.
- No, no. Tutt'altro. Direi che in questo momento la signora  forse la pi bella donna della citt. Quello col sigaro sbuff.
- Signori, ma che stiamo aspettando? Sbattiamo questo degenerato sulla prima nave che va dove sapete e togliamoci il pensiero. Oltretutto, commissario, l dove vi mandiamo troverete un sacco di gente come voi. Starete benissimo, credetemi.
Prima che Ricciardi potesse ribattere la porta si apr. L'uomo che lo aveva portato fin l in automobile entr, si avvicin e si chin per mormorare qualcosa all'orecchio di quello coi capelli bianchi, che assunse un'espressione infastidita e anche un po' turbata. Dopo un attimo di riflessione, disse:
- Va bene. Se  davvero cos urgente, fateli passare. Gli altri tre lo fissarono incuriositi, ma lui non aggiunse altro.
La porta si apr di nuovo e, reggendosi al bastone, entr Carlo Maria Fossati Berti, duca di Marangolo. Al suo fianco, Bianca di Roccaspina.

51.

La vista dei nuovi arrivati acu in Ricciardi la sensazione di essere preda di un incubo o di una molesta illusione. Che ci facevano l Bianca e il duca? Come sapevano che era stato trascinato in quella specie di assurdo processo senza dibattito n prove, con una condanna gi confezionata? Chi li aveva avvisati, e perch?
Prov a parlare, ma non gli venne nulla. Lo sguardo della contessa era calmo, come se incontrarlo in quel luogo fosse la cosa pi normale del mondo. Marangolo invece sembrava non averlo nemmeno visto. Teneva gli occhi sull'uomo coi capelli bianchi, che si era alzato per salutarlo. Gli altri rimasero dietro il tavolo: l'uomo con la cicatrice sulla fronte si chin verso quello col sigaro per sussurrargli qualcosa.
L'uomo coi capelli bianchi disse:
- Caro amico, come vedi siamo un attimo impegnati, ma abbiamo quasi finito e...
Marangolo alz una mano per interromperlo.
- Sono qui proprio per questo, Iaselli. State commettendo un errore, e voglio evitarvelo.
L'uomo coi capelli bianchi arross.
- Niente nomi, ti prego! Questo  un incontro riservato, e...
Marangolo si lasci andare a una risatina.
- Eh gi, i vostri incontri riservati. So bene come funzionano. Allora, dato che non lo fai tu, lo faccio io. Mi presento: sono Carlo Maria Marangolo. Il duca Marangolo. Se sono qui  perch qualcuno di molto importante mi ha autorizzato a esserci, quindi non perder il vostro e il mio tempo ad accreditarmi; potrete verificare dopo che avremo sbrigato la questione, magari facendo una telefonata a quel numero di Roma che di sicuro conoscete tutti.
Il giovane in camicia nera si alz, accigliato, e si rivolse a laselli.
- Qualcuno mi spiega che cosa sta succedendo? Se il luogo dell'incontro lo conoscono tutti, tanto valeva che andassimo in prefettura! Io non ho tempo da perdere, chi  questa gente?
Marangolo lo fiss duro.
- Giovanotto, io mi sono presentato. E credetemi, non sono uno che si sposta facilmente, tantomeno per venire in posti tipo questo. Ma perch le cose vi siano pi chiare, sappiate che sono uno in grado di disporre la vostra immediata rimozione dall'incarico che vi  stato un po' troppo frettolosamente conferito, colonnello Sansonetti.
Sentendosi chiamare per nome da quello sconosciuto, e con un tono basso e minaccioso, il giovane si risedette immediatamente, torvo.
Iaselli era incerto.
- Ti prego, Marangolo, niente nomi. E nessuno mette in dubbio la tua autorit, ma...
Senza tener conto dell'interruzione, il duca prosegu, pi conciliante.
- Va bene. Come vi ho detto, sono qui per evitare che venga commesso un errore. E in tal senso vi informo che l'accusa di omosessualit che state discutendo per il barone di Malomonte ...
L'uomo col sigaro chiese a Iaselli:
- Chi sarebbe questo barone di Malomonte? Non stiamo parlando di questo qui, Ricciardi?
Marangolo fece un mezzo sorriso.
- E la stessa persona, complimenti per la completezza delle informazioni assunte, eccellenza Rossini.
Iaselli era sconfortato.
- I nomi no, per cortesia...
L'uomo con la cicatrice arross e disse:
- Le informazioni sono complete, signore. Non sono state divulgate integralmente perch non  stato ritenuto necessario.
Marangolo si volt verso di lui come se si accorgesse della sua presenza soltanto in quel momento.
- Non so voi chi siate, ma posso immaginarlo. E prendo atto adesso del fatto che avete taciuto il nome e l'identit di quest'uomo assurdamente imputato, mentre le altre congetture, lo so da fonte molto autorevole, la stessa che mi permette di essere qui, sono state costruite con cura. Me ne chiedo il motivo.
L'ometto batt la mano sulle carte.
- E tutto documentato, signore, tutto. Noi abbiamo un sistema di sorveglianza accuratissimo, nulla ci pu sfuggire e...
- Lo conosco, il vostro sistema. Ero presente quando  stato costruito;  basato sulla delazione, non sulla sorveglianza. Ma lasciamo perdere. Le cose stanno cos: se vi do la mia parola che il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte, non  colpevole di omosessualit  sufficiente? Mi credete?
L'ometto con la cicatrice protest.
- No che non vi crediamo! Qui abbiamo prove: rapporti, movimenti, certificazioni!
Anche il giovane colonnello, pur mantenendosi guardingo, scosse il capo.
- Mi pare che il quadro complessivo parli chiaro. Non possiamo lasciare un pederasta a fare quel lavoro, a rappresentare lo Stato. Siamo responsabili, noi.
L'uomo col sigaro soggiunse.
- No, non  sufficiente. Non voglio mettere in dubbio la vostra parola, duca, ma... non potreste esservi sbagliato? Abbiamo... proceduto per molto meno, con altri.
Iaselli, che era rimasto in piedi, sembrava in estremo disagio.
- Vedi, Marangolo, qui sono rappresentate molte... strutture. E ti posso garantire che facciamo un lavoro serio, serissimo, per mantenere pulito il Paese.
Marangolo non sembr sorpreso.
- Immaginavo che avreste risposto cos. Peccato. Bene, allora sono costretto a chiedere alla contessa Bianca Palmieri di Roccaspina di dirvi per quale motivo mi ha accompagnato fin qui.
L'attenzione di tutti si spost su Bianca, che dall'ombra fece un passo avanti, entrando nel cono di luce della lampada che pendeva dal soffitto.
Ricciardi, che aveva assistito allo scambio di battute con crescente speranza e sempre maggiore attenzione, per poi rimanere deluso alla fine, si accorse di una nuova luminosit sul bellissimo volto della contessa. Non indossava il solito vestito scuro, ma un abito azzurro abbottonato davanti con una cintura in vita che le fasciava la figura, conferendole una sensualit profonda e sconosciuta, accentuata dalle scarpe col tacco alto. Il cappellino a cloche blu metteva in risalto i riflessi ramati dei capelli. Sembrava un'altra donna.
La differenza la faceva soprattutto l'espressione, pens Ricciardi. Sul volto leggermente truccato brillava una nuova sicurezza. Mai il commissario l'aveva veduta cos consapevole della propria bellezza e della naturale eleganza che portava come una corona.
Sorrise a Marangolo, che la guardava adorante. Poi disse:
- Buongiorno, signori. Sono qui per darvi un'informazione che mi riguarda e che mai avrei creduto di dover rendere pubblica, ma a quanto vedo  necessario, purtroppo. Io e il commissario Ricciardi abbiamo una relazione. Una relazione affettiva.
Aveva pronunciato quelle parole con calma, come se stesse raccontando dell'ultimo concorso di equitazione al quale aveva assistito. Il tono della voce, caldo e basso, non mostrava incertezze o travagli interiori.
Il primo a riscuotersi fu l'ometto con la cicatrice, l'unico, ormai, rimasto senza nome. Scartabell di nuovo i fogli che aveva davanti e farfugli:	
- Non mi risulta. Non mi risulta. E impossibile, i vostri incontri con Ricciardi sono avvenuti soltanto negli ultimi giorni, e...
Marangolo lo rintuzz.
- E chiaro che il vostro famoso sistema, la perfetta rete di sorveglianza che vantate, presenta delle falle.
Bianca sorrise e si rivolse a Ricciardi, rimasto a bocca aperta.
- Lo vedi, caro? Siamo stati bravi a nasconderci.
Gli occhi dell'ometto con la cicatrice si strinsero in due fessure. Trasudava diffidenza da tutti i pori.
- E da quanto dura, questa pretesa relazione?
La donna ribatt tranquilla.
- Due anni. Sono due anni ormai, vero, Luigi Alfredo? Confesso che ero stanca di questi sotterfugi, ma non si poteva fare altrimenti, finora.
Rossini, che aveva acceso un altro sigaro, sembrava quasi divertito.
- E l'altra, quella che ha avanzato l'accusa di omosessualit? Quella con cui non ha voluto...
Bianca gli rivolse uno sguardo sdegnato.
- Credo che la spiegazione sia abbastanza facile. Luigi Alfredo sa benissimo che se venissi a sapere di un suo tradimento gli caverei gli occhi con le mie mani.
Ricciardi cercava di pensare velocemente. Quello che Bianca stava compiendo per lui era un sacrificio di proporzioni inimmaginabili. Stava rinunciando all'unica cosa che le rimaneva, a quello su cui avrebbe dovuto fondare tutte le speranze di ricostruirsi un futuro. Per quale motivo lo faceva? E soprattutto: lui poteva consentirlo?
- Bianca, - disse, - non  necessario che voi facciate questo. Lasciate stare.
La contessa si volt a guardarlo, con un sorriso dolcissimo.
- Luigi Alfredo, grazie perch ti preoccupi per me. Ma non posso consentire che per cautelarmi tu ti sottoponga a questa ingiustizia.
Il giovane colonnello, che ancora non si rassegnava ad aver perso tempo, pens bene di intervenire.
- Una contessa, addirittura. E se ricordo bene, una contessa col marito in galera per omicidio,  cos? Bell'esempio della nobilt debosciata di questo schifo di citt. E comunque quello che state dicendo fa di voi un'adultera, ve ne rendete conto? L'adulterio  un'altra vergogna che noi vogliamo ripulire.
Marangolo impallid, come se avesse ricevuto un ceffone.
- Maledetto idiota, come osate parlare cos a una donna come la contessa? Intanto dovreste sapere che l'adulterio, nel nostro ordinamento,  punibile solo dietro denuncia del marito, e siamo pi che certi che lui abbia altro di cui occuparsi, adesso. In ogni caso non permetter che un buffone
della vostra fatta si permetta certi insulti. Devo forse ricordarvi quella circostanza in cui vostro padre, non pi di tre anni fa, fu trovato tra gli ospiti di un bordello clandestino durante un'irruzione della polizia. A proposito di vizi e virt.
La tirata del duca cadde nel silenzio imbarazzato dei presenti. Il giovane colonnello divenne terreo, gli occhi fiammeggianti di rabbia. Poi si alz rovesciando la sedia e usc, sbattendosi la porta alle spalle.
Rossini fece un'altra risatina e si rivolse all'uomo con la cicatrice.
- Bene, mi pare che possiamo andare, no? E mi pare anche che il sistema informativo vada un po' rivisto. Mi sa che ne parler con Roma, qualcuno dovr rendere conto del tempo che abbiamo perso oggi. Buona giornata. Duca...
Uno alla volta tutti i membri di quell'improvvisato tribunale segreto uscirono dalla stanza. L'ultimo fu l'uomo dai capelli bianchi, laselli, che allung la mano per salutare Marangolo. Il duca non gliela strinse.
Quando si ritrovarono da soli, Ricciardi gli si rivolse.
- Marangolo, io non so come ringraziarvi. E incredibile ricevere un'accusa e non poter fare nulla per provare la propria innocenza.
L'uomo sorrise, triste.
- No, commissario. E incredibile che sia considerato un delitto qualcosa di cos privato e personale, che non nuoce a nessuno. L'amore, sapete,  amore. Non ha bisogno di trovare una realizzazione, una concretezza per rimanere s stesso. E amore e basta.
Bianca gli accarezz il braccio.
- Carlo Maria, se non fosse stato per te...
Il duca agit la mano.
- Lascia stare. Sono degli imbecilli e non valgono il potere che gli  stato dato. Per fortuna ci sono persone a Roma che hanno profondi motivi di gratitudine nei miei riguardi, e non se ne dimenticano. Adesso devo andare, credo che Iaselli mi stia aspettando. Vi lascio l'automobile per fare ritorno.
Salut con un sorriso e usc, zoppicando lievemente.

52.
Mentre tornava in centro sull'automobile del duca, Ricciardi si sentiva spossato.
Quella giornata era stata davvero sconvolgente; il pensiero del commissario era andato a tutte le persone che aveva accusato di un delitto, che aveva messo in carcere sulla base di congetture e deduzioni. Si riteneva un poliziotto coscienzioso e non aveva mai costruito accuse senza fondamento pur di ottenere un successo; ma ora che aveva provato l'immensa frustrazione di non potersi difendere, si chiedeva se non avesse mai, seppure in modo inconsapevole, rivestito i panni dell'insensibile carceriere e dell'ottuso accusatore.
Seduta accanto a lui Bianca teneva gli occhi sulla strada, un mezzo sorriso sul volto dove ancora splendeva la luce che l'aveva come trasfigurata poco prima, in quella stanza buia dove la sua vita aveva rischiato di essere distrutta. Ricciardi non smetteva di guardarla.
- Contessa, non so che dire. Voi siete stata... Senza di voi non avrei avuto scampo e ora sarei su una nave in viaggio per chiss dove, senza nemmeno aver avuto il tempo di salutare chi mi  caro. Vi sar grato per sempre.
Bianca lo prese sottobraccio, con un gesto quasi civettuolo.
- Ora che abbiamo una relazione, barone, nota se non altro a quegli idioti, potremmo anche darci del tu, non credi?

Ricciardi era un po' intimidito.
- Certo, grazie anche di questo. Io non so se ti rendi conto davvero di quello che hai fatto, o se  stato l'impulso di un momento. Ti sei accusata di un reato e hai messo in pericolo il tuo nome e la tua reputazione per uno sconosciuto. Mi spieghi perch?
La contessa torn a guardare dal finestrino, sorridendo.
- Da ragazza avrei voluto recitare. A volte, con qualche amico, mettevamo in scena delle rappresentazioni, tanto per divertirci. Quelli come me, che nascono in certe famiglie, non possono scegliere la propria strada, ma avrei volentieri calcato il palcoscenico. Una volta un conoscente di mio padre, un attore famoso, lo preg di lasciarmi provare, magari con un altro nome. Diceva che mai gli era capitato di vedere un talento cos spiccato. Oggi mi hai dato modo di rispolverare questa mia inclinazione, e mi sono divertita tantissimo. Quindi sono io che devo ringraziare te. Ma ti sono piaciuta? Sono stata brava?
In Ricciardi non c'erano pi ombre. Le rivolse un sorriso di pura ammirazione.
- Brava? Sei stata fantastica. Ti avrei creduto io stesso, se non avessi saputo la verit. Ma te lo avrei impedito. Mi meraviglio che Marangolo...
Bianca l'interruppe.
- Guarda che  stato proprio Carlo Maria ad avvertirmi e a chiedermi di intervenire come poi ho fatto. Ha saputo quello che stava succedendo da qualche suo misterioso amico ed  venuto subito da me. Ha detto che quella era l'unica soluzione, e che dovevamo sbrigarci. Pensa che mi ha portato lui il vestito e il cappello, e pure le scarpe e la borsa. A proposito: come sto?
Assunse una posa languida, da diva, con la mano guantata che reggeva il cappellino. Ricciardi continu il gioco.
- Quei signori si staranno chiedendo ancora adesso come mai una donna cos bella abbia una relazione con me.
- Sei galante, commissario.
- Ma ripeto, ti rendi conto di quello che hai fatto? Non hai paura che ci siano delle conseguenze?
Bianca divent seria e tacque per un po'. Poi disse:
- Sai, ho pensato a Romualdo. A ci che ha fatto. Si  accusato di qualcosa che non ha commesso e cos facendo  come se avesse cambiato le carte sul tavolo; una metafora che lui apprezzerebbe. Lo so che  in prigione, e che forse non ne uscir vivo. Ma se questa era la sua unica possibilit di coltivare un sogno, il sogno di una nuova felicit con una persona che ama, ha fatto bene. Glielo direi, se potessi, gli direi che lo capisco. Una possibilit di felicit, anche attraverso la sofferenza, vale molto di pi della certezza dell'infelicit. Ha fatto bene.
Ricciardi pens che quello che la contessa stava dicendo era vero. Era proprio vero.
La donna continu.
- Io oggi ho fatto la stessa cosa. Per gratitudine nei tuoi confronti, certo: sei stato tu, senza compenso e senza una ragione, a indagare per darmi un perch, una motivazione di quanto era accaduto. E questa motivazione  diventata l'appiglio per la mia nuova vita. Non  poco. Ma sarei bugiarda se dicessi che l'ho fatto solo per te. L'ho fatto anche per me.
- Non credo di comprendere.
Bianca si volt a guardarlo. Ancora una volta Ricciardi anneg in quei due laghi dal colore impossibile, familiari ed estranei allo stesso tempo.
- Vedi, il nome, la reputazione, la seriet possono diventare una gabbia soffocante. Ma adesso che si sapr che ho una relazione, e si sapr, perch anche se i signori presenti in quella stanza non potranno raccontare per filo e per segno ci che  accaduto avranno per la tentazione irresistibile di far trapelare la notizia, smetter di essere una vedova in lutto. E magari torner a vivere. Un po'.
Erano arrivati nei paraggi della questura e l'autista, accost per far scendere Ricciardi.
Il commissario prese la mano di Bianca e la baci, senza sfiorarla.
- Allora che posso dirti, Bianca? Grazie. Dal profondo del cuore, grazie. Spero di rivederti ancora. La donna sembr illuminarsi.
- Ma certo che mi rivedrai. Abbiamo una relazione, ricordi? Siamo praticamente fidanzati di nascosto. Mi devi un po' di attenzione, barone di Malomonte: magari potremmo uscire, una di queste sere. Certo, dovrai pagare tu, lo sai che non sono ricca come la tua bella amica romana.
Ricciardi prov una fitta di malinconia. Non aveva pi pensato a Livia, alla scoperta dolorosa della sua accusa. Si disse che forse avrebbe dovuto incontrarla per chiederle una spiegazione. Non riusciva a credere che lo avesse messo nei guai per vendicarsi. Di che, poi? Del fatto che non aveva voluto approfittarsi di lei?
Sorrise a Bianca e le disse:
- Sar un vero privilegio, contessa. Ho bisogno di un'amica, sai. Le donne per me sono un vero mistero, potresti aiutarmi a capirne qualcosa in pi.
Lei agit le dita, salutandolo.
- O magari a confonderti ancora di pi le idee. Ciao, commissario. Ricorda che aspetto il tuo invito.
Picchiett sul vetro che separava l'abitacolo dall'autista. Ricciardi la guard allontanarsi ridendo.

53.

Enrica rientr dalla passeggiata a passo lento, il capo chino, persa dietro le sue incertezze.
Non avrebbe avuto necessit di uscire, ma almeno un vantaggio l'arrivo di Manfred l'aveva portato: ora se diceva di aver bisogno di far compere o di stare un po' da sola, nessuno aveva il coraggio di fiatare. Cos aveva preso l'abitudine di uscire di pomeriggio e percorrere la strada grande, immergendosi nella folla in un bozzolo di gradevole anonimato.
Non faceva niente di particolare: guardava le vetrine, prendeva un caff, si fermava ad ascoltare qualche suonatore ambulante di violino, fisarmonica, mandolino. Respirava l'aria della citt, osservando le massaie che stendevano lenzuola da un palazzo all'altro lanciandosi richiami; famiglie unite da un filo e una carrucola, un modo come un altro per sentirsi pi vicini.
Sapeva che la madre l'avrebbe volentieri accompagnata in quelle passeggiate, per fantasticare su cerimonie e giganteschi incrementi del corredo, ma lei era diventata abilissima nell'evitarne la compagnia. Non voleva affrontare quel genere di discorsi.
Manfred le piaceva, di questo era certa. Era bello, atletico e colto. La differenza di et non era affatto un problema anzi, aggiungeva fascino, garantiva uno sterminato numero di aneddoti e ricordi da ascoltare con gusto; perch il maggiore coi suoi racconti sapeva incantare.
Si sentiva gratificata dagli sguardi delle ragazze quando camminava al suo braccio; lei, che era sempre stata da sola, che era abituata a raccogliere la silenziosa ma evidente commiserazione delle poche amiche, della sorella e soprattutto della madre per non essere ancora, alla sua et, fidanzata, all'improvviso era diventata invidiatissima perfino da chi l'incontrava per strada.
A volte si domandava che cosa ci fosse in lei che attirava uno come Manfred. Sapeva di essere intelligente, al di sopra della media delle donne che pensavano solo all'economia domestica; e di non essere sgradevole o priva di eleganza. Ma di certo non rubava gli occhi, come la famosa signora con cui si accompagnava Ricciardi.
Pens per l'ennesima volta a quell'incontro assurdo vicino al mare. Ma non era sempre stato assurdo il suo rapporto con quell'uomo? E non era assurdo quel sentimento, coltivato senza una ragione, da lontano, nel silenzio e nel sogno?
Forse quello di Ricciardi era il pensiero di una bambina, si disse. Forse lui era il sogno e Manfred era la realt che si trova al risveglio. E in fondo non era male come risveglio, no? Addirittura, a essere oggettivi, era perfino meglio del sogno.
Devo lavorarci un po', pens mentre si avvicinava all'ultimo angolo prima di casa. Era brava a fare i compiti, ed era sempre stata disciplinata. Se prendeva una decisone riusciva a mantenerla. Doveva solo decidere, poi...
Proprio mentre pensava queste cose Ricciardi usc dall'ombra e le si par davanti. Aveva il ciuffo attaccato alla fronte, come se avesse sudato, e ansimava leggermente. Era molto pallido, il colletto della camicia sbottonato sotto il nodo della cravatta allentato, le mani nelle tasche del soprabito.
Si ferm, interdetta e un po' spaventata. Era quasi ora di cena e per strada non c'era nessuno. Apr la bocca per parlare, ma lui la ferm.
- No. No. Mi ascoltate voi, adesso. Ogni volta rimango zitto e non so che cosa dire, ma adesso mi ascoltate voi. Va bene? Posso?
Enrica non sapeva cosa replicare. Annu.
- Bene. Allora: il sacrificio. Perch se uno vuole, o vorrebbe, bene a qualcuno vuole che stia bene, giusto? Se no, non ha senso. E se vuole che stia bene potrebbe pure darsi che debba scegliere di stare lontano. E naturale, no? E naturale. Ma allora poi non si deve stare male, e se uno sta male e sta male pure l'altra persona, allora uno si chiede: ma vale la pena? E l'anima sar pure di vetro, ma a volte pu andare in frantumi. E la mano si brucia e la falena non si allontana comunque. O se ne pu sentire la mancanza, della falena.
Enrica lo guardava a occhi spalancati.
- E allora ci si dovrebbe rassegnare, e si dovrebbe essere almeno sereni. Ma non lo si , anzi,  sempre peggio. Ed  come se si fosse in due in una stanza, e uno parla e ha ragione, e poi parla l'altro e ha ragione pure lui. Per questo si appare pazzi, e forse lo si  davvero. E si prendono tutte le decisioni del mondo, ma poi ci si trova vicino al mare e...
La voce gli si spezz, come se gli mancasse il fiato.
Lei scosse piano il capo, ma lui la ferm ancora.
- No. No. Perch io non lo so a che serve tutto quel mare. Non lo so. Ma posso cercare di scoprirlo, sapete? Il mio mestiere  proprio questo: scoprire le cose. E ci riuscir, a capire a che serve quel mare. Ci riuscir.
Tir il respiro e, inaspettatamente, sorrise. Era la prima volta che Enrica lo vedeva sorridere, e pens in un lampo che Manfred, coi suoi capelli biondi e il suo fisico atletico, con la divisa e il fascino esotico che aveva, non avrebbe potuto essere mai e poi mai bello nemmeno la met di quel singolo sorriso sotto quegli occhi verdi come il mare.
Ricciardi fece un ultimo cenno con la testa e la salut. Poi si gir e se ne and verso casa.
Enrica rimase ferma, chiedendosi che cosa fosse accaduto e se fosse accaduto davvero, o se invece fosse stato solo un sogno.
Poi pens al mare.

Epilogo.

Il ragazzo si chiede quanto debba aspettare prima di alzarsi e andarsene. Il vecchio ha smesso di suonare ormai da oltre dieci minuti, lasciando sospesa nell'aria della sera l'incredibile bellezza della sua musica e lo struggente dolore della storia che ha raccontato.
Poi ha deposto lo strumento e senza dire niente ha appoggiato la testa allo schienale, chiudendo gli occhi.
Il ragazzo  rimasto a osservarne il profilo che si  andato immergendo nell'ombra. Il naso adunco, le guance incavate. I peli delle sopracciglia, la piccola, recente cicatrice di un taglio sul collo, la barba da radere con quelle mani tremanti.
Il ragazzo si chiede come sia possibile. Come possa accadere che uno in grado di trasmettere quelle emozioni cos forti, di spaccare il cuore a met a chi lo ascolta, decida di non suonare pi in pubblico. Lo aveva chiesto a chi gli aveva fatto da tramite, e aveva ricevuto in risposta un'alzata di spalle e un sorriso strano.
Il suo cuore ha lentamente ripreso il ritmo normale, dopo la canzone. Ora s. Ora ha capito.
Nei minuti passati a osservare il respiro regolare del vecchio, il ragazzo ha pensato che vuole imparare. Che lo vuole con tutte le forze, per poter suonare e cantare cos anche una volta sola. E' necessario, perch quel vago senso di incompletezza che ha sentito finora  niente di fronte alla certezza che ha adesso.

Mentre sta per alzarsi e uscire, il vecchio comincia a parlare come se stesse sognando.
Il sacrificio, dice. La rinuncia. Quello che si vorrebbe, che si dovrebbe. Ma che non si riesce a fare. Per fortuna, non si riesce.
Apre gli occhi e si volta.
Il poeta e la ragazza alla fine si misero insieme. Tra gelosie, sofferenze e terribili litigi, che fecero epoca, restarono insieme per undici anni di fidanzamento e diciotto di matrimonio. Finch lui mor, e lei impazzi di dolore. La falena non era scappata, alla fine. La mano non era riuscita a scacciarla.
Il ragazzo mormora: Maestro, grazie. Grazie per questa storia, grazie per questa canzone.
Il vecchio ridacchia e dice: mica  mia, la canzone. E nemmeno la storia. Io te l'ho solo raccontata.
Si rimette appoggiato allo schienale e chiude gli occhi. Il ragazzo si alza e si avvia alla porta. Quando sta per aprirla sente la voce del vecchio arrivargli dal buio, ed  poco pi di un sussurro.
La prossima volta parliamo della gelosia. Di come ti squarcia la pelle e ti affonda le mani in corpo. Del tormento di un amore antico. Chiude gli occhi, il vecchio.
E sorridendo si mette a sognare.
...
.
...
FINE.